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 2026  gennaio 17 Sabato calendario

Eugenio Glücksmann, la dignità, anche nel lager

«Mi aggiro ciondolando per il lavatoio, ed ecco Steinlauf, il mio amico quasi cinquantenne a torso nudo che si strofina collo e spalle, con scarso esito (non ha sapone) ma con estrema energia. Steinlauf mi vede e mi saluta, e senza ambagi mi domanda severamente perché non mi lavo. Perché dovrei lavarmi? Starei forse meglio di quanto sto? (…) Ho scordato ormai, e me ne duole, le sue parole dritte e chiare, le parole del già sergente Steinlauf dell’esercito austroungarico (…) che appunto perché il lager è una gran macchina per ridursi a bestie noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza (…) che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso».
Così Primo Levi in Se questo è un uomo descrive Eugenio Glücksmann – rinominato Steinlauf – conosciuto durante la detenzione nel campo di Fossoli e con il quale aveva condiviso il convoglio di deportazione e, per tre mesi, la baracca ad Auschwitz, come racconta egli stesso nel novembre del 1945 in una lettera alla moglie di Glücksmann, Enrichetta Weiss.
Il 22 gennaio in via Foppa 61 a Milano verrà posata una Pietra di inciampo a lui dedicata. Glücksmann era nato in Ungheria nel 1890 e si era poi trasferito a Vienna dove aveva sempre lavorato nel commercio della seta. Era arrivato in Italia, a Milano, nell’estate del 1938 con la moglie e la figlia Elena di 10 anni; uno dei tanti ebrei stranieri giunti sperando di trovare un rifugio dall’espandersi della legislazione antisemita. Milano fu scelta perché qui viveva dal 1921 il fratello di Eugenio, Andrea, che aveva sposato un’italiana, Temide Rigola.
Il decreto legge 1381 del 7 settembre 1938 stabiliva che gli ebrei stranieri arrivati dopo il 1919 avrebbero dovuto lasciare il Paese entro sei mesi: a poche settimane dal loro arrivo i Glücksmann erano costretti a ripartire. Il rifugio sperato si trasformava in una trappola ed essi erano ancora in Italia quando, dopo l’entrata in guerra, venne decretato l’internamento di tutti gli ebrei stranieri che ancora non avevano lasciato il Paese. Glücksmann fu inviato dall’8 agosto 1940 nel campo di Manfredonia, in provincia di Foggia, poi venne trasferito a Tossiccia, in provincia di Teramo e da qui nel febbraio del 1941 a Civitella del Tronto, sempre in provincia di Teramo. Dopo molte richieste al Ministero dell’Interno per potersi avvicinare alla famiglia, nel settembre del 1942 fu trasferito a Cantù, in provincia di Como, in internamento libero, cioè isolato e controllato dalla polizia ma non detenuto in un campo; qui si ricongiunse alla moglie e alla figlia.
Dopo l’8 settembre e l’inizio delle deportazioni i Glücksmann provarono ad organizzare la fuga in Svizzera. Proprio il giorno prima della partenza Eugenio fu arrestato per una delazione; moglie e figlia sfuggirono fortunosamente all’arresto perché erano dal dentista. Eugenio fu detenuto fino a fine gennaio nel carcere di Como, venne poi trasferito nel campo di internamento di Fossoli dove gli giunse, il 12 febbraio, la notizia che moglie e figlia erano riuscite ad arrivare in Svizzera. Dieci giorni più tardi, il 22 febbraio, fu deportato ad Auschwitz.
Primo Levi nella lettera già citata del novembre 1945 raccontava ad Enrichetta: «…nonostante la differenza di età siamo diventati assai amici; io ero al corrente delle relazioni epistolari che il sig Eugenio era riuscito a mantenere con Lei e lo ho qualche volta aiutato a redigere in italiano le lettere a lei dirette. Si è sempre mantenuto in buona salute (salvo un leggero edema ai piedi e qualche piaga provocata dalle calzature inadatte) ed è stato di appoggio morale e di aiuto per molti di noi. Verso il principio del dicembre 1944 è riuscito a farsi ammettere come contabile in un ufficio, ottenendo così un trattamento nettamente migliore (fino ad allora aveva lavorato in un kommando di verniciatori)».
Le lettere di Eugenio non sono giunte fino a noi, ma abbiamo le lettere che la cognata Temide scriveva in Svizzera alla moglie di lui dopo averne ricevuto notizie. Labili tracce che creavano potenti legami. Scriveva ad esempio Temide nell’aprile 1944 di avere ricevuto una cartolina da Eugenio in cui le comunicava di essere ad Auschwitz e di «star bene». È probabile che per queste brevi missive valga quello che Primo Levi scrisse a Bianca Guidetti Serra appena liberato: «Non credere a quanto ho potuto scrivere da Monovitz; l’anno passato sotto le SS è stato spaventosamente duro a causa della fame, del freddo, delle percosse, del pericolo costante di essere eliminato in quanto inabile al lavoro»; eppure contribuirono a «portare testimonianza», come Steinlauf/Glücksmann aveva raccomandato a Levi nel lavatoio.
Le lettere poterono arrivare in Italia poiché Glücksmann conobbe ad Auschwitz Giuseppe Nai, un lavoratore italiano assunto dalla IG Farben nel 1941: «Il signor Nai – scriveva ancora Temide – si è preso la responsabilità di mandarci, quando appena può, notizie del nostro caro parente e noi dobbiamo essergli grati. Anche lui non può scrivere molto (…) né le vostre lettere gli giungeranno e se potrà scrivere anche a voi, tanto meglio ma, ripeto, abbiate moltissima prudenza per non arrecare danno e a lui e tanto meno ad Eugenio».
Nel maggio del 1945 Giuseppe Nai, riuscito a fuggire in gennaio da Auschwitz, andò a trovare Temide: «Ci disse che aveva preparato la fuga anche per Eugenio ma che egli non volle partire perché per lui la cosa aveva pericoli assai maggiori. Inoltre, dato che si sentivano già i cannoni dei russi, sperava di essere presto liberato». Le parole di Levi a novembre confermano quelle di Nai: «Il giorno 17 gennaio 1945, assieme con tutti gli altri prigionieri in grado di camminare, è partito verso Gleiwitz scortato dai tedeschi in ritirata. E da allora non ho più avuto sue notizie (…) personalmente ritengo che una certa speranza sia ancora da conservare, ma sappiamo che gran parte di coloro che furono trascinati via da Monowitz ebbero a soccombere a causa dei disagi del trasporto. Eugenio è stato per me un vero amico e vorrei con tutto il cuore saperlo rientrato in famiglia».
Così non è stato. Da giovedì 22 gennaio quel sampietrino sul selciato di via Foppa ci ricorderà la sua storia e ci racconterà che la sua volontà di negare il consenso al progetto di annullamento totale voluto dai nazifascisti e il suo sforzo quotidiano per non perdere la dignità sono giunti fino a noi.