Corriere della Sera, 18 gennaio 2026
Le ragioni all’origine della crisi degli infermieri
Si sa da tempo: negli ospedali italiani mancano almeno 60mila infermieri, secondo stime della Corte dei Conti. In media, ci sono 4,64 unità ogni mille abitanti, ben al di sotto degli altri Paesi europei. Un rapporto ancora più basso in Regioni quali Lombardia, Campania e Sicilia, come rileva lo studio di Agenas-Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali sul personale del Servizio sanitario nazionale, pubblicato a settembre 2025 (dati riferiti al 2023).
La carenza di infermieri è una questione annosa, esplosa con l’emergenza Covid: unita all’impossibilità per le Regioni, negli anni passati, di superare i tetti di spesa per il personale dipendente, ha alimentato il fenomeno dei cosiddetti «gettonisti», professionisti reclutati anche all’estero tramite società di somministrazione del lavoro e cooperative, che di solito li pagano per i turni che svolgono. Mancano stime ufficiali sugli infermieri che lavorano «a gettone»; si sa, però, che la tendenza a utilizzarli è in crescita anche nel 2024: l’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac), analizzando la spesa di Asl e ospedali per il ricorso all’esternalizzazione di personale medico e infermieristico nel Ssn, registra un aumento del valore di contratti e accordi stipulati, nonostante la fine della pandemia e una legge del 2023 che stabilisce l’uso dei «gettonisti» solo come extrema ratio(si veda box in alto). Gli infermieri a gettone sono reclutati soprattutto in Regione Lombardia, seguita da Abruzzo e Piemonte.
Intanto, continua la fuga degli infermieri dal Servizio Sanitario Nazionale e ogni anno perdiamo migliaia di professionisti. Solo nel triennio 2020-22 si sono dimessi volontariamente quasi 17mila dipendenti, secondo i dati del ministero della Salute.
I motivi? Diversi. Sfiancati da oltre due anni di pandemia, pur essendo già pochi in corsia devono sostenere carichi di lavoro gravosi per la carenza di organici, per esempio facendo turni straordinari per riempire buchi, anche di notte e nei festivi. E cresce il burnout, stato di «esaurimento» dovuto allo stress da lavoro. Non aiuta il clima sempre più conflittuale nell’ambiente di lavoro dovuto all’aumento delle aggressioni verbali e anche fisiche. Quanto agli stipendi, restano tra i più bassi in Europa. «Siamo pagati in media il 20% in meno rispetto agli altri Paesi europei, come rileva il rapporto Health at aGlance 2025 (Ocse)» dice Andrea Bottega, segretario nazionale di Nursind, il principale sindacato degli infermieri. «Se si vuole rendere più attrattiva la professione per mantenere vivo il sistema sanitario pubblico è necessario investire sugli infermieri italiani, a partire dalla remunerazione, senza trascurare carriera e conciliazione dei tempi di vita e lavoro».
Tra quelli che lasciano il Servizio sanitario c’è chi preferisce andare a lavorare all’estero, dove condizioni salariali e organizzative sono più vantaggiose; c’è, poi, chi sceglie di lavorare nel privato, attratto da remunerazioni più elevate riconosciute per le prestazioni interinali o anche, a parità di condizioni economiche, per riuscire a conciliare lavoro e vita privata.
Le previsioni per il futuro non sono incoraggianti: in uno scenario demografico segnato dal progressivo invecchiamento della popolazione, nel prossimo decennio è previsto un drastico calo di personale, senza un adeguato ricambio generazionale. Secondo i calcoli di Agenas, tra il 2026 e il 2035 almeno 78mila infermieri dipendenti del Ssn raggiungeranno l’età pensionabile. I nuovi laureati potrebbero non bastare per compensare le uscite: nel 2022 si sono laureati solo 16,4 infermieri ogni 100mila abitanti. E la professione non attrae più i giovani: da qualche anno, rileva Agenas, c’è una progressiva riduzione delle domande di iscrizione ai corsi di laurea in Scienze Infermieristiche, nonostante l’aumento del numero di posti a bando. Nel 2024, i candidati sono stati appena sufficienti a coprire i posti disponibili.
Nel frattempo, per far fronte alla carenza, spesso si ricorre a infermieri provenienti dall’estero. Durante l’emergenza Covid sono state introdotte deroghe per il riconoscimento delle qualifiche sanitarie estere: basta dimostrare l’iscrizione all’albo dello Stato di provenienza o di aver conseguito la qualifica professionale; ma non tutti hanno il nostro percorso formativo universitario. Grazie a queste misure, le Regioni hanno potuto reclutare professionisti di Paesi dell’Unione Europea ed extra-UE; e possono ancora farlo poiché la deroga, con la Legge di Bilancio 2026, è stata ulteriormente prorogata fino al 31 dicembre 2029.
«Il problema della carenza non si risolve con interventi tampone né prorogando all’infinito l’esercizio della professione in deroga, per chi arriva dall’estero e non transita attraverso gli Ordini del territorio» sottolinea Barbara Mangiacavalli, presidente Fnopi, Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche. «Da Ente sussidiario dello Stato chiediamo il rispetto dei requisiti formativi e la verifica delle competenze».
Oggi in Italia sono quasi 20 mila gli infermieri «non certificati», secondo le stime di Fnopi, che chiede di istituire elenchi speciali per infermieri in arrivo da altri Paesi al fine di garantire conoscenza della lingua, verifica di competenze e requisiti formativi, indice di qualità dell’assistenza. E poi, conclude Mangiacavalli, occorre «valorizzare gli infermieri che esercitano in Italia» pure con «strumenti che favoriscano il rientro di professionisti che hanno lasciato il Paese, migliorando le condizioni lavorative ed economiche».