Corriere della Sera, 16 gennaio 2026
Astensioni, contrordini e flash mob. Lega-M5S, la strategia dei «distinguo»
Guastano di qua, si differenziano di là. Strategie simili con un discrimine: al governo è un conto, all’opposizione è un altro. E però la politica estera racconta ancora una volta le «diverse sensibilità» di Lega e M5S nei rispettivi schieramenti. Se per Matteo Salvini alla fine vale, a collo più o meno torto e con qualche soldato perso per strada, il patto con Giorgia Meloni; per Giuseppe Conte «il non ci sto» ormai è prassi. Ginnastica quotidiana: Ucraina, Iran, Venezuela, Gaza. «Posizioni indecenti» per il riformista pd Lorenzo Guerini. «Elly la pensa come noi sulla politica estera, ma non può dirlo perché ha i riformisti dentro», dice Stefano Patuanelli, capogruppo M5S in Senato. Chiaro che con queste posizioni, a volte inconciliabili come accaduto ieri su Ucraina e Iran, pensare a un programma di governo Pd-M5S appare pia illusione. I maliziosi che frequentano il Palazzo dicono che Giuseppe Conte è influenzato nella politica estera «da fattori esterni». Il professor Alessandro Orsini o l’ex ambasciatrice Elena Basile, entrambi firme del Fatto Quotidiano. C’è anche chi aggiunge che le mosse del M5S siano osservate con molta attenzione anche da Alessandro Di Battista, ex grillino della prima ora, molto attivo tra editoria, tv, teatri e piazze (sua l’associazione «Schierarsi»). Poi c’è Ottolina tv, «media indipendente» attivo su Twitch e YouTube che su riarmo, Ucraina e rapporti con gli Usa spesso rilancia le posizioni di Conte, ma anche quelle di «Dibba», Orsini e Basile. «Non è così – dice Patuanelli – La nostra linea sull’Iran è stata frutto di una riunione di un’ora e mezza con i parlamentari». «Il M5S cerca spazi politici e molto, in politica estera, è dettato da un calcolo elettorale», ragiona Guerini. Sull’Iran il M5S è stato l’unico ad astenersi in Commissione esteri del Senato perché il testo non conteneva una condanna «agli attacchi unilaterali Usa». Poi ieri il Movimento ha presentato una propria risoluzione alla Camera che riprendeva quella del Senato aggiungendo un sesto punto, la condanna alle azioni militari unilaterali. Alla fine Avs l’ha votata, il Pd si è diviso. E il M5S? Si è di nuovo astenuto su quella votata dal resto dei partiti, fotocopia di quella del giorno prima. «Serve un chiarimento: se no come si fa a costruire un programma elettorale comune?», si chiede Guerini. «A tempo debito», rispondono dal M5S.
Fin qui il Campo largo, poi c’è la Lega. Anche se non pare che ieri il partito abbia subito l’iniziativa del vicesegretario Roberto Vannacci e il suo no clamoroso alla linea sull’Ucraina. Manifestata anche con il flash mob fuori da Montecitorio (9 persone), mentre la Lega votava la risoluzione. Le contraddizioni sono destinate a riemergere quando il decreto Ucraina andrà in Aula. L’uomo simbolo è certamente Claudio Borghi: in lunghe ore ha messo a punto il testo con Crosetto, con la sottile distinzione tra una risoluzione che parla quasi niente di armi ma rimanda a «un contributo coerente con gli impegni assunti». Che sono, ebbene sì, anche le armi. Poi, però, Borghi non partecipa al voto sulla sua stessa opera: «Troppo difficile spiegare la differenza tra la risoluzione di oggi e il futuro decreto». In realtà, le armate di Vannacci non sembrano poi compatte. Elisa Montemagni talvolta è data per vannacciana. Ieri era tranquillissima: «Certo che voterò la risoluzione». E il decreto? «Anche». Ma il generale Vannacci? «Sono toscana, collaboriamo sul territorio». Punto.