la Repubblica, 16 gennaio 2026
Julian Barnes: “Sono malato, per questo ho scritto il mio ultimo romanzo”
L’annuncio non è facile da digerire per i lettori: Julian Barnes dice che il nuovo romanzo sarà il suo ultimo libro. Il titolo in effetti rimanda a un addio, anzi a tanti addii, non solo quello alla scrittura romanzesca: Partenze è pubblicato da Einaudi (in libreria dal 20 gennaio). Ci si aspetterebbe un tono mesto, una faccia adatta all’occasione. Niente di tutto questo. Julian Barnes è pur sempre Julian Barnes. Il più francese degli scrittori british, capace di uno humor illuminista che non arretra davanti a niente. Un aplomb invidiabile, un’arguzia che rimane elegantemente distaccata anche quando parliamo di malattia. La sua malattia. Una leucemia che alla vigilia degli ottant’anni – li compirà il 19 gennaio – è diventata la sua compagna di viaggio. Barnes ci accoglie via Zoom nel suo studio luminoso dipinto di giallo come fosse un campo di girasoli. Alle spalle l’immancabile vecchia IBM 196c elettrica con cui scrive tutti i suoi libri: racconti, saggi e soprattutto romanzi, in tutto quattordici tradotti in 50 lingue. Uno, Il senso di una fine, vincitore del Booker Prize. L’ultima volta che ci siamo sentiti – due anni fa – la macchina da scrivere era rotta e non si trovava qualcuno in grado di ripararla. Barnes accenna un sorrisetto malizioso, timido e vagamente provocatorio, si volta di spalle e inizia a battere sui tasti. «Sente che bel rumore, funziona perfettamente».
Davvero non ha intenzione di scrivere altri libri come afferma in questo memoir?
«È corretto, è proprio così».
Come mai questa decisione?
«Da un po’ riflettevo sul fatto che uno dei miei nuovi libri sarebbe stato inevitabilmente l’ultimo. Ho iniziato a girare intorno a questo pensiero cinque anni fa. Mi sono detto: l’idea di morire e lasciare un libro a metà non è un bel modo di concludere. Così ho pensato che la cosa migliore fosse scrivere il mio ultimo libro ora».
La decisione ha a che fare con la sua malattia?
«Mi è stata diagnosticata una forma rara di leucemia. In Gran Bretagna se ne contano circa 500 casi l’anno. I medici dicono che non è curabile ma è gestibile. Dunque, se non intervengono ulteriori mutazioni, mi accompagnerà fino alla morte. Si gestisce con analisi del sangue ogni tre mesi, a volte me ne tolgono anche mezzo litro. Un giorno gli ho chiesto che fine facesse. Mi hanno risposto che lo buttavano nel lavandino. Tecnicamente si potrebbe anche riutilizzare, ma a quanto pare costa troppo, andrebbe ripulito. Forse dovrei venderlo: magari qualche lettore sarebbe felice di avere una sacca del mio sangue sul camino (strizza gli occhietti azzurri divertito)».
È ancora refrattario a qualsiasi conforto religioso?
«Veniamo dal nulla e torniamo nel nulla. E all’universo non importa niente di noi. Certo, affrontare la vecchiaia e la malattia senza credere in Dio rende tutto più difficile perché non puoi appoggiarti all’idea che dopo la vita ci sia qualcosa che ti aspetta».
Questo atteggiamento inevitabilmente cambia il rapporto con la malattia. Pensa sia solo una lotteria, una questione di fortuna o sfortuna?
«La malattia è semplicemente l’universo che fa il suo lavoro. Quando ci ammaliamo, ci piace pensare che ci sia un senso, una ragione. A volte c’è, è vero. Se fumi cento sigarette al giorno e hai un tumore alla gola, ammalarsi può essere una conseguenza logica. Ma spesso non c’è nessuna ragione. Prendiamo la malattia sul personale, pensiamo sia una colpa, mentre è soltanto il corpo che comincia a declinare. Qualcosa che accade senza scopo. E invece le persone trattano il cancro come un nemico, gli danno perfino nomi come Trump o Putin per poterlo combattere con più convinzione. Ma nella maggior parte dei casi l’atteggiamento del paziente non cambia l’esito. Diversi studi dimostrano che non fa differenza essere ottimisti o pessimisti».
Susan Sontag quasi cinquant’anni fa già metteva in guardia dal rischio di usare la malattia come metafora. Nonostante tutto ricorriamo ancora a immagini guerresche.
«Spesso negli annunci funebri si dice: “È morto dopo una lunga battaglia contro il cancro”. Si dovrebbe dire invece: “È morto dopo che il cancro ha lottato a lungo contro di lui”».
Racconta di un’ultima mail di Martin Amis ricevuta poco prima che morisse. Le scriveva che la sua salute era allarmante, ma lo spirito buono. Nel libro si diverte a pensare possibili ultime frasi da lasciare.
«La migliore senza dubbio è: sono sul treno».
