corriere.it, 18 gennaio 2026
Silicon Valley, la patrimoniale del 5% spaventa i miliardari: e la fuga dalla California si organizza su Signal
Il terrore che corre lungo la Silicon Valley non è provocato dallo scoppio di una bolla speculativa, ma da una sigla burocratica: 25-0024. È questo il codice dell’iniziativa referendaria depositata presso il Segretario di Stato della California che ha appena ottenuto il via libera amministrativo per avviare la raccolta firme. Se i promotori riusciranno a raggiungere la soglia necessaria entro la primavera, a novembre gli elettori voteranno un referendum su una misura fiscale senza precedenti: un prelievo una tantum del 5% sul patrimonio netto degli individui con una ricchezza superiore al miliardo di dollari.
L’obiettivo di questa patrimoniale californiana è raccogliere circa 100 miliardi di dollari per sanare i conti dello Stato, ma l’effetto immediato è stato quello di innescare il panico tra le colline di Atherton (il codice postale più ricco d’America) e gli uffici di Palo Alto.
Il conto dei patrimoni stellari della Silicon Vally
Per comprendere la portata sismica della proposta basta prendere la calcolatrice e applicare l’aliquota ai patrimoni attuali dei residenti più illustri. Se la legge entrasse in vigore oggi, Mark Zuckerberg si vedrebbe recapitare una cartella esattoriale da oltre 11 miliardi, una cifra superiore al bilancio annuale di molti piccoli stati sovrani. Jensen Huang, il ceo di Nvidia che ha visto la sua fortuna esplodere grazie all’intelligenza artificiale, dovrebbe staccare un assegno da oltre 8 miliardi.
Il gioco sulle azioni (e le speculazioni)
Non si tratta solo di cifre astronomiche, ma di un problema strutturale: questi patrimoni non sono liquidità ferma in banca, ma azioni. Per pagare un conto simile, i fondatori sarebbero costretti a vendere in blocco enormi quote delle loro società, con il rischio non solo di deprimere il titolo in borsa, ma di diluire la presa sulle proprie creature, indebolendo quella governance ferrea che spesso caratterizza le aziende guidate dai fondatori.
Il dibattito dell’élite tecnologica (sui social)
È proprio questo scenario da incubo finanziario che ha mobilitato l’élite tecnologica su due fronti. Il primo è quello carbonaro: secondo inchieste di The Information e Puck News, la resistenza si sta organizzando all’interno di chat criptate su Signal. Miliardari come David Sacks, investitore di Craft Ventures e membro della storica «PayPal Mafia», definiscono la misura non una tassa ma una confisca. Mentre Palmer Luckey, fondatore di Anduril, sottolinea l’assurdità di dover liquidare asset produttivi per finanziare la spesa corrente dello Stato.
Ma è sul fronte istituzionale che la protesta ha assunto i toni più duri. A farsi portavoce del malcontento è sceso in campo Alex Spiro, il celebre avvocato delle star noto per difendere clienti del calibro di Jay-Z e Elon Musk, che peraltro da tempo ha trasferito la residenze e le aziende in Texas. Spiro ha inviato una lettera formale al governatore Gavin Newsom per conto di diversi miliardari rimasti anonimi, lanciando un avvertimento inequivocabile: se la misura dovesse passare, i suoi assistiti lasceranno la California in modo immediato e permanente, trascinando lo Stato in una battaglia costituzionale destinata a durare anni.
La fuga dei miliardari dalla California
La minaccia dell’avvocato Spiro non è un bluff, ma si inserisce in un esodo di capitali che è già realtà. Il pioniere di questa diaspora è stato Peter Thiel, ex co-fondatore di Pay Pal e poi di Palantir. Il celebre venture capitalist ha abbandonato la Silicon Valley già nel 2018 per trasferirsi prima a Los Angeles e, di recente, davanti allo spettro della patrimoniale, emigrando definitivamente a Miami. A conferma che non si tratta di una vacanza, i registri elettorali della contea di Miami-Dade consultati da Business Insider mostrano che Thiel si è registrato per votare in Florida, recidendo ogni legame fiscale con la Costa ovest.
