Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 18 Domenica calendario

Intervista a Paolo De Chiesa

Sciare con Paolo De Chiesa è una lezione di leggerezza e di stile. Lo stesso di quando era il più giovane della Valanga Azzurra: 52 volte nei primi dieci, 12 volte sul podio, mai però sul gradino più alto. Forse gli è mancata la ferocia del vincitore; certo gli sono mancati tre anni di carriera. All’epoca la sparizione di De Chiesa dalle piste non fu spiegata. Ora Paolo ha scritto un libro con il giornalista Sergio Barducci, «Ho sfiorato il cielo» (Minerva), per svelare il segreto della sua vita.
De Chiesa, qual è il suo primo ricordo?
«Ho quattro anni, sono a Cervinia, metto gli sci per la prima volta, e cado rovinosamente nella neve. Perdo gli sci, gli scarponi, resto a piedi nudi, mamma e papà accorrono preoccupati; ma io rido. Rido senza riuscire a smettere. Imparai allora che non è importante cadere, ma rialzarsi».
Lei non è un montanaro, viene da una famiglia borghese di Saluzzo.
«Mio padre aveva uno studio dentistico all’avanguardia, venivano specialisti dall’America per imparare da lui, e lui frequentava i dentisti di Hollywood, da cui andavano Marilyn Monroe e Paul Newman. A dodici anni mi portò alle Olimpiadi di Grenoble, a vedere il mio idolo: Jean-Claude Killy. Ho fatto il liceo classico e due anni di università: medicina a Genova. Ma non volevo stare con i dottori. Volevo stare con gli atleti. Lanciarmi a tutta velocità nelle discese. E quando non avevamo gli sci correvamo come pazzi con la moto o in macchina».
Eravate la Valanga Azzurra.
«Un gruppo di amici. Certo, quando ti trovavi a tavola con gli altoatesini, che parlavano tedesco stretto, potevi sentirti a disagio. Così il primo con cui feci amicizia fu Piero Gros, piemontese come me: divenne il mio compagno di stanza. Un fratello di un anno e mezzo più grande. Alto, forte, i capelli biondi lunghi: una via di mezzo tra una creatura mitologica e Gérard Depardieu».
Il più grande però era Gustav Thoeni. La sua rimonta nella seconda manche dei Mondiali 1974 a St. Moritz resta la più strepitosa di sempre.
«Ne fece una ancora più clamorosa; ma la vedemmo soltanto noi, perché non c’era la televisione. Sun Valley, Idaho, marzo 1975. Thoeni deve vincere lo slalom per affiancare Stenmark e Klammer in testa alla classifica di Coppa del Mondo e giocarsela nel parallelo finale».
Il mitico parallelo della Val Gardena.
«Ma dopo la prima manche a Sun Valley Gustav è solo ottavo. Lo ricordo seduto nella neve, a guardare i bagliori di luce che filtravano tra i pini. Sembrava un capo indiano in meditazione. Stava memorizzando la pista, i movimenti. Non ho mai visto in vita mia un uomo più concentrato. Nella seconda manche Gustav Thoeni massacrò tutti, anche Gros e Stenmark» (non resisto e telefono a Thoeni per farmi raccontare la sua versione. Lui all’inizio minimizza, dice di non ricordare bene, e insomma che sarà mai. Poi un po’ si commuove. Si fa passare De Chiesa, si salutano con affetto).
La Valanga Azzurra era nata a Berchtesgaden, il 7 gennaio 1974: primo Gros, secondo Thoeni, terzo Erwin Stricker, quarto Helmuth Schmalzl, quinto Tino Pietrogiovanna, detto l’Elicottero perché sciava a braccia larghe.
