la Repubblica, 18 gennaio 2026
Il Board of Peace, l’Onu privata di Donald per pensionare il Palazzo di vetro
Dimenticate Gaza: perché – tranne un breve passaggio nella lettera di invito indirizzata a una sessantina di capi di Stato e di governo – nei documenti che istituiscono il Board of Peace di Donald Trump non ce n’è traccia. Dimenticate Gaza dunque, e sintonizzatevi sul mondo: quello che il presidente americano è convinto di essere destinato a salvare e guidare.
È in questa direzione che, a giudizio unanime degli analisti, si muove il Board of Peace di Trump: un ente – le cui regole e caratteristiche sono state rivelate ieri dal quotidiano israeliano Haaretz – che nelle intenzioni del fondatore dovrà portare pace e prosperità nelle aree del mondo afflitte da conflitti e tensioni.
Più o meno quello che 80 anni fa i 51 Paesi che per primi firmarono la carta istitutiva delle Nazioni Unite si erano dati come obiettivo. E allora suona beffardo il fatto che l’annuncio di Trump sia arrivato nello stesso giorno in cui il segretario generale delle Nazioni Unite ricordava l’anniversario, mettendo in guardia contro «forze potenti» che cercano di «affondare la cooperazione internazionale». «Andiamo avanti, malgrado tutto», ha detto, scuro in volto, Guterres, il cui mandato scade a fine dicembre.
Le parole battagliere del segretario uscente non possono celare il fatto che gli ultimi due anni siano stati i più difficili di sempre per l’Onu: ferita, screditata e indebolita dall’ostilità aperta degli Stati Uniti, che si è concretizzata in pesantissimi tagli ai contributi prima, e poi dall’uscita il 7 gennaio da 31 agenzie, definite «inefficienti, dannose o dispendiose» da Trump in persona. Fra gli enti da cui l’America si è ritirata quelli che si occupano di clima, di ambiente, di donne, di peacebuilding e di protezione delle vittime di conflitti armati e violenza sessuale.
Sono queste agenzie, e tutto il sistema che gira intorno al Palazzo di vetro, che ora Trump punta a rimpiazzare con il suo Board of Peace. Secondo la carta istitutiva, visionata da Haaretz, il Board lavorerà per «ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti», al posto di altre organizzazioni. Pur senza nominarla, il documento critica implicitamente l’Onu, sottolineando la necessità di «un organismo internazionale per la costruzione della pace più agile ed efficace» e aggiungendo che una pace duratura richiede «il coraggio di abbandonare istituzioni che troppo spesso hanno fallito». Nella carta si legge anche che «Donald J. Trump sarà il Presidente inaugurale del Consiglio per la Pace» e non c’è nessun riferimento alla scadenza del mandato, neanche in relazione alla carica di presidente degli Stati Uniti. A Trump è garantito il diritto di essere l’unico a poter invitare gli Stati ad aderire, rinnovare o revocare la loro adesione, di nominare e rimuovere i membri del consiglio e di porre il veto a qualsiasi decisione. Solo una maggioranza dei due terzi garantirebbe agli altri membri il diritto di opporsi alle sue scelte. Ai membri che doneranno almeno un miliardo sarà garantito un seggio permanente. In cima alle priorità della nuova istituzione, scrive il Financial Times citando fonti vicine all’Amministrazione Trump, ci sono l’Ucraina e il Venezuela. Due fra le più complesse crisi militari e politiche del momento.
Che successo potrà avere una simile iniziativa? Le prime reazioni appaiono scettiche: per quanto pochi fra i leader internazionali siano disposti a criticare apertamente Trump – ancor meno probabilmente dopo i dazi imposti ieri a chi si è opposto all’ipotesi di una presa di possesso Usa della Groenlandia – diplomatici e analisti sono perplessi nei confronti di un nuovo ente mondiale supervisionato dagli Stati Uniti. È un po’ come la storia della medaglia del Nobel per la Pace donata qualche giorno fa dalla vincitrice Maria Corina Machado al presidente Usa, che non ha mai nascosto la delusione per non aver ricevuto il riconoscimento al suo posto. Dopo la mossa di Machado il comitato norvegese che assegna il riconoscimento ha fatto sapere in una nota che non basta avere la medaglia per essere considerati vincitori del premio. Mutatis mutandis, il messaggio è lo stesso: puoi farti la tua Onu, ma non sarà mai davvero l’Onu.