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 2026  gennaio 18 Domenica calendario

Polito: “Lo scontro frontale con Craxi e Berlusconi tra scherzi e litigate”

Antonio Polito, oggi editorialista del Corriere della Sera, arriva da giovanissimo a Repubblica e, con Eugenio Scalfari, sarà uno dei componenti dell’ufficio centrale, diretto con pugno di ferro da Franco Magagnini. Nel quotidiano romano diventerà infine vicedirettore e quindi corrispondente da Londra.
Come vieni assunto?
“Faccio parte della seconda ondata di Repubblica, mentre il mio ‘gemello’ all’ufficio centrale, Mauro Bene, era lì dal principio. Arrivavo dall’ufficio centrale dell’Unità e il ‘Maga’, il mitico Magagnini, stava cercando qualcuno che facesse le notti”.
I due bacini di “reclutamento”, in quegli anni, furono Paese sera e l’Unità, giusto?
“Non c’è dubbio, anche perché la novità di Repubblica è che nasce come giornale della sinistra. E poi noi giornalisti di Unità e Paese sera, oltre a essere bravi e scrupolosi, costavamo anche poco”.
Qual era la Repubblica che trovasti al tuo arrivo nell’87?
“Una corazzata. Aveva già vinto la sua sfida perché c’era stato lo scandalo della P2, che aveva messo in ginocchio il Corriere della Sera come credibilità, e aveva trasformato la scialuppa degli inizi in un giornale che poteva ambire a diventare il primo giornale nazionale”.
Per un ragazzo come te era…intimidente?
“Vorrei vedere! Oltretutto io ero seduto, al grande tavolo a ferro di cavallo, dal lato dell’ufficio centrale, proprio accanto a Scalfari e Magagnini”.
Che ricordi di quelle riunioni?
“Intanto un particolare: Magagnini, che da livornese aveva un carattere fumantino, quando era arrabbiato con Scalfari partecipava a tutta la riunione dandogli le spalle. In fondo alla sala, spesso in piedi, c’erano i grandi collaboratori, che venivano però solo il lunedì: Enzo Biagi, Alberto Ronchey, Miriam Mafai, Alberto Jacoviello, ma c’erano anche personaggi come Alberto Arbasino, Umberto Eco, Gianni Brera”.
Per ascoltare la famosa “messa cantata” di Scalfari…
“Si, durava più di due ore. Era francamente l’esperienza di discussione collettiva più bella ed eccitante a cui abbia assistito in tutta la mia vita. Una vera scuola di giornalismo, una scuola civile, di scelta da che parte stare”.
In anni più recenti Repubblica ha fatto tante campagne, ricordo quella contro la legge bavaglio, le dieci domande a Berlusconi, per la verità sulla morte di Regeni, la piazza per l’Europa, la liberazione di Trentini. All’epoca la vostra Repubblica faceva “campagne”?
"Il giornale aveva un protagonismo politico estremo, per esempio fece una campagna molto dura contro Craxi. Attenzione: non significava scrivere ogni giorno che Craxi era cattivo, ma utilizzare ogni ambito della vita civile, politica, economica e culturale per contrastarlo in nome di una certa idea dell’Italia”.
Perché questo scontro frontale?
“Perché Craxi, e dopo di lui Berlusconi, rappresentava un tentativo di modernizzare l’Italia a cui Scalfari ha contrapposto un altro tentativo di modernizzare il Paese. Quelle riunioni del mattino erano anche un modo per tessere questi fili. Il direttore spesso chiamava in viva voce il leader politico di turno, dal presidente della Repubblica al capo del governo, e si metteva a chiacchierare con lui, con noi tutti in silenzio ad ascoltare”.
E poi?
“Di solito tornava nella sua stanza e dopo trenta minuti ne usciva con l’intervista che lui aveva sbobinato nella sua testa. Nemmeno prendeva appunti, anzi quando gli domandavamo come facesse ci rispondeva: scrivo quello che penso io, perché se lo dico con le mie parole viene meglio di come lo hanno detto loro. Ed era vero, tanto che nessuno ha mai obiettato nulla”.
Com’era la vita in redazione?
“Le giornate erano lunghe, noi redattori capo del centrale eravamo i primi ad arrivare al mattino e gli ultimi a uscire la notte. Finché al timone c’era Magagnini era un vero tormento, c’era un’attenzione estrema ai titoli. Una delle grandi innovazioni di Repubblica era stata proprio la titolazione: birichina, scanzonata, qualche volta faziosa, ma sempre molto immaginifica. Doveva essere ‘poeticamente’ valida, Scalfari diceva che i titoli devono cantare, ‘tan-ta-tan-tan-ta-tan’, non devono essere una cosa piatta. C’era uno stile della casa”.
E come imponevate questo stile?
“Alla sera tutti i capi dei settori portavano le loro pagine all’ufficio centrale, che Scalfari aveva voluto come il vero motore del giornale, e venivano appese su una grande parete in ordine di sfoglio. A noi spettava controllare se il ritmo dei titoli reggeva e spesso li facevamo cambiare, con grande scorno dei capi servizio”.
I vicedirettori che cosa facevano?
“Quando sono arrivato io erano Gianni Rocca e Gianpaolo Pansa, uno dei fuoriusciti dal Corriere. Rocca era molto di sinistra, quasi sempre d’accordo con Scalfari, mentre a Pansa non piaceva l’ortodossia e faceva le bucce a tutti”.
Com’era il clima in redazione, c’era qualche spazio per la goliardia?
“Scalfari era un classico libertino, un figlio dell’Illuminismo parigino, era un continuo scherzare, polemizzare, prendere in giro. Un modo di essere che, dalla redazione, finiva anche sulle pagine del giornale. Quando mi hanno chiesto la differenza tra il Corriere e Repubblica, essendo stato vicedirettore di entrambi, ho risposto così: a Repubblica cercavamo sempre l’aspetto controversiale, pettinando il pelo al contrario, invece il Corriere cercava e cerca prima di tutto di informare, non si pone il problema di che posizione prendere, e questo porta a volta a pettinare per il verso del pelo”.
Scalfari andava sempre dritto o talvolta ammetteva gli errori?
“Era imprevedibile. Da un momento all’altro diceva: mi sono sbagliato, faccio autocritica, le cose stanno in un altro modo. Il giornale era libero, aveva un’identità molto forte ma non aveva una linea fissa. C’era un bel clima”.
Una giornata memorabile?
“Il giorno dell’arresto di Mario Chiesa, all’inizio non capimmo bene, chiedemmo alla redazione di Milano, non eravamo sicuri che meritasse la prima pagina. Alla fine, lo mettemmo come fogliettone basso in prima”.
Era l’inizio di Mani Pulite, un momento di grande successo per il giornale. Come si viveva in redazione?
“Tangentopoli ci aveva dato una grande spinta, si creò uno schieramento di opinione pubblica che andava dall’estrema sinistra all’estrema destra. Questo trasversalismo giovava a Repubblica, era proprio il suo habitat naturale, e forse qualche volta ci siamo fatti prendere la mano, come quando chiamammo Andreotti ‘Belzebù’. Ma la sensazione in quei mesi era proprio quella di partecipare a una vera rivoluzione, di cui forse sul momento non vedemmo tutti i limiti e i pericoli”.