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 2026  gennaio 17 Sabato calendario

Intervista a Sandra Vezza

Sandra Vezza è l’astemia pentita che nel 2010 scandalizzò i puristi della Bassa Langa decidendo di produrre il Barolo, senza averlo mai fatto prima. Di più. Per la sua cantina immaginò una struttura in cemento armato rivestita di legno, che ricordasse le cassette del vino. Così, Maria Teresa Mascarello, figlia del patriarca Bartolo, memoria storica del Barolo della zona, commentò scandalizzata di non osar pensare a cosa avrebbe detto il padre. Sandra Vezza non se ne fece un cruccio, abituata com’era alle missioni impossibili. A 29 anni, per dire, aveva preso le redini dell’azienda di gelatina alimentare del marito, Italgel, dopo che lui era stato messo fuori gioco da un infarto, decidendo di investire, nel tempo, anche nel farmaceutico e nel nutraceutico. Con lei l’impresa, oggi acquistata in parte da un fondo, ha moltiplicato il fatturato. Non è però l’unico sogno che è riuscita a realizzare. Nel 2012 ha rilevato il marchio cult di design Gufram, la sua vera passione: ora lo possiede con il figlio.
«L’Astemia» oggi non è più pentita. Tolto l’aggettivo dal nome, ha mantenuto il doppio apostrofo, a ricordarle che la sua stravaganza è anche la sua forza. Ne parliamo a un tavolo della sua cantina ribelle, che riflette nei dettagli il suo amore per la pop art.
Davvero non è più pentita?
«Sì, oggi sono tornata astemia e basta. Quando mi sono lanciata in questa impresa, il vino l’ho dovuto bere: la coppia di fratelli anziani che mi aveva venduto il terreno ci teneva molto che facessi qualcosa di bello. E io non potevo produrre il vino senza almeno assaggiarlo. Ma adesso che l’azienda si è consolidata, non serve più che lo faccia».
Assaggiava solo il Barolo o tutte e 15 le etichette che avete in produzione?
«Tutte. Certo, la nostra eccellenza è il Barolo Cannubi, uno dei più pregiati, e il vino bisogna farlo buono. Il nostro enologo è Gianpiero Gerbi: un genio».
Ricorda il clamore che fece la sua cantina?
«Sì, e non ne comprendo le ragioni. La struttura e i colori sono ben integrati con le vigne, che pure dialogano con gli interni decorati con materiali che ho selezionato e amalgamato io stessa. E poi vogliamo parlare delle architetture moderne e di design di tante cantine che già esistono? Il mondo sta cambiando!».
La vostra prima annata vinificata è del 2010. Ma il suo non è stato proprio un salto nel buio. Suo nonno la portava nelle vigne quando era bambina, giusto?
«Sì, è vero. Mio nonno Alessandro produceva il vino solo per berlo in famiglia: quando mi faceva tagliare i grappoli d’uva per me era una grande soddisfazione. E mentre a tavola tutti si versavano un bicchiere di Dolcetto o di Liseriet, a me lasciavano il “vino di mele”».
Ed è vero che una gallina faceva l’uovo nella sua culla?
«Sì, è vero anche questo! Io vivevo con la mia famiglia ad Alba, ma i fine settimana andavamo sempre in campagna dai nonni. Mia nonna, in particolare, aveva la passione per gli animali: in casa circolavano le galline e in più aveva 23 gatti. Il mio più grande desiderio era avere un gregge di pecore».
Si dovette accontentare delle galline.
«Davo un nome a ognuna: Pippa, Langhetta, Cocco... Per un periodo, da adulta, me ne sono portata una appresso, quando facevo una vacanza, così almeno avevo l’uovo fresco. Ricordo che una volta alla dogana francese rischiai la multa, ma poi l’agente provò compassione: in macchina con me, seduto dietro, c’era mio figlio Charley piccolino e questa gallina dentro una scatola al posto del passeggero che faceva co-co-co; noi stavamo andando in Costa Azzurra».