«Erwin Stricker era la persona più simpatica che abbia mai conosciuto. Faceva il cameriere sullo Stelvio. Un giorno arrivarono a tavola gli azzurri di sci e lui disse a Mario Cotelli, il ct della Valanga: mettimi alla prova e te li batto tutti. Cotelli all’inizio rise: “Portaci la polenta!”. Poi si lasciò incuriosire. Stricker in allenamento fece meraviglie, e fu preso in squadra. Schmalzl invece era il saggio. Lo chiamavamo il filosofo. Era di Ortisei, la sua lingua era il ladino, ma con noi si sforzava di parlare italiano. Ogni tanto, quando esageravamo con le nostre follie, tipo affrontare i tornanti in sbandata controllata sulla neve con la macchina da rally di Fausto Radici, ci guardava storto: era il segnale che bisognava smettere».
Il discesista più forte era Herbert Plank.
«Meraviglioso. Faceva il contadino, tra un allenamento e l’altro andava a fare il fieno, a badare agli animali».
Lei esplose giovanissimo.
«Vinsi i Giochi della Gioventù, il trofeo Topolino che era un campionato mondiale giovanile, gli Europei juniores».
De Chiesa oro in speciale, Stenmark in gigante.
«Cotelli venne a dirci: “Abbiamo un problema. Ho visto un ragazzo svedese che scia senza far rumore”. Era Ingemar».
Siete nati a quattro giorni di distanza: lei il 14 marzo 1956, lui il 18 marzo. Una bella disdetta: gareggiare tutta la vita contro lo slalomista più forte di ogni tempo.
«Una fortuna e un privilegio, invece. Senza di lui avrei vinto qualche gara. Ma lui mi ha costretto sempre a migliorarmi. Ci siamo stati subito simpatici. Ogni anno mi fa gli auguri mandandomi un selfie con la foto del podio di Madonna di Campiglio: 17 dicembre 1974, lui primo, io secondo a 14 centesimi, terzo Radici».
Radici si suicidò.
«Non si è mai capito perché. Era un uomo colto, ironico, veniva da una famiglia di grandi imprenditori della chimica. Aveva un occhio di vetro per una malattia superata da bambino, e ci giocava su: un giorno salimmo su un pullman strapieno, Stricker gli chiese se c’era posto per tutti, lui si tolse l’occhio, lo sollevò in aria e disse: “Via libera!”. Si ritirò presto per dedicarsi al lavoro, aveva un’etica fortissima, l’idea di dover lasciare a casa degli operai lo turbava molto. Me lo spiego così».
Alle Olimpiadi di Innsbruck 1976 lei non andò.
«Ero il numero 6 al mondo dello slalom, ma ero il quinto italiano; e si correva in quattro. Il vero torto lo subii nel ’78 ai Mondiali di Garmisch: ero tra i favoriti, ma Cotelli mi escluse a favore di Thoeni perché poteva ancora vincere il bronzo nella combinata. Così a me diede il pettorale di apripista».
E lei?
«Prima pensai a uno scherzo. Poi glielo lanciai in faccia. Una lite feroce. Lui minacciò di non convocarmi per lo slalom successivo di Coppa, a Chamonix; poi mi chiamò, perché sapeva che avevo ragione. Arrivai terzo, davanti a Thoeni e Gros. Poi andai da Cotelli e gliene dissi di tutti i colori».
Lei aveva 22 anni ed era fortissimo. Poi, nell’ottobre di quel 1978, la sua carriera si interrompe. Che cosa accadde?
«Ero fidanzato da quattro anni con una ragazza di Cortina, ma il nostro amore stava finendo. Scoprii solo dopo che aveva una storia con un pilota di motocross. Questo finalmente spiega perché andava sempre a vedere le gare di cross... Una sera siamo a cena insieme a casa di amici, vicino a Busto Arsizio. Avevo deciso di chiudere, aspettavo la fine della serata per dirglielo. A tavola c’è un tizio che non conosco, che a un certo punto tira fuori una pistola e la mette sul tavolo».
Una pistola?
