Corriere della Sera, 18 gennaio 2026
Libri, incontri, lucciole, destino. I miei 90 anni da «scriverone»
Il periodo più brillante della mia carriera scolastica fu la prima classe elementare rurale, a Pedona, comune di Camaiore, più di ottant’anni fa.
Per mia madre era quasi un inconveniente: le mancavano i soldi per farmi studiare; così finii in Seminario e ci rimasi tre anni.
Quando uscii non era chiaro cosa si potesse fare di me e per questo, con l’aiuto di mio nonno, che continuava il lavoro di cuoco (anche se, data l’età, avrebbe dovuto smettere da tempo), si decise che continuassi con gli studi.
Ma non ero più tanto bravo.
Al Liceo Machiavelli di Lucca studiavo poco e male, anche se avevo delle curiosità; il Preside disse a mia madre: «Stupido non è, ma gli mancano le basi, i fondamenti».
Ancora oggi quel giudizio mi sembra tra i più azzeccati.
Nelle sere d’estate correvo dietro alle «lucciole dal fuoco al culo» (questo il nome toscano completo) e quando ne catturavo una la mettevo sotto un bicchiere rovesciato.
Al mattino, in luogo della lucciola morta, trovavo sotto il bicchiere qualche spicciolo.
C’è chi ha chiamato il denaro sterco del diavolo; per me a quei tempi era merda delle lucciole.
Prendevo uno o due di quegli escrementi metallici e li introducevo nella fessura del mio salvadanaio.
Cominciò con quel piccolo orcio una relazione destinata a esercitare sulla mia vita e i miei alterni umori un’influenza non trascurabile: quella col denaro.
Più tardi avrei scoperto che non eravamo fatti l’uno per l’altro; ma rompere ogni rapporto avrebbe comportato, e comporterebbe ancora oggi, inconvenienti notevoli.
Da ragazzo avevo letto molto, specie i librini grigi della prima Bur, che erano economicissimi.
La letteratura era qualcosa che ogni tanto mi capitava d’incontrare sulla mia strada, ma non pensavo di scrivere qualcosa di mio; più serio e urgente era guadagnarmi da vivere.
Ero cresciuto e dovevo trovare un lavoro.
La mia prima esperienza come magazziniere portò disordine e caos nell’azienda di intimo femminile che mi aveva assunto: intere plaghe dell’Italia rimasero a corto di mutandine e reggiseno; mi chiedevo se sarei mai riuscito a guadagnarmi da vivere.
Ormai ho novant’anni e quella paura mi angustia di meno: non so come, ce l’ho quasi fatta.
Ero ormai convinto che provvedere a me stesso e percepire uno stipendio non fosse alla mia portata.
Fu a quel punto che la Mondadori mi affidò un lavoretto (scrivere due righe a volume per un catalogo) e quei distici furono giudicati accettabili; subito dopo mi commissionarono il risvolto di un libro di poesia, La storia delle vittime, di Alfonso Gatto.
Conservo quel volume con la dedica di Gatto: «A Giovanni Mariotti, colonna dei risvolti, ala da Nazionale» (i risvolti venivano chiamati anche «alette»).
Nelle sartorie parigine dell’Ottocento esistevano gli addetti alla petite oie, cioè agli accessori. Avevo trovato la mia strada: quello di addetto alla petite oie editoriale, che qualche anno più tardi Gérard Genette avrebbe chiamato «paratesto».
In quel periodo conobbi Franco Maria Ricci: cercava qualcuno che aiutasse la sua incipiente casa editrice – il cui punto di forza risiedeva nella grafica e nella riproduzione di immagini – a presentarsi sulla scena anche in forma scritta.
Ricci mi propose di dirigere una collanina, «La Biblioteca Blu», che apparve con la mia firma e un po’ fece conoscere il mio nome.
Paolo Milano, il critico letterario de «L’Espresso», suggerì a Livio Zanetti di farmi collaborare.
A quel punto era diventato chiaro che il mio destino aveva a che fare con i libri; avevo ormai quasi quarant’anni e mi parve appropriato scrivere, nei ritagli di tempo, cose mie, di natura possibilmente «letteraria».
Se di «letteratura» si trattava, quello che scrivevo doveva essere non solo scritto bene, ma anche in modo diverso da com’è scritto bene un articolo di giornale.
Quell’intenzione mi fruttò Matilde, che fu molto recensito e molto applaudito.
Lo avevo promesso a Calasso per Adelphi, ma nel frattempo il mio figlio adottivo, Sandro Mariotti D’Alessandro, aveva avviato una sua casa editrice, Anabasi, e mi sembrò giusto darlo a lui.
Quando, da lì a una decina d’anni (Anabasi non esisteva più), Adelphi lo ristampò col titolo Storia di Matilde, Calasso accompagnò le prime copie con un biglietto: «Matilde è tornata a casa».
L’idea era stata di scrivere la storia della mia famiglia (una famiglia di persone semplici: ero il primo ad avere finito le elementari) usando frasi lunghe da cui in quel momento mi sentivo attratto; andando avanti mi accorsi, non senza un po’ di stupore, che la frase poteva essere una sola e priva di punteggiatura, senza che la chiarezza del racconto ne soffrisse.
Avevo letto un saggio di Leo Spitzer sulla sua vita, vale a dire sull’arte di passare da un argomento a un altro in modo scorrevole e senza intoppi; con la mia frase mi sembrò di avere risolto il problema: potevo cambiare argomento, ma anche spostare la storia da un secolo a un altro in modo quasi insensibile, anche più di una volta nella stessa pagina.
In questi giorni la curiosità mi ha spinto a consultare la voce Giovanni Mariotti su Wikipedia e mi sono reso conto di avere scritto molto più di quel che ricordassi.
«C’est en forgeant qu’on devient forgeron, c’est en écrivant qu’on devient écriveron»: «Forgiando si diventa forgeroni, scrivendo si diventa scriveroni».
Novant’anni hanno fatto di me uno «scriverone»; destino che la casa editrice Palingenia ha ufficializzato mettendo in cantiere una collana dedicata alle Opere di Giovanni Mariotti.
Nella mia vita non mi sono limitato a scrivere qualche libro, ne ho anche sottoposto a editing e qualche volta riscritto altri.
La mia tardiva ambizione sarebbe diventare l’editor delle Opere di Giovanni Mariotti.
Purtroppo non so quanto tempo e quanta salute mi restino per riscrivere da vecchio quello che ho scritto da giovane… relativamente giovane.