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 2026  gennaio 16 Venerdì calendario

Intervista a Fabrizio Bentivoglio

Le candeline, il 4 gennaio scorso, sono state 69: un’età in cui, di solito, si diventa venerati maestri. Se glielo si fa notare, Fabrizio Bentivoglio scioglie l’accenno di imbarazzo in un sorriso: «Quell’appellativo mi destabilizza: intanto perché non credo di esserlo, e poi perché solo restando allievi si può coltivare il dubbio». È stato anche per esorcizzare quel disagio – spiega, portandosi alle labbra l’immancabile sigaretta – che ha deciso di scrivere un Piccolo almanacco dell’attore (Baldini+Castoldi, pp. 139, euro 15), «frutto – precisa – di un senso di colpa originato dal fatto di aver sempre declinato ogni invito a tenere seminari o lezioni varie».
Nel libro scrive che sono pochi i veri consigli che valgono per tutti. Scegliamone almeno uno.
«Quello che mi diede una grande attrice, Anna Miserocchi, durante la mia prima tournée: “Fabrizietto – mi disse – tutte le volte che ti offriranno un ruolo drammatico, trova un momento per far sorridere; tutte le volte che ti offriranno un ruolo comico, trova un momento per far commuovere"».
Lo ha seguito?
«Ci ho provato. Nella vita, dramma e commedia viaggiano sempre a braccetto».
Quella dell’attore è stata una vocazione?
«No. Pensi che ho persino rischiato di fare il calciatore».
Il calciatore?
«Proprio così. Arrivai a giocare una stagione anche nelle giovanili dell’Inter: da difensore, nella stagione 70-71, l’anno in cui vincemmo il campionato. Quindi, formalmente, anch’io ho vinto uno scudetto».
E poi?
«Infortunio al ginocchio sinistro: rottura del legamento crociato, un classico».
Quanto ci rimase male?
«Il dispiacere fu mitigato grazie ai miei genitori: non drammatizzarono, e questo mi aiutò».
La sua famiglia?
«Mamma casalinga, papà dentista. Dopo la maturità scientifica, mi iscrissi a Medicina per tenere fede a una mezza promessa fatta a mio padre, che nel frattempo era scomparso».
Che studente era?
«Buono, non eccelso. Diedi tutti gli esami del primo anno, anche per evitare il militare. Poi un pomeriggio, mentre studiavo “Anatomia I”, ascoltai alla radio un ex studente del “Piccolo”, Luciano Mastellari, che raccontava della scuola Paolo Grassi. Chiusi il libro, andai in corso Magenta, a Milano, dove si trovava la sede, presi il bando per l’esame e mi presentai».
Andò bene: gli esordi furono a teatro, il cinema arrivò due anni dopo.
«Il teatro era, ed è, un luogo protetto: l’attore arriva almeno un paio d’ore prima dello spettacolo e resta concentrato fino alla fine. Un set cinematografico no: non ha quasi niente di sacro. Ti presenti ore prima, vieni truccato, vestito e resti parcheggiato in camerino ad aspettare. Queste attese possono risultare interminabili: rischi l’esaurimento nervoso per quell’accendersi e spegnersi continuo della concentrazione».
Si abituò comunque presto. L’anno dopo finì a recitare nella “Storia vera della signora dalle camelie” con uno dei grandi attori del secondo ‘900: Gian Maria Volonté.
«Un giorno lo sorpresi sul set mentre – dopo aver rivisto il girato – si chinava all’orecchio del regista, Mauro Bolognini, borbottando: “Però, credibile il ragazzo!"».
Era lei?
«Me lo chiesi a lungo, ma non c’erano altri in scena. Quel “credibile” potrebbe sembrare un aggettivo prudente, invece racchiude tutto: la credibilità è la prima cosa per un attore».
È tutta questione di immedesimazione?
«Non parlerei di immedesimazione, perché presuppone un attore ancora presente alla scena insieme al personaggio, e in due in un costume si sta un po’ stretti. Piuttosto, l’attore deve scomparire, fidarsi del personaggio e lasciarlo solo in scena. Sapersi rendere invisibile».
Invisibile, ma nel suo caso presto anche molto riconosciuto: con "Marrakech Express”, a fine anni Ottanta, arrivò la popolarità.
«Il copione era del grande Carlo Mazzacurati. Fu uno dei produttori, Gianni Minervini, a decidere di trasformarlo in un film affidandolo a Gabriele Salvatores, fino ad allora soprattutto un regista teatrale. Quando l’altro produttore, Mario Cecchi Gori, sentì quel cognome, sbottò: “A Minervì, ma che te metti a fà i film coi registi spagnoli?"»
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Fu un successo. I quattro protagonisti eravate lei, Giuseppe Cederna, Gigio Alberti e Diego Abatantuono.
«Tra tecnici e cast eravamo 25. Nel viaggio da Milano fino al deserto del Marocco andammo tutti insieme su un pullman da cinquanta posti, due per ciascuno. Abatantuono si prese la prima fila davanti, quella dove di solito siede l’accompagnatore. Afferrò il microfono e, con un tono da improbabile guida turistica, cominciò a descrivere il paesaggio circostante: furono tra i momenti più esilaranti a cui abbia assistito».
Vi divertivate anche sul set?
«Diego è stato l’unico a essere riuscito a farmi ridere durante una scena, costringendo tutti a fermarci».
Come la prese Salvatores?
«Diciamo che non fu molto contento: giravamo ancora con la pellicola, ed era preziosissima, andava centellinata».
L’altro regista con cui ha lavorato a lungo è stato Silvio Soldini.
«Un altro con cui non c’è mai stato bisogno di parlare: basta guardarci».
È stato diretto pure da molti attori: da Michele Placido a Sergio Rubini.
«Di solito, sul set i registi puri non amano dare troppe spiegazioni. Invece nessuno come un altro attore può capire esattamente la situazione in cui ti trovi. E Michele, con una mezza parola, era in grado di aprirti finestre».
E Rubini?
«Una pila elettrica, una dinamo in moto perpetuo, non so neanche come faccia a dormire, ha una testa velocissima. In questo, forse, gli attori sono facilitati».
È una questione di energia?
«Sì, ma non di sforzo fisico. Da giovane, le forze le hai e ti sembra di doverle mettere tutte. Solo col tempo, quando cominciano a mancarti, capisci che ne bastavano meno per fare le stesse cose, meglio».
Ecco arrivato un altro consiglio.
«Questo mestiere, in fondo, è una forma di artigianato: si impara solo sul campo, rubandolo anche a quelli che lo sanno fare meglio. Incrociare sulla propria strada i migliori può fare la differenza. E io sono stato fortunato anche in questo».