Tuttolibri, 17 gennaio 2026
Libri che non sarebbero dovuti esistere: una storia
Intorno al 1948, Giangiacomo Feltrinelli, che era ancora soltanto un militante che aspirava a fare qualcosa con i libri, e il suo compagno partigiano Giuseppe Del Bo, presero a girare l’Europa dilaniata dalla guerra per adempiere a una missione: volevano recuperare tutti i libri comunisti, socialisti, di lotta operaia, di idee liberali, scomodi, aperti, in sfrontata opposizione al potere, che la furia fascista e nazista avesse risparmiato, riportarli a Milano e catalogarli, archiviarli e renderli disponibili per chiunque li volesse leggere. Nel giro di qualche anno misero in salvo copie inestimabili – prime edizioni del Manifesto del Partito Comunista, del Capitale, dell’Utopia di Tommaso Moro, lettere di Lenin, di Bakunin, di Marx – ha gettato il seme per la Biblioteca Feltrinelli, che sopravvive ancora oggi. Le storie dei libri che non sarebbero dovuti esistere, o che hanno rischiato di scomparire, sono affascinanti. Di più, sono avventurose e appassionanti. Coinvolgono donne e uomini determinati, dedicati e disposti a tutto in nome di un volume, di un manoscritto, di un’idea. Spesso rivelano di quanto leggiamo più del contenuto del libro stesso. Il libraio antiquario e divulgatore Luca Cena ha fatto di queste storie fondamentali la sua vita, oltre che la sua passione, e ne ha raccolte dieci in un volume intitolato Un destino già scritto. Sono storie di libri che sarebbero potuti scomparire ma che, per fortuna e per la ferrea volontà di chi li ha amati, sono arrivati a noi.
C’è ancora spazio per il rocambolesco e l’avventuroso nelle storie di libri?
«Sì, i libri li scrivono le persone e gli esseri umani vivono vite fatte di storie spesso incredibili. Ancora oggi molti libri sono pubblicati dopo lunghe vicissitudini, grazie a comunità online, o addirittura per puro caso. Mi viene in mente Andy Weir, ingegnere e appassionato di scienza, che non riusciva a vendere il suo romanzo in maniera tradizionale. Invece di arrendersi lo ha pubblicato capitolo per capitolo su un blog, gratuitamente, attirando una piccola comunità di lettori. Poi lo ha messo su Amazon a novantanove centesimi e, contro ogni aspettativa, è diventato un bestseller. Poco dopo, un editore ha comprato i diritti e l’opera ha debuttato al dodicesimo posto nella classifica del New York Times. Infine, un produttore di Hollywood ha acquistato i diritti cinematografici.
Che libro era?
«L’uomo di Marte».
È una bella storia di pubblicazione dal basso…
«È un esempio di come un pubblico entusiasta abbia contribuito al successo di un autore sconosciuto prima che l’industria se ne accorgesse. Ma è anche la dimostrazione che l’editoria, per quanto regolata da filtri, cataloghi e previsioni di mercato, resta un territorio permeabile all’imprevisto. È forse proprio questa componente avventurosa e imprevedibile a rendere l’editoria ancora viva. Non una fabbrica di certezze, ma un sistema di possibilità. Molti dei libri in Un destino già scritto sono sopravvissuti grazie a catene di complici».
È una controstoria della letteratura?
«I libri non sopravvivono solo grazie all’autore, ma grazie alle reti che li proteggono. Non è il genio isolato a determinare la vita di un libro, ma la comunità che lo accoglie. La Divina Commedia non avrebbe mai raggiunto il pubblico moderno senza copisti, stampatori, editori e librai che ne hanno seguito ogni mossa. Canti Orfici di Dino Campana avrebbe rischiato di rimanere dimenticato in uno scatolone se il critico Cavalli non lo avesse notato».
Ci sono ancora libri “proibiti”?
«Abbiamo spostato il fuoco dal divieto esplicito alla sparizione silenziosa, l’oblio dello scrittore piuttosto che la sua censura. Raramente parliamo di roghi o sequestri: parliamo di libri che non circolano, che non entrano nelle metriche. I nuovi libri proibiti sono spesso quelli che non fanno attrito con la legge, ma con il sistema».
È una questione economica o algoritmica…
«Faticano a esistere quelli che non si lasciano classificare facilmente, che non hanno una promessa chiara da spendere in poche righe. Se un libro non è ottimizzabile per cataloghi, piattaforme e strategie di marketing, tende a non circolare. Sono marginalizzati anche quei libri che non generano reazioni rapide, che non si prestano alla citazione o allo scontro. Nel sistema attuale la complessità e la lentezza diventano difetti, nel passato l’industria editoriale aveva sicuramente più pazienza».
È una forma di censura…
«Oggi il gesto più radicale non è scrivere qualcosa di apertamente scandaloso, ma scrivere un libro che rifiuta di comportarsi come un contenuto».
Ne parla come se fossero senzienti. Lo sono?
«È un po’ quello che accomuna i libri di cui scrivo: la straordinarietà, intesa come attitudine al non ordinario. Sono opere che hanno affrontato imprevisti inimmaginabili, che non si sono limitate a occupare uno spazio riconoscibile nel panorama letterario, ma lo hanno deformato, messo in crisi, alcune volte addirittura costretto a riorganizzarsi».