«Una Smith&Wesson calibro 38, un’arma devastante. Gli dico di non fare lo stupido e di metterla via. Solo dopo scoprii che era il fratello di quel pilota di motocross. Ero nella Guardia di finanza, conoscevo le armi, ci stavo attento. Ma la mia ragazza prende in mano la pistola, e mi fa: “Che, hai paura?”. Credo avesse bevuto, forse anche fumato. In quel momento mi chiama la padrona di casa. Io mi giro, e quel piccolo spostamento mi ha salvato la vita».
Perché?
«Perché la mia ragazza mi ha sparato in faccia».
Per errore?
«Non credo. Il grilletto di una calibro 38 non si spinge facilmente. La pallottola mi attraversò la parte sinistra del collo e si conficcò nel muro. Era passata a 15 millimetri dalla carotide e a 14 millimetri dalla spina dorsale. Sono vivo per miracolo».
Come reagì?
«Portai la mano sinistra alla nuca e la ritirai sporca di sangue. Mi accasciai a terra. Realizzai che avevo un foro nel collo. Mi si era fermato il respiro, pensai: sto morendo».
E poi?
«Sono figlio di un medico, ho studiato medicina; capii che dovevo reagire, andare in ospedale. Attorno a me tutti erano immobili. Solo la padrona di casa salì con me in macchina. Misi in moto continuando a tamponare il sangue della ferita, arrivammo in ospedale a Gallarate, entrai al pronto soccorso a razzo: “Aiutatemi! Mi hanno sparato, sto morendo!”. Mi risvegliai il giorno dopo nel lettino del reparto chirurgia. Davanti a me c’era un poliziotto».
Lei cosa gli disse?
«Che era partito un colpo mentre stavo pulendo la pistola».
E lui?
«Rispose: “Sono convinto che qualcuno le abbia sparato e lei ora lo voglia coprire. Ma siccome dall’alto arriva l’ordine di chiudere il caso, faccio finta di non capire, e di accettare questa versione assurda”».
Da chi arrivava l’ordine?
«Non l’ho mai saputo. E questa storia mi ha cambiato la vita. Tante domande mi hanno tormentato per anni: perché quel bullo portò la pistola? Perché la mise sul tavolo? Perché era carica? Perché la mia ragazza la prese e mi sparò? Perché nessuno mi ha aiutato? Perché nessuno mi ha mai chiesto scusa?».
Ha più parlato con quella ragazza?
«Mi telefonò, anni dopo, per dirmi che le cose non erano andate come pensavo io. Ma lasciamo perdere. Non feci denuncia, non volli rovinarle la vita come lei aveva rovinato la mia».
Come mai non si seppe nulla? Lei era un atleta importante.
«La versione ufficiale parlava di un esaurimento nervoso. E io stavo male davvero. Un medico mi disse: “Vedremo quali danni ha provocato la pallottola, potrebbe aver causato una paralisi”».
Non fu così.
«Ma fu comunque terribile. Il dolore. Lo choc. La testa che girava vorticosamente. Non riuscivo più a parlare, a studiare, a dormire; figuriamoci ad allenarmi, a gareggiare. Persi dodici chili. Il momento peggiore era la notte».
Cosa succedeva la notte?
«Incubi. Angoscia. Emicranie. Mi giravo e mi rigiravo nel letto, fino a entrare in un sorta di limbo. Poi, quando tutti dormivano, il dolore tornava a trovarmi, finché dalle persiane non filtrava la luce del nuovo giorno. Si chiama sindrome da stress post-traumatico. Parli, e ti sembra che stia parlando un altro. La vista è offuscata, non riesci a leggere una riga. Il ronzio nelle orecchie non si ferma mai, non riesci ad ascoltare gli altri. Ti isoli dal mondo. E poi il dolore che lacera, annienta, toglie il respiro. Ero ridotto a una larva d’uomo».
Come ne è uscito?
