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 2026  gennaio 17 Sabato calendario

Gnoli: “Successi, debolezze, segreti. Quanta vita in Straparlando”

Antonio, ti devo intervistare: uno Straparlando al contrario. Dov’è il lettino dello psicanalista?
Per me o per te?
Per te ci vuole la cattedra: Francesco De Gregori, da quando lo hai “straparlato”, ti chiama “il preside”.
Non sapeva che “il preside” era Citati per Fellini.
I tuoi Straparlando, nel Paese delle detestabili autobiografie e delle agiografie, sono le biografie, un nobile genere poco coltivato.
Amo le biografie degli invisibili. Provo, con lo Straparlando, a dare o a ridare luce a chi sta nell’ombra, a ristabilire un equilibrio in un genere negletto. Alterno l’emozione e il racconto dei fatti, che però lascio parlare da soli, mai aggredendoli, e sempre con compassione: patire con. La mia ambizione è sapere ascoltare, attento e accogliente.
Le emozioni spiazzano pure te. Ricordo Aldo Tortorella, il principe dei funzionari comunisti, colto, obbediente e grigio. Quando muore qualcuno, assediato dalla prosa funeraria, vado subito a vedere se c’è un tuo vecchio Straparlando. E Tortorella c’era.
Mi aveva raccontato perché nel 1956, dopo l’invasione dell’Ungheria, aveva deciso di non lasciare il Pci. E poi perché il Pci si era opposto alla pubblicazione delle opere di Nietzsche, pur avendone chiara l’importanza. La durezza di quelle scelte sbagliate parlava da sola. Ma poi all’improvviso…
Leggilo.
…mi chiede se ho voglia di salutare la moglie malata. È nella stanza accanto seduta in poltrona. Da quattro anni lotta con la memoria. Provo un senso di tenerezza e di malinconia davanti a questa donna che è stata un’importante giornalista dell’Espresso. Aldo le dice che siamo tutti e tre colleghi. Lei, Chiara Valentini, sorride. Aldo le fa una carezza, quasi per farsi perdonare le due ore in cui non l’ha assistita. Penso all’armonia di questa coppia e alla forza che nasce dal nostro essere indifesi. Chiara mi guarda e tende la mano. Non so se sia felice. La stringe e vorrei abbracciarla. Ma ho paura di rompere un equilibrio delicato e fragile. Mi chiede quando ci rivedremo. Non so. Forse presto, forse mai più. Ma taccio guardandole gli occhi. In fondo, il comunismo di Aldo Tortorella è questa profonda dedizione “alla vita giusta”.
Sono più di ottocento gli Straparlando. Insieme compongono un romanzo della cultura italiana.
Alcuni erano attaccati alla vita e ad altri non fregava più nulla di vivere. Li ho interrogati sui loro successi e fallimenti, sulle loro passioni, spesso erano tristi, e la cosa non so quanto sorprendente era trovare in pari misura la dolcezza e l’odio. Quest’ultimo, in alcune vite disperate, era il solo carburante che restava prima di fermarsi definitivamente. Luca Canali, grandissimo latinista, mi raccontò la sua infelicità: “Non ho mai voluto essere il migliore e se qualche volta è accaduto, la mia mente mi obbligava a ricordare che non ero nessuno”. Poco dopo avrebbe fissato questo autolesionismo in un libro di rara intimità: Autobiografia di un baro.
Erano uomini che, protetti dalla loro sapienza, apparivano intoccabili. E invece…
E invece Quirino Principe, traduttore e musicologo, mi confessò di odiare il proprio corpo e più ancora la natura che lo aveva reso deforme. Si rivaleva con la memoria. Poteva recitare l’intera Divina Commedia, le Elegie Duinesi e La Terra desolata. Diceva: “La cattiveria è il solo antidoto agli zuccheri dell’anima”.
L’odio viene tenuto nascosto, ma prima o poi viene a galla.
Sebastiano Vassalli mi disse: “Bisogna che l’odio maturi per parlarne. Nella cultura italiana due cose io ho odiato: prima della guerra gli ermetici e dopo la guerra Alberto Moravia”.
Il primo Straparlando?
Carlo Bo. Mi convocò a Urbino. Sentiva che era venuto il suo tempo e da cattolico (lo era nel profondo) volle mettere a nudo la sua anima e tutto quello che di sbagliato c’era stato nella sua vita. Fu per me una rivelazione e credo che quella confessione col tempo divenne il mio modo di accostarmi alle parole dell’altro.
Divenne il tuo stile, sei l’inimitabile più imitato. Per colpa tua non leggo più le interviste. Il tuo Straparlando è diventato Sparlando. E ci sono più interviste “intime” che articoli di cronaca “vera”.
È l’intimo usato. Un corteo di pessime, piccole cose, dettagli inutili e parole che stanno diventando mostruose.
Il pettegolezzo senza leggerezza è acidità. I vecchi, come i generali di Longanesi, vivono di ricordi inventati. I morti sono loquacissimi. Il sesso è sporcaccione. Hai creduto davvero a Pupi Avati quando ti raccontò che Helmut Berger improvvisamente gli infilò la lingua in bocca? Ma l’hai guardato bene Pupi Avati?
Non mi sono posto il problema. Era una scena che l’esagerazione liberava dalla pesantezza della verità.
Stupire e stupidità hanno la stessa radice.
È vero, ma lo stupore svela e la stupidità vela.
Quando hai intervistato Giovanni Agosti, il raffinato curatore della nuova edizione di Fratelli d’Italia di Arbasino, hai scritto che in casa ha un elefante di carta di grandezza naturale, ma non hai detto cosa hai pensato vedendolo.
Ho pensato che era il suo inconscio. E avevo ragione.
Quando morì De Simone, la Napoli istituzionale lo glorificò. Mi ricordai che gli avevano negato il teatro e che da vivo lo avevano imbalsamato. E perciò andai a cercare lo Straparlando.
Eccolo: “Mi dovrei incazzare. I miei amici dicono: lascia stare Robe’. Ma io non lascio stare. Napoli mi fa schifo. Sempre meno è la città che avrei voluto, che ho amato e sognato. Eravamo popolo e siamo diventati gente”.
Le piccole biografie di Staparlando meriterebbero il premio Strega, se i premi avessero l’intelligenza. Paolo Poli.
“Ormai mi trattano come una vecchia signora. Tutti mi mandano fiori, e mai nessuno un fioraio”.
 
