Corriere della Sera, 17 gennaio 2026
Machado, la mossa del Nobel a Donald per legarlo al futuro del Venezuela
«María presidenta! María presidenta!», gridano i sostenitori di Marí Corina Machado. Gran parte dei finanziamenti al gruppo di Machado giungono dagli esuli venezuelani negli Stati Uniti o in Spagna: a decine erano venuti a vedere la loro «Libertadora» a Washington. Ma stavolta Machado non dice, convinta, «io sarò la presidente del Venezuela», come fece a giugno in un’intervista con Sara Gandolfi per il «Corriere della Sera». Dopo aver passato una vita a lottare contro il chavismo e avere unito l’opposizione, ora che Nicolas Maduro è stato rovesciato e sarebbe il momento di raccogliere i frutti, Trump le preferisce l’ex vicepresidente del dittatore, Delcy Rodríguez – e nel giorno in cui la riceve alla Casa Bianca, manda il capo della Cia, John Ratcliffe, a incontrare Rodríguez a Caracas per consolidare il rapporto di fiducia. Così ieri in conferenza stampa presso il think tank Heritage Foundation, quando le viene chiesto se con Trump abbia parlato di una transizione che porti lei alla presidenza, Machado risponde: «Non riguarda me, ma la volontà del popolo del Venezuela».
La «donna de hierro» è costretta a fare un passo indietro, almeno dal punto di vista retorico, per continuare a coltivare il legame con Trump. Non ha molte carte, direbbe Trump (ha detto il 3 gennaio che le manca «il rispetto e il supporto» per governare in Venezuela) ma è pronta a giocarsi quelle che ha in mano. Tutti sanno che Trump voleva il Nobel e lei glielo consegna: la medaglia è inserita in una cornice d’oro e circondata da elogi per «il suo coraggio che non verrà mai dimenticato dal popolo venezuelano» e per «la sua straordinaria leadership nel promuovere la pace, la diplomazia, la libertà e la prosperità». Lei non è certo la prima: l’ad di Apple ha donato al presidente una targa con la base d’oro a 24 carati; un gruppo di miliardari svizzeri un orologio d’oro da tavolo Rolex e un lingotto. Un antropologo della Columbia University, Aldo Civico, ci scrive che secondo lui quella di Machado non è adulazione o sottomissione: è un «gesto simbolico che vincola il potere» (Trump) alle sue responsabilità verso i venezuelani, nel lungo periodo. Il presidente di certo ha gradito, ma per ora l’unico risultato concreto è che vuole «continuare a parlarle». Molti nella cerchia di Trump gli dicono che i cambi di regime sono troppo rischiosi: ieri Machado non era l’unica leader dell’opposizione a fare una conferenza stampa a Washington; a dieci minuti di distanza parlava il principe iraniano Reza Pahlavi.
I tempi sono lunghi e lei lo sa. A noi giornalisti parla di «primi passi verso una vera transizione alla democrazia», un processo «complesso» dopo 27 anni di chavismo, «che può essere difficile e imperfetto ma sarà irreversibile»; dice che siamo in una fase in cui «il regime è costretto a smantellare se stesso cominciando dal sistema repressivo: i centri di tortura devono essere chiusi, i giornalisti liberi… una volta che questi passi si realizzeranno eventualmente avremo elezioni libere». Machado sembra giustificare anche l’incontro della Cia con Rodriguez: essendo in controllo della struttura repressiva, «di certo ha informazioni di grandissimo valore». E conta sul Papa: «Non solo è preoccupato per la persecuzione dei nostri vescovi e preti ma sta aiutando e supportando un processo di transizione».
E a proposito di carte, la 58enne figlia della ricca borghesia di Caracas e «pasionaria» di destra, sceglie di parlare presso il think tank conservatore Heritage Foundation e sposa la nuova strategia di sicurezza nazionale Usa sull’emisfero occidentale. «Il 3 gennaio 2026 è stata raggiunta una nuova pietra miliare», dice della cattura di Maduro. Promette che il Venezuela guidato dall’opposizione sarebbe il migliore alleato Usa, mentre «Rodríguez è una comunista, alleata di russi, cinesi e iraniani». Con Trump ha anche usato la carta delle elezioni rubate: «Abbiamo parlato di come la sovranità popolare si è espressa in Venezuela e come il regime ha rubato i risultati, e lui può certamente immedesimarsi». È arrivata a dirgli che non è vero che Rodríguez controlla le forze armate («Sono all’80% con noi, ma sono terrorizzate dal sistema repressivo»). Ma su questo la valutazione della Cia resta differente.