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 2026  gennaio 18 Domenica calendario

Sulla mostra «La persecuzione patrimoniale degli ebrei. Storie di vita dall’Archivio storico Intesa Sanpaolo»

Attiva nel commercio ambulante di calze, la famiglia Dana era immigrata dalla Turchia in Italia nel 1926. Dopo la morte del marito Giuseppe, con le leggi razziali Lea Behar e le figlie Sara (1927) e Stella Dana (1931), nate a Milano, persero la licenza lavorativa. Nel 1943, mentre Sara è ricoverata al Pio Istituto di Santa Corona a Pietra Ligure, la madre Lea viene arrestata a Milano dalla Gestapo durante una retata guidata da Otto Koch, e portata a San Vittore. Da lì, viene costretta sul primo convoglio partito dal binario 21 della Stazione Centrale per Auschwitz, dove morirà. Ignara di tutto, nel frattempo Sara aveva inviato alla madre una cartolina dall’ospedale. Intercettata dalle autorità fasciste, porterà anche lei all’arresto e alla stessa sorte di Lea: da San Vittore ad Auschwitz. Solo Stella, la sorella minore, riesce a salvarsi nascondendosi da una famiglia musulmana di amici. Quando il perito del Monte di Credito su Pegno andò a confiscare i loro beni, Lea e Sara erano già morte. Nell’appartamento di via Casella 41 a Milano trovò solo l’arredo della camera, tavolo, sedie e un divano all’ottomana. Dopo la guerra, i beni finirono nel magazzino del Monte di Credito su Pegno. Nel 1948 Stella si presentò con l’attestazione della Comunità israelitica della deportazione della madre e della sorella, ma l’Egeli (Ente di gestione e liquidazione immobiliare) non la ritenne sufficiente, e le richiese un’autorizzazione del Tribunale per il recupero dei beni, che però alla fine furono venduti in un’asta pubblica dieci anni più tardi: il ricavato fu incamerato dall’Egeli. A Stella Dana, rimasta sola, non venne restituito niente.

Quella delle sorelle Dana è una delle vicende raccontate nella mostra documentaria La persecuzione patrimoniale degli ebrei. Storie di vita dall’Archivio Storico Intesa Sanpaolo (20 gennaio - 15 febbraio), ospitata al Memoriale della Shoah di Milano, seconda tappa di un progetto iniziato nel 2020 per testimoniare questi espropri. Curata dall’Archivio storico Intesa Sanpaolo (Carla Cioglia, Barbara Costa, Rossella Laria; prodotta dalla Fondazione Memoriale della Shoah), l’esposizione si focalizza sulle vicende di tre famiglie milanesi: i Colorni, i Levis e i Dana. I documenti esposti sono tratti dal Fondo Egeli dell’Archivio storico Intesa Sanpaolo (oltre 300 faldoni con 1.400 fascicoli con i nominativi di ebrei italiani e stranieri) e con materiali dell’Archivio del Monte di Credito su Pegno e dell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo.

Alla famiglia Colorni le cose andarono diversamente. Nel 1946 Silvia Colorni riuscì a tornare in possesso di due immobili che lei e il fratello Eugenio avevano ereditato, e che l’Egeli vendette durante la guerra. Annullati gli atti di vendita, le proprietà tornarono nelle disponibilità di Silvia e di Ursula Hirschmann, vedova di Eugenio, filosofo antifascista. Mentre Silvia si era salvata, con le tre figlie, nascondendosi prima in strutture religiose e poi presso l’amica tedesca Emily Bayer (dal 2020 il suo nome è nel Giardino dei Giusti di Milano), il fratello Eugenio, che curò la stampa e la prefazione della prima edizione del Manifesto di Ventotene, fu ucciso da un gruppo fascista della Banda Koch nel 1944, poco prima della liberazione di Roma. Nel 1946 gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare.

Non solo appartamenti o magioni, come villa Oleandra a Laglio (Como), celebre dopo l’acquisto di George Clooney nei primi anni Duemila. Ma anche lampadari, opere d’arte, abiti, gioielli, azioni, lettere. E persino «14 marionette», «un cavallo a dondolo», un «piumino da polvere», «sei rotoli di carta igienica». Sono di ogni natura i beni confiscati agli ebrei dopo l’emanazione delle leggi razziali fasciste nel novembre 1938, che li avevano privati dei diritti civili, lavorativi, di studio e della proprietà privata attraverso la persecuzione patrimoniale. Per questo, nel 1939, venne fondato l’Egeli, ente governativo che, sotto il ministero delle Finanze, aveva il compito di gestire — incamerare o vendere — gli immobili e le aziende sottratti agli ebrei.

Con l’ingresso dell’Italia in guerra l’Egeli, che aveva sede a Roma ma agiva a livello regionale con diversi istituti di credito (in Lombardia con il Credito Fondiario della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, Cariplo), si occupò anche dei beni «nemici», appartenenti ai cittadini di Paesi con cui il nostro era in conflitto. Dopo il 1943, con l’occupazione tedesca e la nascita della Repubblica sociale italiana (Rsi), era iniziata la deportazione di tutti gli ebrei nei lager e, dal punto di vista patrimoniale, anche la confisca di tutte le proprietà ebraiche (e non più solo quelle ritenute eccedenti).

Dopo la Liberazione, la Cariplo gestì le operazioni di restituzione ai proprietari o ai loro eredi (a una procedura complessa, si affiancò l’iniziale decisione del nuovo Stato italiano di addebitare ai proprietari il 75% delle spese per la gestione dei loro beni), fino al 1957. Dopo, solo una decina di pratiche passarono al ministero del Tesoro, e l’Egeli venne soppresso nel 1997.

Tra i beni confiscati alla famiglia Levis, in piazza Aquileia 22, c’erano anche «un blocco di 9 bastoni, attacco per sci, 1 paio di pattini a rotelle». E poi le divise di Rinaldo e i libri di Carla, i figli dell’avvocato Augusto Pacifico Levis. Il destino dei loro oggetti fu quello di andare ad arredare le abitazioni del Comando germanico. I Levis, che erano scappati in Argentina durante il conflitto (Rinaldo in Africa), riuscirono a riprendersi poco, dopo il rientro in Italia. Ma il Credito Fondiario si assicurò il versamento, da parte della famiglia, di 15.000 lire come compenso per la gestione dei loro beni.

Oltre a queste storie, il Memoriale della Shoah ospita anche la mostra (fino al 28 febbraio) Mimmo Paladino. Görlitz – Stalag VIII A – 15 gennaio 1941. Si tratta della trasposizione artistica del Quatuor pour la fin du Temps di Olivier Messiaen (1908-1992), composto ed eseguito il 15 gennaio 1941 dai prigionieri Jean Le Boulaire, Étienne Pasquier e Henri Akoka nel campo di prigionia nazista di Görlitz (oggi Polonia): 85 anni dopo, l’opera rivive in una esperienza immersiva in cui l’arte di Paladino dialoga con la musica.