Corriere della Sera, 18 gennaio 2026
Come si sommerebbero alle aliquote già esistenti e con quali conseguenze
1 Perché i dazi annunciati da Trump rischiano di essere economicamente dirompenti?
I dazi del 10 e poi del 25% per Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia si aggiungerebbero a quelli già in vigore: oggi al 15% per i sei Stati Ue e la Norvegia e al 10% per il Regno Unito. L’aliquota effettiva salirebbe così rispettivamente fino al 40 e al 35%, livelli nettamente superiori ai margini medi di profitto dell’industria, compresi tra 5 e 12%.
2 Quali sarebbero i contraccolpi diretti?
L’impatto sarebbe ampio ma diseguale. La Germania subirebbe il colpo maggiore, soprattutto su automotive e meccanica, difficilmente sostenibili con dazi al 40%. In Francia sarebbero colpiti aerospazio, agroalimentare, lusso e chimica. Danimarca e Paesi Bassi ne risentirebbero su farmaceutica, chimica e agroalimentare, mentre l’Olanda vedrebbe colpito anche il ruolo di hub logistico. In Svezia e Finlandia, macchinari, trasporti, carta e chimica supererebbero rapidamente la soglia di sostenibilità. La Norvegia sarebbe penalizzata soprattutto su prodotti ittici, metalli ed energia, mentre il Regno Unito vedrebbe colpiti automotive e farmaceutica, ora in una fase di limitata diversificazione post-Brexit.
3 Quale l’impatto sull’economia complessiva?
L’effetto sarebbe progressivo ma non lineare. Un primo aumento ridurrebbe gli scambi di alcuni punti percentuali, con costi inizialmente assorbiti nei margini. Il salto verso aliquote tra 35 e 40% cambierebbe natura alla misura: con scambi Ue–Usa in beni oltre gli 800 miliardi di euro l’anno, l’export diretto diventerebbe antieconomico, con contrazione dei flussi e aumenti dei prezzi negli Usa stimabili tra 8 e 20%.
4 Quali le conseguenze politiche e istituzionali?
La Ue potrebbe reagire con ritorsioni per miliardi di euro, aprendo un’escalation. Sul piano strategico, dazi di questa entità tra alleati metterebbero sotto pressione la Nato, che non prevede sanzioni economiche interne, portando a un deterioramento della fiducia transatlantica.