la Repubblica, 18 gennaio 2026
Pisu: “Dalla partita di ping pong con il Che ai reportage per capire il mondo”
Nella redazione Esteri di Repubblica Renata Pisu era invidiata. Si raccontava che da ragazza a Pechino avesse giocato a ping pong con Che Guevara. Lei confermava, ma non la considerava una cosa speciale. Anche ora ride al telefono da Milano. “Era prima della Rivoluzione culturale, noi pochi studenti universitari provenienti dai paesi occidentali eravamo considerati dei fiori all’occhiello da mostrare ai dignitari in visita. Così ci portarono il ‘Che’, allora ministro cubano”.
Dal ping pong con Guevara a Repubblica. Come ci sei arrivata, Renata?
"A Pechino ho studiato per quattro anni. Oltre che con Che Guevara ho giocato anche con il Panchen Lama. Con Bettino Craxi no, lui quando venne non capì neanche che ero italiana, mi parlò in francese... Comunque, dopo l’università, tornai e provai a mettere a frutto quegli anni in Cina. II settimanale Abc mi commissionò una “’Storia fotografica della Rivoluzione cinese’. Internet non c’era e la ricerca fu ciclopica, mi immersi negli archivi per mesi. Quando finii, il direttore Gaetano Baldacci mi chiese: ‘Che vuoi fare nella vita’? lo risposi: ‘La sinologa’. Lui capì che volevo fare la ‘signora’ e mi offrì la loro ‘Posta del sesso’”.
Addio Cina…
"Per un po’ andò bene così. C’era la Rivoluzione culturale e scrivere di Mao era diventato scivoloso, io non ero molto d’accordo, mi tenni lontana dalla Cina. Lavorai con Enzo Tortora. Roma non mi convinceva e andai a Torino, alla Stampa. Dove tornai a occuparmi di Oriente. Era andato via Zucconi da Tokyo, mi mandarono in Giappone per quattro anni, quindi di nuovo in Italia”.
E poi telefonò Eugenio Scalfari?
"La chiamata di Scalfari era una chimera per noi giornalisti. Era il giornale più ambito, quello con cui si poteva fare la differenza. Maurizio Micheli recitava ‘Mi voleva Strehler’ per raccontare i sogni impossibili degli attori, per noi era la stessa cosa. Dicevamo: ‘Mi voleva Scalfari’. Ma mi volle davvero. Non per un articolo di politica estera. Mi telefonò per dirmi che gli era piaciuto molto un mio reportage su delle suore di clausura. Così arrivai a Repubblica nel ’90”.
Hai fatto tanta cronaca prima di tornare agli Esteri…
“Facevo l’inviata e girai per l’Italia. Mi ricordo che coprii il terremoto in Sicilia. Però lì intervistavano me per chiedermi come facessero i giapponesi con tutti i terremoti che hanno. Poi a Scalfari piacque molto una mia proposta a cavallo tra Russia e Cina”.
Il tuo grande racconto dalla Transiberiana…
"Sì, da ragazza ero già stata in treno due volte da Pechino a Mosca. Ma allora l’Urss era in disfacimento e io proposi di raccontare quello che avveniva attraverso le persone che viaggiavano sulla Transiberiana. Così stetti chiusa per una settimana in quei vagoni, naturalmente senza telefono. E fu interessantissimo. Da lì ho cominciato a scrivere di Russia e poi ancora di Cina”.
Come era questo lavoro per una donna?
"Repubblica aveva già altre firme femminili che scrivevano sul mondo, Vanna Vannuccini in Germania ad esempio. In alcuni casi essere una donna apriva posti particolari. In Iran entrai in un carcere femminile. Quando si chiuse la porta, si tolsero tutte il velo e una secondina dall’aria terribile svelò dei ricci biondi a cui teneva moltissimo, mi spiegò come li curava ogni giorno”.
Sicuramente ci saranno state anche situazioni non facili…
“In Ruanda ho dormito in un orfanotrofio dove la situazione era terribile. In Vietnam in un sottoscala inimmaginabile”.
Non hai fatto la “signora” come aveva capito Baldacci, eh?
“Ci sono stati anche magnifici alberghi, naturalmente. Ma dove le condizioni erano dure sia dal punto di vista della logistica che del racconto le scariche di adrenalina mi sostenevano”.
Ricordo i tuoi reportage dalla Cina, dal Giappone e dal resto dell’Asia, dal Balcani, dal Ruanda, dal Messico. Cosa voleva dire scriverli per Repubblica piuttosto che per un altro giornale?
“Ero orgogliosa di scrivere per Repubblica: era il giornale che difendeva i diritti, le idee progressiste, la democrazia, in Italia e all’estero. I dissidenti, le persone che lottavano per la libertà sapevano che avrebbero avuto la loro voce diffusa da un grande quotidiano progressista europeo”.
Repubblica ebbe un grande successo tra i lettori. Cosa la rendeva il giornale da leggere?
"Repubblica non annusava ma costruiva l’aria del tempo. Raccontava i progressisti, la sinistra e anticipava i temi e le battaglie da fare”.
E oggi?
"Oggi il web ha cambiato molto il tipo di lettura. Quando si fa un reportage si parla a lettori che hanno avuto accesso a tante fonti. Ma io credo sia rimasta l’esigenza di leggere reportage che ti facciano entrare dentro le cose”.
Che cosa auguri a Repubblica?
«Di far scrivere giornalisti che sappiano offrire letture profonde per cui occorra del tempo: capire richiede tempo. E che conservi la sua capacità di ispirare chi si batte per le idee progressiste”