Corriere della Sera, 18 gennaio 2026
Copenaghen, Nuuk migliaia in strada per resistere al «conquistatore»
A mezzogiorno, almeno 6-7 mila persone si ritrovano nella piazza del municipio di Copenaghen. Niente e nessuno avrebbe potuto prevedere le nuove minacce di Donald Trump: vi seppellisco sotto i dazi se non mi date la Groenlandia. Nemmeno «l’orologio mondiale», custodito nel Palazzo del Comune in mattoni rossi, che pure è in grado di stabilire i calendari dei prossimi 570 mila anni. Tutto sommato, impresa più semplice che indovinare le mosse trumpiane.
L’appello ad accorrere in piazza non arriva dal governo della Danimarca o dai partiti, bensì da associazioni a sostegno della Groenlandia. Tra le più attive, la Uagut («Organizzazione nazionale per gli abitanti della Groenlandia in Danimarca»); «Giù le mani», «Inuit» (l’etnia degli indigeni nell’Isola) e «Action Aid Denmark». Ci sono state mobilitazioni in altre città danesi, ad Aarhus, Alborg e Odense, ma soprattutto anche a Nuuk, la capitale della Groenlandia. Il primo ministro Jens-Frederik Nielsen sarebbe dovuto rimanere a Copenaghen fino a domani. Ma ieri ha piantato in asso la delegazione dei parlamentari americani in visita nella capitale danese, per tornare a casa, mettersi alla testa del corteo e scandire i due slogan più popolari: «La Groenlandia non è in vendita» e il vecchio, collaudato ed evidentemente tornato a nuova vita: «Yankee, go home». Dietro il trentaquattrenne Nielsen si sono incamminati circa 5 mila cittadini: vale a dire il 10% dell’intera popolazione.
A Nuuk e a Copenaghen, centinaia e centinaia di bandierine si stagliavano con i colori brillanti sullo sfondo di un cielo grigio e intristito da una gelida pioggerellina. Le insegne della Danimarca, la croce cristiana bianca in campo rosso, si mescolano con quelle della Groenlandia, banda bianca, «come i nostri ghiacci» spiegano i manifestanti, e rossa, aggiungono, come la luce riflessa dall’oceano e dai fiordi. Forse. Più che le bandiere, parlano i cappellini. Il talento degli organizzatori è fuori discussione. Sono uguali a quelli dei Maga, ma, naturalmente, la scritta non è «Make America great again». La più politica, e quindi la più gettonata, è: «Make America go away»; la più urticante e anche la più spiritosa: «Make America smart again», un’America di nuovo intelligente.
È una protesta trasversale sia sul piano politico che generazionale. Giovani coppie con i bambini al seguito; pantere grigie con una lunga storia di militanza; abitanti di una città che nel centro storico mette in mostra solida stabilità economica.
Il sentimento dominante sembra l’indignazione. Molti si sono portati un cartello da casa, un semplice pezzo di cartone da imballaggio o un foglio con le scritte a pennarello. «La Groenlandia non è in vendita». O «Giù le mani». Ce n’è uno più articolato: «Il popolo della Groenlandia non può essere convinto con le tangenti a diventare parte degli Stati disuniti d’America». Qualcuno si fa trascinare dall’orgoglio: «La Groenlandia è già grande»; qualcun altro scivola nell’insulto: «Trump, tu non hai bisogno della nostra terra, ma di uno psichiatra».
Le parole, gli slogan, la partecipazione emotiva paiono dimostrare ciò che i media danesi sottolineano da diversi giorni. L’arroganza trumpiana, la pretesa neo coloniale di poter comprare un territorio e gli esseri umani che ci vivono, hanno compattato la politica e una società finora solcate da divisioni sempre più profonde. Tutti i principali partiti, compresa l’opposizione, compresa la destra, compresi i simpatizzanti di Trump, sono ora allineati con il governo. Tutti respingono l’idea che si possa mercanteggiare sull’ Isola nell’Artico, «Territorio speciale del Regno di Danimarca».
Per il momento, dunque, la strategia del presidente americano e dei suoi consiglieri si è rivelata fallimentare. Nello stesso tempo, però, non si vede come risolvere questa crisi. Anche la delegazione parlamentare Usa, guidata dal senatore democratico Chris Coons, ieri ha lasciato mestamente Copenaghen, con la promessa che il Congresso proverà almeno ad arginare il presidente.