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 2026  gennaio 16 Venerdì calendario

Entrati nella Ue con visti turistici e mai più usciti. Ecco lo studio sulla “classe media” degli irregolari

Nessuno, fino ad ora, ha mai saputo dire con precisione quanti siano. In tasca hanno un visto turistico, un titolo legale d’ingresso per una permanenza breve, che fa di loro dei visitatori temporanei con i documenti in regola. Vedono così aprirsi i confini europei, spesso a bordo di un aereo. Alla scadenza del termine, non fanno ritorno a casa e scivolano nell’irregolarità. È la traiettoria migratoria degli “overstayer”, gli stranieri che entrano legalmente in Europa e ci restano oltre il periodo concesso, molto diversa dall’odissea carica di rischi, umiliazione e violenza dei tanti che, per nazionalità o indigenza, non hanno alcuna possibilità di ottenere un visto legale, nemmeno a tempo. In Europa esistono diverse stime ufficiali di quante persone arrivino in maniera irregolare dopo viaggi estenuanti, dal mare o dalle frontiere di terra. Non sono, invece, mai esistite stime precise sul numero di overstayer. Un nuovo studio pubblicato il 5 gennaio dal Migration policy centre dell’European University Institute di Firenze (Eui) affronta ora la questione e arriva a fornire le prime ipotesi di cifre. Sarebbero state circa 450.000 le persone entrate nell’area Schengen nel 2019 e rimaste dopo la scadenza del loro visto. La pandemia ha fatto calare i volumi a 150.000 nel 2021. Ma per il 2022 la stima è di altri circa 300.000 cittadini stranieri entrati e rimasti oltre i termini. Tra le diverse fonti impiegate, il complesso lavoro di ricerca dell’Eui ne sfrutta una davvero innovativa. Utilizza, infatti, un set di dati recentemente pubblicato sui flussi migratori che incorpora tracce digitali individuali di tre miliardi di utenti di Facebook in 181 Paesi. Sulla base della posizione auto-riportata nei profili del social network (città di residenza attuale, “check-in” in ristoranti, parchi …) e dell’indirizzo Ip, cioè il numero identificativo assegnato a ogni dispositivo connesso a Internet, vengono rilevate le modifiche di ubicazione nazionale degli utenti. Quando questi cambiamenti di posizione persistono nell’arco di dodici mesi, viene registrato un evento di migrazione. Lo studio si concentra sull’area Schengen come destinazione (Stati dell’Ue, ad eccezione di Irlanda e Cipro, più Islanda, Norvegia e Svizzera), dove i titoli d’ingresso turistici sono armonizzati come un unico visto, rilasciato con gli stessi criteri e per 90 giorni. Lo studio Eui utilizza anche informazioni aggregate sui passeggeri degli aeroporti dell’area Schengen e confronta i volumi di persone in entrata e in uscita attraverso un set di dati mensili acquisito da Sabre, società di market intelligence specializzata nel settore dei viaggi aerei. Riuscendo a escludere i viaggiatori residenti nazionali e chi ha un visto a lungo termine, i flussi che rimangono dalla differenza tra entrate e uscite, cioè il possibile numero di “eccedenti”, può includere solo coloro che hanno superato la scadenza del proprio visto. I Paesi di origine con il maggior numero di “eccedenti” sono Colombia, Brasile e Indonesia, poi Turchia, India, Marocco e Filippine. «Poter avere un visto turistico ed entrare in maniera regolare sul territorio è già un piccolo privilegio nel mondo delle diseguaglianze globali», spiega ad Avvenire Ettore Recchi, professore al Migration policy centre dell’Eui e a Sciences Po di Parigi e che con i ricercatori Luca Bernasconi e Alejandra Rodriguez Sanchez ha realizzato lo studio. «Ottenere un visto di questo tipo non è comunque una banalità, è una soluzione che prevede la presentazione di documentazione e di plausibilità del viaggio ai consolati. Per un titolo d’ingresso turistico bisogna pagare, dimostrare di disporre di risorse economiche, prenotazioni d’albergo, non è sempre facile. Potremmo dire che gli overstayers da visti turistici sono un po’ la “classe media” degli immigranti irregolari. Esistono nazionalità per le quali questa opzione è preclusa, ad esempio un cittadino cubano non ottiene mai un visto turistico, i consolati europei non li rilasciano a eritrei o a cittadini di Burundi e Uganda».
Dal 12 ottobre scorso, è entrato in funzione il nuovo sistema informatico automatizzato per registrare elettronicamente i cittadini extracomunitari in ingresso e in uscita dall’Ue. «Arriverà un momento, non troppo lontano, in cui l’Ue, come già fanno gli Usa, potrà conteggiare su base analitica individuale quanti sono gli overstayers», aggiunge Recchi, che poi riflette: «Esistono mobilità umane e questo è il fenomeno naturale. Ci sono poi le migrazioni, che rappresentano un fenomeno artificiale, definite per convenzione. Chi resta oltre il termine consentito è un prodotto della regolamentazione della mobilità internazionale attraverso i visti e questo mette a nudo la natura politicamente costruita della distinzione tra migrazione umana regolare e irregolare. Cioè un artificio, su cui vengono costruiti paletti regolamentari, che quando cambiano, ad esempio posticipando la scadenza di un visto da 90 a 120 giorni, fanno sì che chi era in una posizione irregolare, non lo sia più».