Feltrinelli diceva che esistono libri “necessari"…
«Lo sono diventati. Anche quando sembravano destinati all’oblio, alla marginalità, hanno continuato a esercitare una forza sotterranea. Pur attraversati da destini avversi, non potevano essere davvero persi, perché portavano con sé una forma di predestinazione più forte di ogni altra».
Mi vengono in mente le traversie del “Dottor Živago"…
«Certamente, si tratta di uno dei casi più emblematici. Il romanzo di Pasternak, bandito in Unione Sovietica, ha acquisito un’aura leggendaria proprio grazie alle difficoltà che ha incontrato. La censura, in questo senso, non lo ha fermato, ma lo ha trasformato in simbolo di libertà, di resistenza culturale, di letteratura che sopravvive al potere. Il fatto stesso che fosse proibito ha aumentato la curiosità dei lettori e la percezione del suo valore».
La censura può generare miti?
«Assolutamente sì, è successo molte volte. Pensiamo a Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, nato come avvertimento contro la soppressione della libertà di pensiero, ha conosciuto momenti di proibizione e marginalizzazione in varie scuole o contesti, e la sua fama è cresciuta proprio perché si parlava di ciò che non si poteva leggere. Quando nel 1559 la Chiesa stilò la prima lista di libri proibiti incluse autori come Machiavelli, Erasmo da Rotterdam, Dante e Boccaccio: censurati ma decisamente non dimenticati. La censura e le difficoltà editoriali, se non riescono a fermare un libro, spesso ne amplificano il mito».
Pasternak scriveva: «Sono nato per dire la verità»…
«L’idea resta straordinariamente attuale. Affermare la verità non è solo un gesto di coraggio personale, ma un manifesto di cosa la letteratura può e dovrebbe essere. In un’epoca in cui le piattaforme digitali filtrano, amplificano o cancellano contenuti in base, la spinta a “dire la verità” diventa ancora più urgente. Gli autori più liberi incarnano questo stesso spirito: scrivere non per compiacere, ma per testimoniare, interrogare, scuotere. In fondo, la letteratura che nasce dall’urgenza di dire la verità resta sempre indomabile».
E la sua urgenza di scrivere di queste storie, da cosa deriva?
«Scoprire le storie umane dietro ai libri è una conseguenza naturale della passione e dell’interesse che provo per questi strumenti incredibili che da centinaia di anni accompagnano l’essere umano. Leggerli è una medicina e approfondire ogni loro aspetto è un’avventura per me irrinunciabile. Quando ho letto per la prima volta della valigia che la moglie di Hemingway nel 1928 perse nella Gare de Lyon di Parigi mi sono accorto che le storie incredibili non erano solo quelle scritte nelle pagine dei libri ma anche quelle che gravitavano attorno agli esseri umani a cui appartenevano. Ciò che mi appassiona di più è proprio l’umanità che rappresentano: non li percepisco come carta e inchiostro ma come uno specchio delle nostre vite».
Ha una storia preferita?
«Sono rimasto molto colpito da quella di Bruno Schulz, uno dei più interessanti scrittori polacchi del secolo scorso. Stava lavorando a un’opera mistica e affascinante intitolata Il Messia. Il libro è scomparso nel nulla il giorno in cui Schulz fu ucciso per strada nel 1942 da un ufficiale della Gestapo per una crudele ripicca contro un altro ufficiale che proteggeva lo scrittore. Nel 1990 un diplomatico svedese rivelò che negli archivi del Kgb era stato trovato un pacco di documenti con quel titolo, ma l’Unione Sovietica crollò poco dopo e gli archivi andarono dispersi. Durante le mie ricerche mi sembrava di percepire la forza di quel testo, come se non volesse arrendersi all’oblio. Mi sono sentito incaricato di contribuire a questo scopo».
Non ne è rimasto niente?
«Esistono altre opere di Schulz conservate allo Yad Vashem, a Gerusalemme, ma il manoscritto del Messia è svanito nell’Ucraina post-sovietica».
Non ha incontrato storie di libri scritti da donne?
«Devo dire la verità: ne ho cercate attivamente, perché volevo includerne, ma non ne ho trovate di rilevanti».
Come mai?
«Credo ci sia un motivo molto preciso: i registri bibliografici che riguardano le storie degli autori di sesso maschile in passato erano certamente tenuti in maggiore considerazione, mentre invece venivano totalmente trascurati quelli delle autrici. Insomma, gli uomini, anche se negletti, tendevano a passare alla storia, le donne no. Era già miracoloso che un’autrice potesse essere pubblicata, ma a nessuno interessava veramente la storia di contorno. Naturalmente ne esistono tantissime di vicende – mi viene in mente, ad esempio, Vittoria Colonna – il problema è che si limitano al campo dell’aneddotica, quindi sono storie che non venivano registrate come punti di bibliografia».
Bisognerebbe scriverne…
«Bisognerebbe dedicare un libro esclusivo alle autrici donne e credo che lo farò. Naturalmente si tratterà di una ricerca ancora più vasta».—