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 2026  gennaio 17 Sabato calendario

Gabriella Genisi: “Sono una scrittrice-giardiniera i personaggi mi crescono fra le mani”

Gabriella Genisi è una scrittrice molto simpatica e molto prolifica: autrice dei romanzi su Lolita Lobosco (sta scrivendo il dodicesimo), da qualche anno ci ha dato anche un’altra detective, molto diversa dalla prima. Se da un lato c’è Lolita che è poliziotta, con le Louboutin tacco 12, femme fatale raffinata, dall’altro ecco Chicca Lopez, giovane marescialla dei Carabinieri scorbutica, omosessuale e con gli anfibi. La sua quarta indagine è La specchia del diavolo.
L’ha fatto apposta a creare Chicca così diversa da Lolita?
«I personaggi in qualche modo mi arrivano. Non sono una scrittrice-ingegnere, anzi; come dice Carlo Lucarelli di se stesso, sono piuttosto una scrittrice-giardiniera: prima di mettermi a lavorare non so mai cosa accadrà, lo scopro mentre la storia mi cresce tra le mani. Io poi sono dei Gemelli con la Luna in Bilancia».
E l’ascendente?
«Bilancia anche quello!»
Quindi da una parte c’è la Bilancia, equilibrio e bellezza, e dall’altra il Gemelli, un po’ matto e doppio, grande comunicatore, impaziente, ma di un’impazienza positiva.
«Esatto, perciò avevo bisogno di due protagoniste che fossero una il giorno e l’altra la notte. Voglio che tutto sia doppio anche nella vita. Se trovo delle scarpe che mi piacciono ne compro due paia, di colori diversi, anche i maglioni».
Chicca e Lolita andrebbero d’accordo?
«Sono sicura di sì, in comune hanno il senso della giustizia».
Lolita Lobosco è interpretata in TV da Luisa Ranieri; per Chicca chi immagina?
«Il mio sogno sarebbe una Penélope Cruz giovane, con un taglio corto e un po’ spettinato: scrivendo penso sempre a lei».
Come sceglie dove ambientare le storie?
«Prima di qualsiasi indizio di trama, mi arrivano i luoghi. Quando ho capito che la serie di Chicca Lopez doveva svolgersi in Salento sono salita in macchina e ci sono stata per un periodo, a caccia di posti e sensazioni. Faccio tanta ricerca».
Il romanzo si apre ai piedi di una “specchia”, un luogo arcaico, mitico. Che rapporto ha con questi spazi di confine, dove storia e presente si sovrappongono?
«Tutti conoscono il Salento estivo, ma a me piace il suo lato poco turistico, che ha un forte legame con la magia, ed è pieno di questi luoghi particolarissimi con radici molto lontane nel tempo. Per me è stata una scoperta: è completamente diverso dalla terra di Bari, dove abito. Infatti una volta la Puglia si chiamava Le Puglie, al plurale, per marcare le sue anime molteplici».
Rami, che viene trovato cadavere all’inizio del romanzo, da vivo era un personaggio fragile ma prezioso, il suo passato pesa quanto il delitto.
«Lo spunto è stata la foto di un ragazzo dagli occhi chiari, vista a casa di una libraia che anni fa mi ospitò per una presentazione. Capii subito che non c’era più, e le chiesi di raccontarmi la sua storia: stava per inaugurare il suo laboratorio di oreficeria, e proprio quella mattina fu trovato morto, legato nella vasca da bagno; il caso venne archiviato come suicidio, cosa assurda. Nel libro l’ho trasformato in un giovane immigrato: per me è una metafora dei nuovi volti dell’Italia di oggi, ragazzi che sono come i nostri figli, ma che hanno vissuto enormi difficoltà e vengono ripagati con l’emarginazione. La gente deve capire che il nostro Paese non è più quello di un tempo: noi di questa cosa dobbiamo gioire, senza farci spaventare dalla pelle degli altri».
Così come dalla sessualità: Chicca Lopez è lesbica.
«Rispecchia i trentenni di oggi: più fluidi e liberi di noi. Chicca è molto più libera anche di Lolita Lobosco, che ha pur sempre vent’anni in più».
Chicca viene liquidata dai superiori come una “femmina impunita”. Quanto le interessa raccontare il potere quando sottovaluta, minimizza, sbaglia bersaglio?
