La Stampa, 16 gennaio 2026
Primo Levi e l’amico tedesco
C’è una foto che narra tutta questa storia, nella sua forza e anche, nonostante tutto, nella sua dolcezza. È stata scattata a Ettal, in Baviera, nell’agosto del 1961. Primo Levi e Heinz Riedt si sono appena incontrati di persona, per la prima volta. La foto ha al centro un piccolo gruppo di adulti e bambini. Non tutti, anzi non più di uno o due, guardano verso l’obiettivo. Forse qualcuno sorride forse no. È un momento importante, perché i Riedt hanno appena deciso che non torneranno a Berlino est, abbandonandovi tutto quello che hanno e la loro vita di prima. Proprio in quei giorni vengono posate le prime pietre del Muro.
C’è un assente, nell’immagine, che però è presente. Primo Levi non compare nella fotografia per il semplice motivo che è lui a scattarla. Questa assenza/presenza è così vera, così piena di senso e sentimento, che non si può non cogliervi quel paradosso che è, forse, la vera cifra di tutto: l’inenarrabilità di ciò che è stato e al tempo stesso il lucido, stupefacente bisogno che ha Primo Levi di comprendere, disegnare, mettere per iscritto l’esperienza del campo. Questa foto che segna un momento cruciale e tuttavia non il primo né l’ultimo della storia di amicizia fra lo scrittore e il suo traduttore in tedesco, dice e tace.
«La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. È questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento», scrive Levi all’inizio di quello che è il suo libro forse più nitido e al tempo stesso profondo, I sommersi e i salvati. Il libro si chiude con un capitolo dedicato alle Lettere di tedeschi: tutto comincia con la, relativamente precoce, traduzione in tedesco di Se questo è un uomo, pubblicata nel novembre del 1961. «Si ricordi, da Auschwitz erano passati solo quindici anni: i tedeschi che mi avrebbero letto erano “quelli”, non i loro eredi». Levi non si fida troppo dell’editore tedesco. Vuole controllare la traduzione, la sua fedeltà non solo lessicale ma intima. È così che comincia la storia dell’amicizia fra lo scrittore sopravvissuto ad Auschwitz e il suo traduttore nella lingua dei carnefici. Heinz Riedt è un intellettuale a tutto tondo, profondo conoscitore dell’italiano e della sua letteratura, in particolare di Goldoni e del teatro. Ha tradotto tantissimo, da Pirandello a Collodi a d’Arrigo e Gadda. Ha studiato a Padova, è stato partigiano durante la guerra. I due sono coetanei, parlano quella stessa lingua interiore che li spinge ben presto verso un’amicizia epistolare che va ben al di là del mestiere dell’uno e dell’altro e dei dubbi nella traduzione in corso. Il corpus di queste lettere è stato pubblicato nel 2024 da Einaudi per la cura di Martina Mengoni.
Ma la storia non finisce affatto qui, in questo scambio dove ci sono tanto l’abisso della distanza quanto una condivisione ininterrotta – di cose dette e tante altre taciute. Di strazio e consolazione. Di inermità e impegno. Di vita, insomma.
«Non ho mai nutrito odio nei riguardi del popolo tedesco, e se lo avessi nutrito ne sarei guarito ora, dopo aver conosciuto Lei. Non comprendo, non sopporto che si giudichi un uomo non per quello che è ma per il gruppo a cui gli accade di appartenere (...) Ma non posso dire di capire i tedeschi: ora, qualcosa che non si può capire costituisce un vuoto doloroso, una puntura, uno stimolo permanente che chiede di essere soddisfatto», scrive Levi a Riedt nel maggio del 1960, alla fine del lavoro di traduzione del libro in tedesco, e della loro “laboriosa collaborazione”.
Questa incapacità di Levi diventerà ben presto lo stimolo, la puntura di cui dice, come testimonia la vasta “rete epistolare” – in tedesco, francese, inglese e italiano – con lettori e lettrici germanofoni che è ora oggetto di un’edizione digitale con il progetto ERC starting grant LeviNet – Primo Levi’s correspondance with german readers and intellectuals (www.levinet.eu), che fa capo a un team di studiosi e traduttori dell’Università di Ferrara coordinato da Martina Mengoni. Si tratta di quasi cinquecento lettere di cui in questi giorni ne viene pubblicata più della metà (il progetto ha durata quinquennale, e si concluderà nel 2027).
Sono scambi di diversa misura e natura, talora di circostanza ma più spesso che puntano al cuore di quel passato recente e del presente che si attraversa da diversi punti di vista. Ci sono destinatari “lettori comuni” (più spesso donne) e intellettuali. Ci sono nostalgici del nazismo e ci sono animi inguaribilmente tormentati. Sono, sì, lettere “sparse” che sfuggono per natura ad ogni classificazione: è una corrispondenza a volte sporadica, a volte costante. C’è, in questo materiale, quella discontinuità tipica degli scambi epistolari – per lo meno di quelli di prima dell’era digitale.
Ma questo corpus – e il magnifico lavoro che c’è intorno alla sua pubblicazione – sta, a ben pensarci, proprio al cuore dell’esperienza leviana. Contiene tutto il detto e tutto il non detto della “sua” Auschwitz, della sua scrittura. Della inaffidabilità della memoria e pure della necessità di ricordare. Non perché non accada più (il fatto che sia già accaduto moltiplica le probabilità che accada di nuovo, diceva) ma perché non possiamo fare a meno dei nostri pur labili e fallaci ricordi. È un paradosso proprio come quella «analogia fra vittima e oppressore» che pone entrambi nella «stessa trappola» anche se a Levi preme essere chiaro: «È l’oppressore, e solo lui, che l’ha approntata» e a ogni sofferenza subìta corrisponde un’offesa insanabile e iniqua.
È proprio quel vuoto doloroso di Levi, che non riesce a capire i tedeschi, a innescare questa corrispondenza lunga decenni e decine e decine di voci diverse. Ma questo vuoto doloroso è anche lo specchio fedele dell’inenarrabilità di Auschwitz, del confronto con l’indicibile. Della necessità di raccontare i salvati sapendo che la storia dei sommersi non c’è modo raccontarla perché è tutta fatta di una materia oscura e impenetrabile.