«Mi ha aiutato il ricordo di nonno materno, Piero Ferraris, che ha fatto due guerre, la Libia e la Prima guerra mondiale, e fu ferito da una pallottola che gli si fermò nella schiena, accanto alla spina dorsale. Suo fratello, Luigi Ferraris, cadde sul Monte Maggio nell’agosto del 1915, lo stadio di Genova porta il suo nome. E mi ha aiutato la fede. Dio non aveva voluto che morissi; dovevo fare buon uso della mia vita. Ne parlai con mio cugino, frate Mario, che oggi è vescovo. Trovai conforto in un altro religioso, don Almo, che viveva in Val Maira, sulle mie montagne cuneesi. E ricominciai a fare quello che sapevo fare meglio: sciare».
Così riprese le gare.
«Nessuno sapeva cosa mi era capitato. Non volevo pensassero che fossi finito. Provai il parallelo di Natale, ma sullo sparo della partenza mi bloccai, non riuscivo più a muovermi. Ho vissuto tre anni di sofferenze inenarrabili. Mi ero scoperto vulnerabile a una cosa che prima non conoscevo: la paura. Mi ritrovavo a pensare: meglio morire che vivere così».
Ma poi è tornato sul podio della Coppa del Mondo.
«Ricominciai con pettorali molto alti, scendevo su piste rovinate. Ma nel dicembre 1981, più di tre anni dopo lo sparo, mi sbloccai: terzo a Madonna di Campiglio, dopo Stenmark e Phil Mahre. Sul podio mi sciolsi in un pianto liberatorio, tra le braccia di Piero Gros».
Ma non è mai riuscito a vincere.
«Ai Mondiali di Schladming 1982 sentii lo speaker annunciare che avevo il miglior tempo intermedio; temetti di uscire, rallentai, finii quarto a 5 centesimi dalla medaglia di bronzo. Alle Olimpiadi di Sarajevo 1984 andò tutto storto: al villaggio olimpico non c’era più posto nella casa degli italiani, mi mandarono con i canadesi che però non avevano slalomisti, per loro i Giochi erano finiti; festeggiarono tutta la notte, e non chiusi occhio. Il giorno dopo scivolai su un grumo di neve. Sentii una mano sulla spalla: era il mio idolo, Jean-Claude Killy, che mi consolava, “ti rifarai alla prossima Olimpiade”. “No Jean-Claude, alla prossima Olimpiade non arrivo” gli risposi».
Restavano i Mondiali di Bormio 1985.
«Avevo la febbre e le ossa rotte. Mi proposero un ricostituente, un integratore. Ma mi ricordai di quando, a inizio carriera, un massaggiatore mi aveva dato una pastiglietta rossa, “per farmi respirare meglio”: era un’anfetamina che mi rese nervoso come un cavallo, anche se poi feci il secondo tempo di manche dietro al solito Stenmark. A Bormio rifiutai. Chiusi con un dignitoso sesto posto».
Ha fatto in tempo a sciare con Tomba.
«Nell’estate precedente la mia ultima stagione di Coppa del Mondo arrivò in squadra un ragazzo di diciotto anni, un bolognese molto simpatico: era Alberto. All’inizio aveva qualche mossa che non ci piaceva, tipo alzare il ditino dopo l’arrivo, ma poi diventammo molto amici. Quasi un fratello più piccolo. Ancora adesso ci sentiamo spesso. Nella mia seconda vita da commentatore tv, ho raccontato tutte le sue vittorie: una gioia straordinaria».
Lei è molto amato come commentatore. Ma come slalomista avrebbe potuto fare di più, con un po’ di fortuna e senza quello sparo.
«Probabilmente sì. Non sono stato un vero campione, un vincitore. Però mi sento un vincente. Ho fatto quello che volevo fare nella vita. Dalla mia ex moglie Simonetta ho avuto due figli che adoro, Nicola e Francesca. Ho ritrovato l’amore con Alessandra. E sono sopravvissuto. Per questo ho deciso di raccontare la mia storia in un libro. Se qualcuno leggendolo troverà dentro di sé la forza per superare una crisi, sarà per me la più preziosa delle vittorie. In fondo sono rimasto quel bambino di quattro anni che rideva dopo essere caduto nella neve. Nessuna caduta va considerata una disfatta, ma un punto di partenza per la rivincita».