«Moltissimo. Fino al 1999 le donne non si potevano arruolare. Oggi nelle forze dell’ordine ce ne sono tante, ma il pregiudizio è ancora molto presente, e l’impostazione è maschilista. Ho un sacco di lettrici marescialle, e mi raccontano le vessazioni che subiscono».
Il tessuto sociale e identitario della Puglia come ha influenzato la trama?
«Molto, perché la Puglia è femmina e le donne da noi hanno sempre avuto dei ruoli apicali: sono fortissime. Anche per un fatto geografico, visto che la regione è quasi una penisola nella penisola, con tanti chilometri di costa; il Salento addirittura si affaccia su due mari. Le donne venivano spesso lasciate sole perché i mariti andavano o in guerra o per mare, perciò hanno dovuto affrontare tante situazioni in solitudine e in autonomia. La Puglia è da sempre un matriarcato, e le mie protagoniste si inseriscono in questa scia».
Le donne forti spaventano gli uomini?
«I lettori uomini mi dicono: lei ce l’ha con noi. Non è vero, però penso che scrivere sia anche un atto di politica quotidiana. Viviamo in un momento storico in cui l’uomo, con la violenza, con i femminicidi, si ribella alla nostra ribellione femminile. Loro poveretti non sono abituati a donne indipendenti, neanche i più illuminati, perché sono stati cresciuti da madri che portavano le pantofole ai mariti, e adesso si ritrovano con ragazze molto diverse, che giustamente vogliono la parità. Dopo millenni si sentono messi in discussione, e se con il cervello sanno che è normale, resta una parte ancestrale di loro che non lo accetta, e che al di là dei bei discorsi ci vorrebbe sottomesse».
Nei suoi gialli non c’è solo un enigma, ma anche, sempre, una frattura morale, sociale, affettiva. Il crime ha una funzione etica?
«Per me è sempre stato così. Mi interessa il racconto sociale del contemporaneo e delle sue problematiche: il caporalato, i rifiuti tossici, l’usura, il crimine legato all’economia. Credo che da Camilleri in poi il giallo sia completamente cambiato».
In che modo?
«Camilleri ha reso il territorio il personaggio principale, anche a scapito dell’indagine. Lei prima ha detto che il giallo nel mio caso fa da contenitore, ed è proprio quello che voglio: che dentro ci siano sì tante storie, ma pure una fotografia del mondo di oggi. Serve a esorcizzare le paure. Ed è bello che ormai in Italia ogni regione, o quasi, abbia il suo detective immaginario di riferimento».
Lavorando a due serie, come fa a rinnovarsi senza perdere né la voce narrativa, né l’identità di ogni personaggio?
«La mia priorità è stata assicurarmi che la serie di Chicca non fosse una replica dell’altra. Volevo che si differenziasse, ma senza forzature. Sapevo che non sarebbe stato facile trascinare i lettori dal mondo di Lolita a quello di Chicca, e non volevo deluderli. Io scrivo da lettrice, pensando a cosa vorrei trovare in un romanzo, ritengo che tutti noi scrittori abbiamo il dovere di dare il massimo, di non azzardarci a consegnare all’editore dei libri sciatti».
I gialli sono tanti, sempre di più. In mezzo a questa proliferazione, che cosa fa la differenza?
«Il rispetto per i lettori: l’impegno a non creare dei cloni, delle storie raffazzonate. Serve una proporzione tra il racconto del personaggio e quello del luogo, e poi è bello che uno scrittore inserisca nei libri le sue piccole manie. Io per esempio ho una passione per l’arredamento d’interni, e in tutti i romanzi ci sono case arredate da me, che mi divertono molto».
Come scrive, dove scrive, quali sono i suoi rituali?
«Non guardo mai la televisione. Prima lavoravo quando mi veniva l’ispirazione, poi ho capito che tutti i giorni bisogna fare come se si andasse in ufficio. La mattina la dedico alla casa, alla spesa. Le mie ore d’oro cominciano dalle 14.30, posso andare avanti fino alle 11 di sera. Scrivo con un dito solo».
Come Emmanuel Carrère, o quasi: lui scrive con due.
«Per me non c’è speranza. Inoltre lavoro sempre a letto: mi piace stare comoda».
Ha anche dei taccuini?
«Vari, sparsi ovunque, in macchina, in valigia, nelle borse».
Mi racconta un segreto?
«Sono stanca di scrivere serie: lavoro a un progetto nuovo, un romanzo a sé stante».