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 2026  gennaio 18 Domenica calendario

Valeria Bruni Tedeschi: “Don Ciotti mi ispira a resistere all’orrore”

Abito di maglia chiaro, borsetta leopardata, capelli vaporosi: Valeria Bruni Tedeschi entra a Berlino con un misto di grazia e autoironia. Era candidata come miglior attrice per Duse di Pietro Marcello, ha vinto invece Renate Reinsve con il trionfatore Sentimental value di Joachim Trier. Lei ride sottovoce: «Lo sapevo che non dovevo venire...». L’incontro con una manciata di giornalisti, nel quartier generale degli European Film Awards.
Essere candidata tra le migliori attrici del cinema europeo?
“Mi fa molto piacere, soprattutto che mia madre dice a tutti: ‘Mia figlia, nominata agli Oscar per la campagna elettorale, va in giro tanto’, così. E perciò anche semplicemente per questo mi fa piacere”.
In che modo Eleonora Duse rappresenta l’identità europea?
“Per lei non esistevano frontiere, faceva tournée in Europa, in Germania, in Inghilterra, in Francia, poi in Russia, in America, in Grecia, recitando in italiano. Lei mi fa pensare che il teatro, le emozioni – odio, tristezza, amore, solitudine – non hanno lingue o nazioni, sono universali”.
Duse e i suoi valori alti si infrangono nell’Italia fascista di Mussolini, che lei s’illude di convincere.
“Mi sono sempre sentita Don Chisciotte nel modo di pormi nella vita, ho fatto tante battaglie con convinzione, a volte non hanno inciso. Cercare di avere contatti con il potere è una grande ingenuità, Duse poi ammette di aver sbagliato. Mia madre, a un dibattito, ha detto: ‘Ma perché Valeria ha la parrucca rossa per andare a vedere Mussolini?’ Duse, che non è glamour, per l’incontro si trucca. Lei stessa capisce che nessun artista riuscirà ad averla vinta con il dittatore. Ma penso che facendo la nostra arte possiamo, in modo più profondo, non ideologico, misterioso, resistere a orrore, dittatura, guerra, caos. L’arte mette in ordine il caos dell’esistenza, ci aiuta a vederci un po’ più chiaro, ci mette in contatto con l’empatia, che è l’essenza stessa della resilienza. Se avessimo sempre in mente questa parola il mondo andrebbe in modo diverso”.
Pietro Marcello nel film inquadra la protagonista molto da vicino, si vedono i segni dell’età.
“A 25 anni ho fatto il ruolo di una vecchia signora in uno spettacolo scolastico: perché non posso giocare con l’età oggi? Farei anche una ragazzina di 15 anni, magari a teatro. Il mio è un lavoro che deve restare libero. Sì, nel film sono invecchiata, ma in fondo se io mi lasciassi i capelli bianchi e mi lasciassi senza trucco, alla fine sono quella che sono. Ma oggi qual è la verità della nostra età? Una donna all’epoca di sessant’anni fisicamente non faceva sport, mangiava male, allora era diversa. Io mi sento fisicamente come se avessi vent’anni, cioè mi sento veramente… se non mi vedessi allo specchio non lo saprei. Per adesso non ho voglia di fare cose… forse un giorno le farò… non è che sono contro. Ma oggi mi diverto di più così: un personaggio è un gioco, ma l’età non è una vergogna. Forse questa è anche una delle mie battaglie femministe: ciascuna ha il suo femminismo. Uno dei miei femminismi è questa cosa di assumere la mia età”.
Quali sono le altre?
“Sono sensibile sui salari: le donne non solo al cinema sono pagate di meno. I soldi sono il simbolo di una società, dunque non è giusto. E poi il linguaggio è anche il simbolo della società: bisogna destrutturare il patriarcato. Da piccola lessi Dalla parte delle bambine, ero eccitatissima, con mio fratello, con mio padre, con mio nonno, con tutti: ero una specie di rivoluzionaria. Allora: destrutturare le abitudini, le idee. Ma bisogna anche contestualizzare le epoche. Sapere che allora quelli erano i codici. Quando ne I villeggianti parlai di questo abuso che avevo subito da piccola, i miei genitori mi dissero: ‘Questo signore potrebbe andare in prigione’, e non hanno fatto niente. Per loro non era grave; era gravissimo per me. Non posso oggi essere arrabbiata con mia madre perché all’epoca avevano una percezione diversa. E non sono d’accordo con la cancel culture: mia figlia mi parla della discutibile vita di Picasso e io le dico: ‘Ma cosa vuoi fare, chiudere il museo Picasso?’ Su questo io sono visceralmente contraria. Ho parlato di Bertolucci in un’intervista a Parigi. Era stato proiettato Ultimo tango: che non ci fosse stato un dibattito era sbagliato, ma il film va visto, è un capolavoro. Allora: si possono mettere nella pattumiera i capolavori del cinema, della pittura?”.
Ha girato “L’estranea” con Paolo Strippoli, che è uno degli autori più interessanti della nuova generazione.
“Scelgo i film più per i registi che per i personaggi. Paolo mi sembra che abbia un universo molto personale. E poi avevo tante scene con Trinca, attrice che adoro. E anche un film d’orrore: era nuovo per me e ho pensato che i miei figli sarebbero stati contenti”.
Ha visto “La grazia” di Sorrentino che è candidato qui per la sceneggiatura e l’interpretazione di Servillo? O ci sono film che l’hanno colpita in modo particolare?