Nel senso che la destinazione è certa?
«Le confesso che immagino proprio di dire quella frase di Prosper Mérimée prima di andarmene. Sono sul treno. Mérimée diceva che l’idea di essere su un binario diretto dall’altra parte del baratro è dolorosa e allo stesso tempo confortante perché libera da ogni responsabilità. Immagino però che tutti penserebbero: Barnes è impazzito, sta morendo e parla di treni. Non sappiamo come saremo fraintesi in quei momenti. Lo scoprirò a tempo debito. Le faccio però una proposta: proviamo a organizzarci un’intervista Zoom sul mio letto di morte? (ride)».
Sembra una provocazione letteraria.
«È letteratura, sì».
Scrive di non aver mai creduto nella serenità della vecchiaia.
«Era una cosa che avevo già affermata quando ero un sessantenne, nella raccolta di racconti The Lemon Table. Penso che l’idea del vecchio sereno sia una costruzione sociale. Ci si aspetta che gli anziani si comportino con dignità e modestia, mentre spesso sono arrabbiati».
Lei è arrabbiato?
«Ora che sono arrivato a quell’età che si può chiamare vecchiaia sento che le emozioni sono forti come prima e la mia rabbia è altrettanto intensa. Si pensa che, indebolendosi il corpo, s’indeboliscano anche le emozioni, ma non è così. Non vedo perché ci si debba aspettare che gli anziani siano sereni. Stanno affrontando la prospettiva di morire presto, e se non sono religiosi non è certo confortante».
C’è chi sostiene che, invecchiando, i ricordi più vividi sono quelli lontani.
«Quando siamo giovani pensiamo che la memoria sia stabile: mettiamo un ricordo in un cassetto nella nostra testa e poi lo ritroviamo identico. Ma con il tempo non è più così. La memoria si degrada. Più raccontiamo un ricordo, più cambia. E le storie che raccontiamo meglio di noi stessi sono spesso le meno vere. La memoria è più vicina all’immaginazione che al recupero fedele del passato. Ma l’alternativa sarebbe intollerabile. Se il cervello ci restituisse tutto, impazziremmo».
A questo proposito, nel libro lei fa l’esempio di un uomo che ha la sventura tragicomica di ricordare tutte le crostate mangiate nel corso della sua vita.
«È successo a un quarantacinquenne con i postumi di un ictus di cui ho letto in una rivista di neurologia clinica».
Lei confessa di trovare l’esperienza della memoria involontaria a tratti violenta e aggressiva.
«Che cosa succederebbe se il nostro cervello registrasse tutte le esperienze sepolte della nostra vita? L’oblio fa parte della vecchiaia. Con il passare del tempo si dimenticano cose in modo illogico. Non solo ciò che è insignificante, ma nomi familiari, parole comuni. Una volta, parlando con un neurologo, mi resi conto di non ricordare la parola “neurologo”. Per fortuna si imparano piccoli trucchi per arrivare ai ricordi, passando da altri pensieri. Non sarà un percorso semplice da qui alla nostra Zoom call sul mio letto di morte…».
La scrittura si nutre di memoria, non solo quella autobiografica. In “Livelli di vita” lei ha raccontato la storia d’amore con sua moglie Pat Kavanagh, morta nel 2008.
«Il lutto è per sempre, dobbiamo accettarlo. Amare qualcuno significa anche rischiare di perderlo definitivamente e soffrirne. Dopo la morte, ci restano solo i ricordi, per questo ci sforziamo di richiamarli indietro più esattamente possibile. Ci aggrappiamo a una serie di storie su quella persona, alle memorie che ci legano a lei, ma alla fine dobbiamo prendere atto che nessuna nuova storia si aggiungerà. Questo è doloroso».
Scrivere è un modo per trattenere qualcosa?
«Quando mia moglie era malata, tornavo dall’ospedale e scrivevo. Era una maniera per non impazzire. Scrivere dà controllo. Credo però che dovremmo parlare di più della dimenticanza piuttosto che della memoria. Dimenticare è ciò che facciamo di più».
Quanto è stato importante l’amore nella sua vita?
«È una domanda molto personale. È stato centrale, tanto quanto la scrittura. Quando si ama, si vede con maggiore chiarezza».
Nei suoi libri, però, le storie d’amore spesso non finiscono bene.
«È così anche nella vita».
Ha scritto un libro proustiano?
«Lo dico piano, ma non sono veramente proustiano. I miei riferimenti francesi sono più razionali: Flaubert, Voltaire, Montaigne. Ho letto Proust solo in parte. Un mio amico, Terence Kilmartin, che lo ha ritradotto, diceva che si può iniziare da qualsiasi volume, usare l’indice. Ha prodotto un meraviglioso indice organizzato per temi, personaggi, luoghi. A proposito, le scene sui treni sono magnifiche. E io sono su un treno. Non dimentichi quando starò morendo, la nostra ultima intervista Zoom».