Thiel ha aperto la strada, ma altri giganti hanno seguito rotte ancora più distanti. I fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, i cui patrimoni combinati sfiorano i 500 miliardi, rischierebbero teoricamente un prelievo congiunto di quasi 25 miliardi di dollari. Giocando d’anticipo, forse anche per questo Page ha ottenuto la residenza in Nuova Zelanda e Brin ha trasferito il suo family office a Singapore.
Tra i primi a lasciare la California, figura Larry Ellison, che ha eletto la sua residenza principale nell’isola di Lanai, alle Hawaii. Non si è limitato a comprare una casa: nel 2012 ha acquistato circa il 98% dell’intera isola per 300 milioni. Il cambio di residenza fiscale ufficiale, però, è avvenuto più di recente, nel 2020, quando ha comunicato ai dipendenti di Oracle che avrebbe spostato la sede della compagnia in Texas e che lui personalmente si sarebbe trasferito alle Hawaii, usando Zoom per lavorare. Insomma, una scelta di vita diversa.
A rendere il clima incandescente non è solo l’aliquota del 5%, ma una trappola temporale che rischia di rendere la fuga tardiva inutile. Il testo dell’iniziativa prevede infatti che l’obbligo fiscale scatti per chiunque risultasse residente in California al 1° gennaio 2026. In altre parole, la tagliola è già scattata: chi non ha spostato la residenza prima dell’inizio dell’anno si trova teoricamente già nel mirino del fisco, anche se dovesse trasferirsi domani.
A questo si aggiunge lo spettro della cosiddetta «Exit Tax», un meccanismo che estende la tassazione al patrimonio accumulato durante il periodo di residenza anche anni dopo l’addio. È la combinazione di queste clausole che ha portato i costituzionalisti a citare ironicamente la canzone degli Eagles, parlando di una «tassa Hotel California». Recita infatti un verso della celebre canzone: «Puoi lasciare la stanza quando vuoi, ma non puoi mai andartene davvero».
Lo scontro ideologico sulla patrimoniale
Il dibattito californiano non è isolato, ma riflette uno scontro ideologico che ha già infiammato l’Europa. Un precedente illustre si trova in Francia, dove l’economista Gabriel Zucman, guru della giustizia fiscale e allievo di Piketty, ha teorizzato modelli simili ispirando le piattaforme politiche della sinistra. Una delle ipotesi più discusse Oltralpe prevedeva proprio una tassa patrimoniale del 2% sui grandi patrimoni superiori ai 100 milioni di euro: una manovra che, secondo le stime, avrebbe generato un gettito di circa 20 miliardi. La proposta ha scatenato reazioni feroci, simili a quelle della Silicon Valley, con Bernard Arnault, patron di LVMH e uomo più ricco d’Europa, che ha bollato queste politiche come catastrofiche per l’economia, evocando lo spettro di un crollo degli investimenti e di una fuga di massa dei capitali francesi.
La fragilità del bilancio statale
La posta in gioco per il Golden State è altissima. Nonostante alcuni, come lo stesso Huang, giurino ancora fedeltà all’ecosistema della Valley, i numeri del bilancio statale raccontano una fragilità strutturale. I dati fiscali mostrano che l’uno per cento più ricco della popolazione versa quasi la metà di tutte le imposte sul reddito della California. Se le minacce legali di Spiro e le strategie su Signal dovessero concretizzarsi, il tentativo di incassare 100 miliardi dai titani del tech potrebbe trasformarsi nel più grande autogol fiscale della storia dello Stato.
Per finire sulla scheda del novembre 2026, i promotori devono raccogliere centinaia di migliaia di firme valide (solitamente intorno alle 600.000-800.000) entro la primavera. Quindi, non è ancora sicuro che si voterà, ma la mobilitazione serve proprio a contrastare questa fase: per evitare che raccolgano le firme, facendo contro-informazione, o preparandosi alla guerra elettorale se ci sarà il referendum.