Pier Giorgio Bellocchio.
“Mio fratello Marco mi fece leggere la sceneggiatura di I pugni in tasca. Gli dissi che era pessima. Ma quando vidi le prime scene del girato, restai sbalordito. Era un film bellissimo. Non sono né orgoglioso né sprezzante. Dopotutto a pochi è concesso il privilegio di non contare niente”.
Manlio Cancogni.
“Il mio mondo è tra queste mura: la poltrona su cui siedo, il tinello dove mangio, il letto in cui dormo. La vita si allunga e gli spazi si restringono”.
Rossana Rossanda.
“A volte ci si complica la vita, e a me accadde con Anna Maria Ortese. L’aiutai a realizzare un viaggio in Unione Sovietica. Tornando descrisse un paese povero e malandato. Non ne fui contenta. Pensai che non avesse capito che il prezzo di una rivoluzione a volte è alto. Glielo dissi. Avvertii la sua delusione. Come un senso di infelicità che le mie parole le avevano provocato. Poi, improvvisamente, ci abbracciammo scoppiando a piangere”.
Rossana Rossanda ti parlò anche della morte di Magri.
“Lucio non era affatto un depresso. Era spaventosamente infelice. Aveva di fronte a sé un fallimento politico e pensava di avere sbagliato tutto. O meglio: di aver ragione, ma anche di aver fallito. Dopo aver litigato tante volte con lui, lo accompagnai a morire in Svizzera. Non mi pento di quel gesto. E credo anzi che sia stata una delle scelte più difficili, ma anche profondamente umane”.
Enzo Bettizza.
“Il mondo sta cambiando a una velocità impressionante. Ne avverto la distanza. Non da colui che corre, ma da me che lo guardo correre”.
Marina Jarre.
“L’Italia è un paese che non sa invecchiare e per questo non trova le forze per ringiovanire”.
Mario Bortolotto.
“Con Adorno feci un viaggio in macchina in Sicilia. Parlammo tutto il tempo di canzoni. Amava la canzonettistica napoletana. A un certo punto cominciò a cantare Funiculì funiculà”.
Franca Valeri.
“I miei due soli grandi amori sono stati Vittorio Caprioli e Maurizio Rinaldi, due persone diversissime salvo che nel tradimento. Erano specialisti in adulterio”.
Enzo Mari.
“Mi dicono che somiglio a Ezra Pound. Dopo gli ottant’anni tutti somigliano a Ezra Pound”.
Leonardo Sciascia.
Lo ricordo a tavola nella sua campagna. C’erano la moglie Maria, che aveva fatto la pasta al forno, e Marcelle Padovani che un certo punto disse: “Chiediamo anche a Maria”. Si parlava di letteratura. Ci fu un attimo di silenzio e poi parlò Sciascia: “Maria, dì qualcosa”. E Maria si alzò e andò in cucina.
Apparteneva a un mondo antico.
La sua forza fu raccontarlo. E con quale chiarezza. È la sorpresa di tanti grandi scrittori, fare del loro piccolo mondo il nostro mondo.
Dicono che hai intervistato più uomini che donne.
Purtroppo è vero.
Tu non avevi il fuoco sacro del giornalismo.
No, ho studiato filosofia e poi matematica, mi piaceva l’epistemologia e poi ho acchiappato la fortuna del giornalismo culturale, casualmente e sommessamente.
Non è messo bene il giornalismo.
No, ma senza correre grandi pericoli non ci si salva.