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 2026  gennaio 17 Sabato calendario

Anche gli antichi romani erano spiritosi

«Oggi abbiamo attraversato il Rubicone. #aleaiactaest». «M(arcum) Cerrinium / Vatiam aed(ilem) o(ro) v(os) f(aciatis) seribibi / universi rogant / scr(ipsit) Florus cum Fructo». Sui social, è uno scherzo diffuso quello di immaginare cosa sarebbe successo se gli smartphone fossero stati già diffusi nell’antichità. Appunto, quello da cui sia saggio che Giulio Cesare avrebbe potuto lanciare su X, al momento di lanciare la sua sfida alla repubblica. Attenzione, però! Quel «il dado è tratto» il conquistatore delle Gallie lo aveva detto sul serio. Solo che, appunto, lo affidò alla memoria orale, per essere poi trascritto da Svetonio e Plutarco. Anzi, Plutarco ci informa che lo disse in greco, perché era una citazione da Menandro. Insomma: un meme, secondo un termine che Richard Dawkins lanciò nel suo libro del 1976 Il genio egoista, come tentativo di spiegare il modo in cui le informazioni culturali si diffondono.
Tra gli esempi da lui riportati c’erano le melodie, i tormentoni, la moda e la tecnologia di costruzione degli archi ma il termine è diventato popolarissimo nell’epoca di Internet e dei social, appunto per indicare soprattutto una combinazione di immagini e frasi argute attraverso cui si possono condividere critiche, battute e riflessioni collettive. E ci si accorge allora che non solo questo tipo di meme esistevano già dai tempi antichi, ma che furono una cifra particolare di una società per molti versi anticipatrice della modernità come quella degli Antichi Romani. Ovviamente, appunto, in mancanza della Rete e degli strumenti moderni per accedervi, si usavano altri supporti: dalle lettere ai libelli. Ma quello che più può ricordare gli esempi di oggi è il graffito murale, di cui Pompei in particolare ci ha lasciati una documentazione ricchissima. Appunto, la seconda frase ne è un esempio come singolare forma di propaganda elettorale. «Chiedo a voi di eleggere Marco Cerrinio Vatia (come) edile tutti gli ubriaconi lo appoggiano firmato Florus e Fructus». Slogan simili aggiungevano che lo stesso candidato era pure votato da dormientes (morti di sonno), furunculi (ladruncoli), sicari (assassini prezzolati), drapetae (schiavi fuggitivi). Florus e Fructus risultano aver firmato anche altri appelli, quindi dovevano essere professionisti. Un po’ come l’agenzia pubblicitaria che oggi firma un manifesto. Tuttora è difficile decifrare se era un candidato con particolare senso dell’umorismo che vantava di essere votato anche dai settori più marginali o, forse più probabile, era stato un avversario a sponsorizzare quella propaganda negativa. Un po’ come quel “graffito di Alessameno” che fu trovato sul Palatino nel 1857, e dove si vede un uomo crocifisso con una testa di asino o mulo con sotto un altro uomo e la scritta in greco Alaxamenos venera il suo dio. Un meme anticristiano dell’epoca in cui la polemica pagana era ancora fortissima. Anche l’analisi dei murales in Giordania, recentemente pubblicata su riviste accademiche, rafforza l’ipotesi che questi elementi grafici e satirici, con frasi in latino e in aramaico, andassero oltre l’arte decorativa monumentale. Appunto, la derivazione dei meme sui social di oggi dai meme dei graffiti romani sta venendo ora riscoperta dagli archeologi, oltre che stuiata da progetti come How Stuff Works o Ancient Graffiti Project. Cene tumultuose, gladiatori in situazioni assurde, animali irriverenti e personaggi beffardi popolano scene in cui l’umorismo funge da ponte tra gli abitanti di quell’epoca e coloro che le osservano oggi. Secondo gli specialisti, la partecipazione popolare all’arte umoristica dimostra che non si trattava solo di intrattenimento, ma an-
che di una forma di dialogo sociale. 
Le vignette, dipinte o incise su intonaco, permettavano ai romani di condividere battute, satireggiare eventi politici o prendere in giro personaggi noti.
Molti messaggi ritraggono appunto amore, rivalità e vita sociale con un grado di ironia che anticipa i formati dell’umorismo odierno. Miximus in lexcto fateror peccavimus hospes. Si dicis quare nulla matella fuit (L’abbiamo fatta nel letto. Lo riconosco, abbiamo sbagliato, ospite. Se chiedi perché, non c’era nessun vaso da notte). 
Rufus est: Rufo è ritratto in caricatura con un mento appuntito, una corona di alloro e un naso piuttosto grande. E c’è perfino un meme contro i meme: Admiror o paris te non cedisse ruinis que tot scripotorum taedia sustineas (Mi stupisco, parete, che tu non sia crollata in macerie, visto il peso delle sciocchezze che ti hanno scritto sopra).