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 2026  gennaio 17 Sabato calendario

Marie Darrieussecq: "Ci vorrebbe un’amica per dimenticare il patriarcato"

Che «donna non si nasce, ma si diventa» lo scriveva nel 1949 Simone de Beauvoir nel Secondo sesso, proprio all’inizio della sezione sull’«esperienza vissuta». Ed è proprio in onore di quell’opera seminale che Marie Darrieussecq, che Crocetti sta ripubblicando (da recuperare il bellissimo Essere qui è uno splendore, sulla pittrice tedesca Paula M. Becker), ha deciso di intitolare il suo ultimo romanzo Fabbricare una donna. Francese originaria di un paesino basco, ex psicoanalista, traduttrice di Virginia Woolf («lei e de Beauvoir sono le mie due gambe», dice), aveva debuttato con il botto nel 1997 con Troismi, la scioccante storia di una ragazza che si trasforma in scrofa (a un certo punto Godard voleva anche farne un film), un successo così vasto da permetterle di fare la scrittrice a tempo pieno. Fabbricare una donna racconta dell’amicizia tra Rose e Solange (i nomi che Marie avrebbe voluto dare alle figlie), ragazze diversissime: la prima «brava soldatina del patriarcato» sposa in abito bianco il fidanzatino del liceo e fa tutto alla perfezione, la seconda, quella punk, ha un figlio a 15 anni e se ne va dal villaggio per diventare attrice. Nella terza parte, le due si riuniscono, e capiamo che nonostante una sia stata un’amica migliore e l’altra un’ingrata, si sono sempre volute bene.
Perché questo verbo, «fabbricare»?
«Il titolo, come mi capita spesso, è venuto prima del libro. È un chiaro riferimento a de Beauvoir, anche se nel tempo mi sono resa conto che più che “diventare” donne, veniamo “fabbricate"».
Da chi?
«Dagli uomini, fatte di pezzi che non si incastrano alla perfezione, come Frankenstein. Negli anni ’80, quando si svolge la storia, se eri donna dovevi essere sì emancipata, ma non troppo; andare a letto con chiunque, ma non essere una puttana; indipendente, ma gentile. Ho due figlie, e mi pare che le cose oggi non siano molto diverse: devi essere carina, ma avere un aspetto naturale; lavorare, ma prenderti cura dei figli. Fa venire il mal di testa».
Cosa le manca degli anni ’80 e ’90?
«Nulla! Sono stati orribili, anche se i giovani oggi li idealizzano. Salverei la musica e anche la moda, che era interessante. Nel mio villaggio, quando riuscivo a procurarmi un bel paio di jeans o una bella maglietta era un evento. Non avevamo molta scelta, così ci inventavamo i nostri vestiti come fa Solange, che taglia le gonne. Ma non provo alcuna nostalgia per la straordinaria dominazione maschile di quel periodo, che trovavamo naturale anche se ci opponevamo. I ’90 poi sono stati particolarmente bui sia per l’AIDS, sia per la reazione negativa contro il femminismo delle nostre madri, che avevano ottenuto il diritto alla contraccezione e all’aborto».
Che ragazza è stata lei?
«Sono stata educata credendo di avere gli stessi diritti di un ragazzo, ma non era vero e non lo è mai stato. Un esempio. Tutte le donne hanno l’esperienza di essere molestate per strada, e Troismi era nato proprio dalla rabbia per quella violenza alla quale nulla mi aveva preparata: ero stata cresciuta a libertà, uguaglianza e fratellanza, ma la fratellanza non è sorellanza. Noi donne eravamo cittadine di seconda classe e lo siamo ancora: in Francia la nostra tessera di previdenza sociale inizia con il numero 2, quella degli uomini con 1. Ma perché?».
Che cosa hanno di lei Rose e Solange?
«Frequentavo moltissimo i locali notturni di Bordeaux come Solange, ma per fortuna non ho avuto figli a 15 anni. E, come Rose, ero un’ottima studentessa, e dovevo esserlo perché dato il mio background non avevo molte altre alternative».
Pensa che si scriva abbastanza dell’amicizia femminile?
«In Italia c’è L’amica geniale di Elena Ferrante, che devo ammettere di non essere riuscita a finire. In Una stanza tutta per sé, Woolf scriveva che il romanzo del futuro racconterà di Chloe e Olivia che hanno allestito un laboratorio di chimica per trovare una cura per l’anemia, ma non ce ne sono molti, nemmeno oggi, di romanzi così. È stata la femminista Monique Wittig a dire che il lesbismo potrebbe far saltare il patriarcato, perché si tratta di donne che non hanno bisogno degli uomini. Più in generale, io penso che tutti i tipi di amicizia femminile siano un ottimo antidoto al patriarcato, perché ci rende più forti e ci permettere di resistere a ciò che gli uomini si aspettano da noi: che siamo passive, che stiamo zitte e che ci lasciamo sfruttare».
Le piacciono gli uomini dei suoi romanzi?
«Molto, perché uno dei modi per creare un mondo diverso è essere uomini che abbracciano la propria fragilità. Del romanzo amo soprattutto Christian, che all’inizio non riesce a fare l’amore con Rose: è importante dire che non è vero che a 16 o 17 anni sei per forza uno stallone. Non sempre riesci a fare sesso, e questo è meraviglioso. È la pornografia che mente».
Quali elementi della sua infanzia ha inserito?
«I luoghi, le case, i piccoli dettagli dell’arredamento. Vivevo davvero in quei posti e i personaggi sono frutto delle persone che ho conosciuto mischiate all’immaginazione. La contrapposizione tra villaggio e grande città è qualcosa che ho sperimentato nel mio corpo, quel desiderio di voler partire, ma anche l’amore per la propria terra. Io mi ritengo profondamente basca, e tutti i miei libri in fondo sono ambientati nello stesso posto, in questo villaggio immaginario e reale».
Anche i fantasmi sono importanti.
«È vero. In tutti i miei romanzi c’è sempre un bambino morto, ma che in qualche modo è presente. Prima che io nascessi, i miei genitori avevano perso il loro primo figlio. A lungo lo avevano tenuto segreto, poi in qualche modo, molto dignitoso e silenzioso, erano riusciti a sopravvivere. È stato quel bambino a rendermi scrittrice, grazie all’insopportabile silenzio che c’era in casa e a quel fantasma, e credo davvero che se non avessi iniziato a scrivere sarei impazzita».
È vero che proviene da una stirpe di streghe, come ha detto in un’intervista?
«Avevo una prozia che faceva muovere i tavolini, mentre mia madre e mia nonna hanno sempre fatto sogni premonitori, anche se non particolarmente utili. Per esempio, mia mamma non sognerebbe mai Trump che invade la Groenlandia, ma piuttosto il vicino che si rompe la caviglia. Io non ho lo stesso dono, ma ho la scrittura. Che è a suo modo un potere».
Che cosa teme di più, per questo 2026?
«Più che per me, ho paura per i miei tre figli: sono giovani, attivisti e queer. Temo anche che le persone si mettano a vivere esclusivamente nel mondo virtuale, mentre è importante riconoscere di essere corpi».
E l’AI le fa paura?
«No, perché non saprà mai scrivere una bella poesia. Penso spesso al Medioevo e al fatto che se un giorno non avremo più internet e l’elettricità, i libri invece resteranno. È impossibile bruciarli tutti».