Corriere della Sera, 17 gennaio 2026
I big del Pd appesi alle deroghe di Elly
C’è una lista di 37 parlamentari nel Pd che rischiano di essere esodati nel 2027.
Per quei deputati e senatori dem che hanno raggiunto il limite delle tre legislature inizia una lunga e logorante attesa in vista delle prossime elezioni: pezzi da novanta del partito e delle istituzioni per un posto in lista dovranno sperare nella «deroga», che è la formula concessa dallo statuto per aggirare la regola sui mandati. È vero che manca più di un anno alle urne ma c’è un motivo se «nel Pd c’è già tanto movimento», come rivela uno degli interessati. E la presenza della lista lo testimonia. Insomma, sarà più facile un’intesa con Meloni sulla legge elettorale che un accordo interno con Schlein sui parlamentari da salvare.
E già c’è chi si attacca alla lettera del regolamento, che anni fa venne adeguato alla bisogna. Furono Franceschini (tanto per cambiare) e Fioroni (altra vecchia volpe diccì) a darne l’interpretazione autentica. Nello statuto si parla della «durata» dei mandati, perciò la prima scappatoia è il calcolo dei 180 mesi. E infatti Orfini lo ricorda: «Ho fatto tre legislature ma nel 2027 non arriverò ai quindici anni». Quindici anni che peraltro devono essere «consecutivi», altrimenti si torna a essere «novizi», come nel caso di Cuperlo a cui è stata affidata la Fondazione dem. Così tutti i possibili esodati si affannano a studiare i nove commi dell’articolo 28 del regolamento.
Si legge lo statuto e si adopera la calcolatrice. L’ex presidente della Camera Boldrini confida nella ricandidatura perché starebbe dentro i limiti per 4-5 mesi, se alle urne si dovesse andare nella primavera del 2027. Sono i peones i più preoccupati non certo «gli astronauti», soprannome che nel partito viene affibbiato a «quelli che in vista delle elezioni atterrano dalla luna nelle liste». Il capogruppo Boccia prova a stemperare il clima: «È chiaro che ci saranno dei criteri per le deroghe. Penso agli ex ministri», sorride con un tocco di fair play. Perché la deroga riguarderà anche i capigruppo. E lui al Senato, come Braga alla Camera, hanno già quattro mandati consecutivi.
Insieme a loro dovrebbero dunque trovar posto quanti sono stati al governo. Nell’ordine: Fassino (sette legislature); Franceschini (6); De Micheli e Madia (4); Guerini e Speranza (3). E il resto? Alcuni non accettano di essere inseriti tra i possibili esodati. Tabacci, sette mandati alle spalle, si tutela definendosi «un alleato del Pd, perché sono tornato in Parlamento con la lista del Centro democratico fatta insieme a Di Maio. E quindi mi sento ancora in campo». Il caso più delicato riguarda Casini, undici legislature consecutive, l’ultima raggiunta con l’elezione da indipendente in un collegio di Bologna: l’ex presidente della Camera difficilmente accetterebbe di essere candidato sotto il simbolo dei dem.
A far di conto, stilato l’elenco le deroghe sono però già al limite dell’overbooking. Secondo lo statuto infatti i posti a disposizione sarebbero una decina. Il taglio avverrebbe nonostante la legge elettorale proposta dal centrodestra «ci garantirebbe una ventina di seggi in più tra Camera e Senato in caso di sconfitta», come spiega un autorevole dirigente del Pd. Il terrore si mescola alla rassegnazione tra gli oppositori della segretaria, «che potrebbe sfruttare l’occasione per falcidiare l’area riformista». Per questo al momento la preoccupazione maggiore di una parte dei dirigenti è capire quali regole d’ingaggio userà Schlein: «Che criteri si adotteranno per le liste? Chi le farà? Deciderà solo la segretaria o si costituirà un tavolo? Farà un’infornata di candidati provenienti dalla Cgil? Opterà per i compagni della prima ora? È questo oggi che inquieta».
La lista dei 37 è solo la punta dell’iceberg. D’altronde è una storia che si ripete a ogni cambio di leader. Giorni fa alcuni autorevoli dirigenti del partito, chiacchierandone in Senato, hanno ricordato cosa avvenne quando il Pd si presentò per la prima volta alle elezioni con Veltroni segretario: «Non furono ricandidati in tanti. Violante, De Mita, Mattarella».