Corriere della Sera, 16 gennaio 2026
Meno iscritti stranieri e calo nei ranking: atenei Usa in crisi
Le università americane hanno meno nuovi iscritti stranieri rispetto agli ultimi anni. E perdono posizioni nei vari ranking internazionali che classificano gli atenei in base a diversi criteri. Il primo dei due cali, quello nel numero degli studenti provenienti dall’estero (-17% rispetto al 2024-2025) è una conseguenza immediata delle politiche dell’amministrazione Trump, che hanno reso molto più difficile ottenere i visti per motivi di studio. Se n’è vantato lo stesso dipartimento di Stato in un post su X del 12 gennaio: «Abbiamo revocato più di 100.000 visti, 8.000 dei quali per motivi di studio, (…) a persone che hanno problemi con la legge degli Stati Uniti (...). Continueremo a deportare questi mascalzoni per rendere l’America più sicura».
In realtà, non solo per i supposti criminali, ma per tutti gli stranieri è diventato più difficile (e meno appetibile, visto che a un certo punto il permesso potrebbe essere revocato) ottenere un visto per studiare in America. Fanno eccezione solo poche università prestigiosissime come Harvard, che quest’anno ha il numero più alto di iscritti stranieri (6.749) dal 2002. Ed è sempre Harvard l’unico ateneo americano che si mantiene, seppure con qualche difficoltà, nei primi posti dei ranking che cercano di stabilire dove si possa studiare con maggiore profitto. In quello compilato dall’università di Leida, che si basa sulla produttività dei vari atenei (conteggiando ad esempio gli articoli pubblicati sulle riviste accademiche), Harvard scivola dal primo al terzo posto e rischia di annegare nel mare delle università cinesi che occupano 16 delle primi 20 posizioni. Lo stesso avviene anche in altre classifiche che non valutano solo la produttività ma anche la «reputazione» e sono quindi più premianti per le facoltà umanistiche. In questi ranking la Cina è meno performante e si difende meglio l’Europa, ma anche qui le università americane, salvo la solita Harvard, Stanford, il Mit e poche altre, perdono posizioni.
In questo caso Donald Trump non c’entra: il calo di produttività e di appetibilità non è attribuibile ai robustissimi tagli ai finanziamenti decisi dal presidente per punire il mondo universitario, in cui il verbo Maga stenta ad attecchire. Gli studi che fanno avanzare la ricerca (e poi finiscono sulle riviste scientifiche) durano infatti anni e quindi la carenza di fondi non può avere già avuto dei contraccolpi visibili sulla produttività. Ma negli atenei americani si teme che quando questi contraccolpi arriveranno la competizione con il resto del mondo (e soprattutto con la Cina) sarà ancora più difficile.