“Non ho visto tanti film italiani, devo dire, perché ero in Italia solo per girare e me ne andavo. Ho visto Io Capitano, che mi ha veramente colpita, molto colpita. Mi sembra di essere diversa oggi grazie a quel film. Non ideologicamente: proprio fisicamente mi sembra di camminare per le strade e di incontrare persone… di sentirmi con gli occhi più aperti, col cuore più aperto. È come se mi avesse risvegliata, veramente: l’empatia e la coscienza della sofferenza. Un film che aspetto tanto di vedere, che vorrei tanto vedere, è la serie di Bellocchio, Portobello”.
Il cinema italiano è dominato negli incassi dal film di Checco Zalone, “Buen camino”, il più visto nella storia del nostro Paese.
“Mi fa effetto. Però poi, stranamente, ho deciso di fare il mio prossimo film in Italia. Perciò sono… forse non sono tanto furba come la Duse non era furba, e non ho tanto l’intuizione di dove andare per guadagnare, però mi è venuta in mente questa bell’idea: lo faccio in Italia. A Torino”.
Riguarda anche la figura di Don Ciotti?
“C’è un centro di giovani ispirato a uno dei suoi. Ho girato un pezzo di documentario per nutrirmi di questo posto, di queste persone meravigliose che lo dirigono, gli animatori, e poi dei giovani. Tutto questo sarà però rielaborato… però è un posto di cui mi parlava Mimmo Calopresti da anni: mi parlava di Ciotti, e si assomigliano fisicamente, potrebbero essere fratelli. È una persona eccezionale: la sua lotta, la sua battaglia, la sua resistenza anche fisica, lo sciopero della fame per riuscire a far votare la legge per cui i tossicodipendenti non sono più dei criminali ma solo dei malati. Siamo al di là del mettersi la parrucca rossa: lui ha speso la sua vita, come dice lui, per gli ultimi. Che siano tossicodipendenti, che siano migranti, che siano donne picchiate, che siano persone che vogliono cambiare sesso. Quando ho parlato con lui mi ha parlato tanto di un prete che è andato da lui, disperato perché si sentiva una donna, che lui ha aiutato. E quando c’è stato il funerale ha messo la sua testa nello stesso verso, rispetto all’altare, in cui si mette per i preti. Questa cosa mi fa piangere veramente. Quando andavo in questo suo microcosmo e guardavo quei giovani mi sembrava di vedere me stessa. Loro sono fragili, ma lo siamo anche noi. Anche noi siamo in pericolo di morte. Perciò questo microcosmo mi sembrava essere una specie di specchio dell’umanità”.
Il film è anche autobiografico.
“Sì. Ho avuto anche un ragazzo di cui mi sono ispirata per il film L’età giovane, di cui ero innamorata e che è morto di eroina. Perciò la droga è qualcosa che fa parte delle mie preoccupazioni. Anche se non ho più niente a che vedere con quello, però è qualcosa che mi tocca, che mi abita, che fa parte della mia vita ormai. E perciò mi interessava andare a vedere lì”.
La droga e i giovani.
“Molto spesso i giovani che si drogano sentono, sanno confusamente che hanno una malattia o hanno qualcosa che deve essere curato. Però non avendo un medico, non avendo le medicine, prendono la sostanza come fosse una medicina. È un segno di disperazione, chiaro: fa parte di tutti noi. Non dobbiamo guardare le persone che si drogano come persone inferiori. Siamo noi. Forse noi abbiamo avuto la fortuna di non esserci drogati, però… A me sembra che sia, come dicevo prima, uno specchio di noi. E molto umilmente li guardo, questi giovani. Anzi, questi giovani del centro mi sembrano al di sopra di noi, perché hanno il coraggio di essere onesti, di guardarsi dentro, di fare autocritica, autoanalisi e di cercare di uscirne. Perciò mi sembrano tutti degli eroi”.
Il suo rapporto con la spiritualità?
“C’è sempre spiritualità quando scrivo e quando faccio un film: fa parte di me questo interrogarsi sulla fede. C’è sempre un prete nel mio film, o solo un pezzettino di chiesa chiusa, un portone chiuso. L’altro giorno mi sono ritrovata ad andare in una chiesa a Parigi, dove si va quando bisogna chiedere qualcosa. Mi sono ritrovata però davanti al portone chiuso e ho chiesto appoggiata a quel portone chiuso. Poi c’è un problema: lì vicino c’è un negozio di cioccolata e ogni volta poi mi prendo un cioccolatino, dopo. Ci casco ogni volta. Questo per dire che la mia fede è legata anche al cioccolato”.
Lei ha detto: “Non posso essere arrabbiata con mia madre” perché all’epoca non aveva capito la gravità delle molestie. Però c’è stato un momento in cui è stata arrabbiata?
“No… io non sono tanto arrabbiata con mia madre. Dovrei, secondo la mia psicanalista, però non riesco. Delle volte mi sono sentita un po’ sola, ecco”.
Sua sorella ha visto il film?
“Non ancora. Spero che lo vada a vedere al cinema insieme a suo marito. E se no li manderò, quando poi sarà possibile, un link”.
Lei ha detto più volte che molti suoi film sono autobiografici. Quando racconta qualcosa di autobiografico, mette in conto che può far soffrire persone vicine?
“Nel nuovo film il personaggio della sorella non c’è…”
Che significato ha avuto tornare a Torino nei luoghi dell’infanzia?
“È stato essenziale per me. Sarò sempre grata a Mimmo Calopresti per La seconda volta, che ha combattuto per me, che mi ha obbligato a togliermi la erre moscia per fare il film. È stato l’artefice di un mio ritorno in Italia. Poi ho girato altre volte, ma questo mi sembrava il momento di tornare”.

I suoi molti premi dove li tiene?
“C’è una stanza apposta, quella degli amici, così tutti la vedono. Però c’è questa cosa di mio figlio, molto attaccato ai soldi: vuole guadagnare pulendoli, ma vuole dieci euro a premio. Gli ho detto che al massimo gliene do due”.