Chi scelse il nome Charley, scritto così, per vostro figlio?
«Io. Mentre guardavo un film americano sui cowboy c’era una ragazza che si chiamava in quel modo. Visto che io non volevo sapere se aspettavo un maschio o una femmina, ho scelto un nome che potesse andare bene per entrambi. Neanche a farlo apposta, quando sono andata all’ospedale per partorire ho trovato il cd di un americano in cui il nome era scritto proprio come ho chiamato mio figlio».
Quando aveva 29 anni suo marito Franco Vezza ebbe un infarto che gli tolse per sempre la possibilità di occuparsi dell’Italgel. Dove trovò la forza per prendere il suo posto?
«Dovetti rimboccarmi le maniche per forza. C’è chi diceva che in sei mesi, con me, sarebbe andato tutto a rotoli. Ma dove pensa di andare questa bella ragazza?, mormoravano. Un fornitore, addirittura, mi disse che mi vedeva meglio a comprare foulard».
Spero che lo abbia cambiato!
«Non ci fu bisogno, si rese presto conto che sapevo il fatto mio. E infatti oggi, rispetto ad allora, il fatturato l’ho moltiplicato di 20 volte».
La sua vera passione, però, è sempre stata il design.
«In realtà ero una grandissima appassionata di moda: già a 10 anni disegnavo, tagliavo, cucivo e facevo vestiti. Ma quando dissi a mio padre che volevo andare a Milano per fare una scuola specializzata mi gelò: tu non vai da nessuna parte, devi studiare qui e sposarti».
Lei è unica femmina con tre fratelli. Non sarà stato facile...
«E mica potevo portare la gonna! Mio padre era severissimo. Se proprio volevo indossare la gonna, doveva essere lunga fino alle caviglie».
Che studi ha fatto, allora?
«Due anni di magistrali e poi una scuola da segretaria, ho sempre avuto e coltivato la passione per la matematica. Ma quando mi sono sposata, e pure mio marito mi disse che avrebbe preferito stessi a casa a fare la moglie, gli risposi che aveva sbagliato persona. Così lui mi mandò in esilio a occuparmi di un parco che avevamo. In breve lo trasformai: non mi bastavano le giostre per bambini; feci costruire un bar, un ristorante, i campi da tennis, l’ippodromo...».
Come arriva al design?
«Quello non ha mai smesso di appassionarmi. Nel 2012 sono riuscita ad acquisire Gufram e oggi, con mio figlio, siamo proprietari anche di Memphis e Meritalia, il gruppo del radical design».
Avete pure una mongolfiera.
«Sì, l’ho disegnata io. È per chi vuole fare un giro, dopo aver visitato la cantina, ma anche per i turisti che vengono nelle Langhe».
Su Instagram ci sono le immagini dei suoi incontri con personaggi del mondo del design e del cinema, della musica e dell’arte: da Phillippe Starck ad Andrea Bocelli, da Ferzan Ozpetek ad Alberto di Monaco. Chi l’ha emozionata di più?
«Poiché sono una grande appassionata di arte e design, tutti gli artisti e i designer mi emozionano molto. Li adoro!».
Ha resistito al fascino di Richard Gere?
«Sì sì. È una persona molto carina, molto semplice e umile».
Prossimo traguardo?
«Abbiamo appena acquistato una ditta che fa creme spalmabili».
Mica vorrà fare concorrenza alla Nutella?
«Ma no, loro sono insuperabili. Producono qui vicino, sa? Sono stati bravi a tenere ad Alba la produzione».
Ci pensa alla pensione?
«No. Senza fare niente divento matta!».
C’è stato un momento in cui ha pensato di non potercela fare?
«No. Da giovane mi dicevo sempre che non dovevo mai arrendermi. Quando poi sono uscita dall’ospedale, dopo che mi avevano detto che mio marito non avrebbe più potuto lavorare, mi sono sentita come Rossella O’Hara in Via col vento: dopotutto, domani è un altro giorno. Valeva anche per me».