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 2026  gennaio 17 Sabato calendario

Khamenei ammette il massacro. Trump: “Serve un nuovo leader a Teheran”

In 37 anni di governo teocratico, Ali Khamenei non aveva mai ammesso la portata della repressione. L’ha fatto ieri, in un discorso alla nazione dopo giorni di proteste, caos e violenza che hanno lasciato senza vita più di 3mila persone, tra cui almeno 150 agenti di sicurezza, con tante vittime ancora non identificate, le famiglie che faticano anche a riavere i loro corpi e il Paese al buio. «Riteniamo il presidente degli Stati Uniti colpevole delle vittime, dei danni e della diffamazione che ha inflitto alla nazione iraniana. Coloro che sono legati a Israele e all’America sono responsabili della morte di migliaia di persone». Ha promesso che «i criminali interni e quelli internazionali non rimarranno impuniti: la nazione iraniana deve spezzare la schiena ai sediziosi».
È un ordine esplicito a non avere clemenza, e peserà sulle migliaia di persone arrestate durante e dopo le manifestazioni, più di 10mila secondo l’ong Iran Human Right. Le parole di Khamenei hanno suscitato la reazione di Trump. «È tempo di cercare una nuova leadership per l’Iran», ha detto il presidente americano dopo che i suoi collaboratori gli hanno mostrato i tweet del rahbar, tra i pochi a poter utilizzare Internet, proibito da una settimana alla maggioranza dei 90 milioni di iraniani. «La leadership è una questione di rispetto, non di paura e morte. Quest’uomo è un malato che dovrebbe governare il suo Paese correttamente e smettere di uccidere persone. L’Iran è il posto peggiore in cui vivere al mondo a causa della sua scarsa leadership».
Sul dossier iraniano Trump ha avuto un comportamento contraddittorio: ha promesso di intervenire a difesa dei manifestanti, li ha persino incitati, prima di fare marcia indietro. Questo, insieme agli appelli del figlio dello scià Reza Pahlavi, ha offerto l’occasione alle autorità iraniane di usare la repressione più brutale accusando i manifestanti di essere parte di un disegno eversivo. Non si può escludere che facinorosi abbiano infiltrato le manifestazioni. Il Financial Times riporta testimonianze dirette dai cortei che descrivono agitatori mescolati ai veri manifestanti, ma lo stesso quotidiano attribuisce alle forze di sicurezza iraniane la vastità del massacro.
Due giorni fa Trump ha persino ringraziato Teheran per aver «cancellato 800 esecuzioni». Nessuno ha chiaro di cosa stesse parlando né chi gli abbia dato l’informazione. Di fatto, in Iran si moltiplicano gli appelli degli ultraconservatori per infliggere la pena capitale ai «rivoltosi» e ieri il procuratore di Teheran, Ali Salehi, ha smentito il presidente degli Stati Uniti chiarendo che «la nostra risposta è decisa, dissuasiva e rapida. Attualmente, un gran numero di casi ha portato a incriminazioni e sono stati inviati al tribunale».
Nelle città iraniane la vita quotidiana ha ripreso in un clima di eccezionalità. Internet resta bloccato, oggi riapriranno le scuole in presenza, ma le lezioni universitarie continueranno online. Tanti si chiedono cosa farà davvero l’America. Trump evoca un cambio politico all’interno della Repubblica islamica, ma ha dimostrato di non volere un collasso dello Stato in Iran. Attraverso contatti formali e informali, Washington sta cercando di capire se l’Iran è davvero pronto a un dopo Khamenei, e che faccia avrebbe l’inizio di una nuova stagione politica.