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 2026  gennaio 17 Sabato calendario

Intervista a Filippo Timi

Ha vissuto mille vite Filippo Timi. «Ma la miseria è sempre quella», stempera lui con quella voce che ha scaldato tanti ruoli. A muoverlo è un lavoro di ricerca che lo fa scendere in profondità, con ogni personaggio. Per poi risalire nella consapevolezza che «si combatte sempre, tutti, contro il limite: fisico quando desidereresti volare, emotivo quando desidereresti amare...».
Lei come ha cercato di superare i limiti?
«Prima con il teatro: devi incarnare i ruoli, immaginarti in altre situazioni. Ma alla fine le paure sono sempre quelle, sia che tu sia Amleto o un Amleto nato a Ponte San Giovanni, vicino alla superstrada. Da bambini il buio è uguale per tutti: che tu viva in un castello o in una baracca, finisci per avere paura dei mostri».
Quali sono i suoi?
«La solitudine. Prima pensavo: quando diventerò famoso non mi sentirò più solo. Non è così. Anzi, torni a casa e non hai una famiglia per l’aver sacrificato tutto per il lavoro. Il gioco vale la candela?».
Risponda lei.
«Certo che vale. Io sono obbligato: se mi levi l’arte mi trasformo in un vecchietto che porta in giro il cane. Che va bene, ma i miei lavori sono i miei figli, le mie propaggini».
Una di queste è «I delitti del BarLume», dai gialli di Malvaldi, con cui è su Sky (l’ultimo appuntamento lunedì su Sky Cinema e Now). Un progetto che prosegue dal 2013.
«Il BarLume è il rapporto più lungo che abbia mai avuto nella vita. Ci vogliamo tutti bene sul set. Crescendo diminuisce la presunzione».
È stato presuntuoso?
«All’inizio devi, se nessuno crede in te. Quando ho portato in scena il mio primo spettacolo mi chiedevo se fossi il prossimo Shakespeare».
Il 28 gennaio torna al Parenti di Milano con Amleto².
«Dopo 15 anni. È come rifare il percorso della mappa del tesoro e scavare più in profondo. Il mio protagonista è stanco della ripetizione, di interpretare un copione che non è il suo. Chiunque si chiede come uscire da un destino che non sente suo è Amleto».
Lei che bambino è stato?
«Ero un animaletto brado, sensibile, volevo fare le ruote sul prato anziché giocare a calcetto. Non volevo essere catalogato. Quando ho avuto la prima fidanzatina, mi dicevo: dopo di lei non amerò più».
Invece?
«Per fortuna non più con tutta quella illusione. Quando non conosci niente è solo proiezione, meraviglia. Sono felice che quel sentimento non si sia sporcato con un bacio. Solo poi ho scoperto che l’amore è bello e complicato...».
Le piace la complicazione?
«Per me l’arte è come mio figlio, quindi chi si avvicina a me deve amare me e mio figlio e accettare che lo metterò sempre al primo posto».

Nel 2016 si era sposato (con Sebastiano Mauri): credeva potesse essere per sempre?
«Tanto, era un sogno. Poi le cose evolvono ed è sciocco rimanere ancorati a un’idea: lì è la volta buona che si crepa. La vita è movimento. Conta come reagisci al cambiamento».

«Avevo 34 anni. Come il giovane Mussolini avevo quella fame, quella spregiudicatezza. Dissi a Bellocchio che vedevo Mussolini come uno attraversato da un fiume nero. Io sono sempre stato buono».
Si definisce così?
«Un mio amico, verso i vent’anni, mi disse: “Tu sopravvivrai perché sei buono”. Ci rimasi male: volevo essere Terence, quello stronzo e fichetto, non Anthony, quello gentile che muore (sono i personaggi di Candy Candy, ndr.). Ma alla fine era vero».
Chi ha creduto in lei?
«Tutti i registi che mi hanno fatto lavorare anche senza che avessi fatto una scuola».
Ha mai reso il favore?
«Faccio laboratori di recitazione e ho voluto fossero tutti gratis: con me non paghi».
I suoi saranno orgogliosi.

«Mia mamma tiene fissa la tv sul BarLume per sentire la mia voce. E io mi tocco, perché sembro morto. “Mamma – le dico – chiamami!”».

La sua voce è tra le più amate. Lo avrebbe detto?
«Ero balbuziente, la voce era un tabù. Come uno che crede di avere i piedi brutti».
C’è un suo film cui è più affezionato?
«Non ho mai rivisto nessun mio film. Per me quando è fatto poi sono fatti suoi, si faccia una famiglia, è maggiorenne, vada nel mondo».
C’è qualcuno con cui vorrebbe lavorare?
«Sabrina Ferilli: è la prima che mi viene in mente ora, mi sembra simpatica. Vorrei lavorare con lei e Miguel Bosé diretti da Almodóvar».
Un film del cuore?
«Cantando sotto la pioggia: da bimbo mi incantava. Appariva Gene Kelly e dicevo: oh, spunta il sole. Ballava, non era mai aggressivo... io ho un papà che non mi ha mai abbracciato... con quel film volavo».
Ha visto che numeri fa al cinema Zalone?
«Ripeto quello che mi dice la mia vicina di casa Simonetta, estetista e, con il marito, scambista: c’è posto per tutti. Sono fan di Zalone: ha tempi comici straordinari e azzecca il racconto di una certa Italia».
È uscito Sorrentino. Vorrebbe essere diretto da lui?
«Ma magari, è un super genio, scrive da Dio, gira da Dio... mi offenderei se mi dicesse: ti faccio leggere un copione. Non voglio sapere niente, dimmi che devo fare».