la Repubblica, 16 gennaio 2026
Bonsanti: “Quella volta che Scalfari mi spedì a casa di Gelli”
Emozionata, certo che ero emozionata il primo giorno a Repubblica. Anzi, direi che ero eccitata”. Sandra Bonsanti, 88 anni di passione civile e giornalismo, è sulla poltrona dello studio nella sua casa di via Maffia nell’Oltrarno fiorentino (“proprio in questa strada io e la mia famiglia ci nascondemmo durante la guerra, perché mia madre era ebrea”). È stata protagonista di una lunga stagione a Repubblica: “Presi servizio il 9 novembre del 1981”.
Arrivavi dalla Stampa, come eri sbarcata in piazza Indipendenza?
"Scalfari mi chiamò e mi disse: ‘Ma che aspetti a venire da noi?’. E io accettai. Ero stata alla Stampa e prima ancora al Giorno, dove avevo seguito il delitto Moro. Ecco, ho ancora qui il taccuino del 9 maggio 1978, quando fu trovato il cadavere del presidente della Dc in via Caetani. Vedi, scrissi: ‘Passa un funzionario: pare che sia Moro’, ‘Barba lunga di un giorno, camicia chiara’. ‘Ferito alle spalle e alla testa’. Furono giorni drammatici. Una palestra. Dopo tre anni, la chiamata di Scalfari”.
E quindi partecipavi alla riunione della mattina, la “messa cantata” raccontata da tanti colleghi.
"Era di sicuro il momento più importante della giornata per il giornale. Tutti potevano parlare, anche se molti erano un po’ intimiditi. Scalfari e Rocca facevano anche battute goliardiche. Ma per me il momento culminante era un altro”.
Quale?
“Gli articoli migliori che ho scritto sono quelli che raccontavo direttamente al direttore, a Scalfari, quando tornavo da un servizio. Rientravo in redazione, mi fiondavo nella sua stanza e gli raccontavo tutto. Lui mi invitava a farlo, voleva sapere prima di tutti quello che sarebbe uscito sul giornale. E voleva che gli raccontassi tutto, tutto. Ad un certo punto gli dicevo: ‘Ma io devo andare a scrivere’. E lui: ‘Aspetta, racconta meglio’. Discutevamo, mi dava suggerimenti. È stata una grande lezione sull’onestà della scrittura”.
Ti sei occupata a lungo della loggia P2 di Licio Gelli, ma anche di mafia, politica. E hai vissuto la “guerra di Segrate”, quando in ballo c’era il controllo della Mondadori e il destino di Repubblica e Espresso.
"Fu un momento abbastanza drammatico. Si sentiva che si veniva da una storia nobile e che stava a noi difenderla. L’autonomia era fondamentale, mai successo che Scalfari mi facesse cambiare qualcosa. Repubblica è stata una grande scuola di cultura e di giornalismo. Chi voleva imparare ha imparato”.
All’inizio chi ti impressionò di più all’interno della redazione?
"Rosellina Balbi, la responsabile della cultura. Donna molto intelligente e sicura di sé. Nessuno osava contrastarla, non c’era modo, perché era troppo colta. Le sue opinioni erano tenute in gran conto. Repubblica non era come tutti gli altri giornali, sentivi che affondava le radici in una storia che andava indietro. Era un giornale giovane, ma era legato alle esperienze del Mondo e dell’Espresso”.
Anche tu ti facevi rispettare. C’è una foto in cui minacci con una scarpa in mano un gruppo di notabili ad un congresso Dc. Accanto a te un attonito Giampaolo Pansa.
(ride) “Sì, certo, era il 1989. Quella era una zona riservata alla stampa. Ad un certo punto iniziò a riempirsi di tutti questi capi e capetti democristiani che ci toglievano posto. Non si riusciva a lavorare. E mi arrabbiai. Quando sono triste vado a riguardare quella foto, mi diverte”.
Tornando alla P2, ci fu anche un incontro con Licio Gelli a Villa Wanda.
"Era il 1988, se non sbaglio. Gelli era da poco tornato a Castiglion Fibocchi e aveva accettato di far entrare il Venerdì di Repubblica per un servizio fotografico. Scalfari mi disse: ‘Vai anche tu e scrivi’. Ma c’era il rischio che, vedendomi, Gelli mandasse tutto all’aria. Quando arrivai attaccò subito: ‘Ho bagnato di lacrime i suoi articoli’. E io gli risposi: ‘Se non fuggiva avrebbe potuto dare la sua versione’. Ma il servizio lo facemmo”.
Immagino le difficoltà per ricostruire gli intrighi dietro una vicenda oscura che tenne banco per anni.
"Della P2 all’inizio non si sapeva nulla. Grande merito di Scalfari è stato di non mollare mai su quell’argomento. E ogni volta che ho proposto un articolo sulla P2 mi è stato pubblicato. Certo, ti muovevi tra mille pressioni esterne, anche le più improbabili. Mi ricordo che una volta un massone siciliano, che stavo tentando di far parlare sull’argomento, mi propose di affiliarmi alla Stella d’Oriente, la loggia riservata alle donne. Scoppiai a ridere”.
A Firenze, la tua città, tornasti come inviata nei giorni della strage di via dei Georgofili.
"Fu terribile. Quando rientrai a Roma Scalfari mi disse: ‘Mi hai fatto piangere’. Si riferiva al pezzo sulla poesia scritta dalla piccola Nadia Nencioni, poco prima di essere uccisa dalla bomba”.
Un’arrabbiatura che ancora ricordi?
"Quella all’esame di Stato per l’iscrizione all’albo dei giornalisti professionisti. Mi ricordo che i commissari furono terribili. Mi dissero: ‘Ma perché ha scelto la traccia sulla mafia, noi per le ragazze avevamo preparato la traccia sulla moda...’. E io gli risposi: ‘Perché io mi sono occupata di mafia e di quella ho scritto’”.