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 2026  gennaio 16 Venerdì calendario

Euridice Axen: «Nei panni di Marilyn»

Inizia con una confessione Euridice Axen: «Quello per Marilyn Monroe è un amore assoluto, da sempre sogno di interpretarla». Come a puntualizzare subito con quale sentimento e delicatezza si è avvicinata al personaggio di Zucchero nella trasposizione teatrale di A qualcuno piace caldo (film di Billy Wilder che la star americana interpretò nel 1959), al debutto il 6 febbraio in prima nazionale al Duse di Bologna con la regia di Geppy Gleijeses, Giulio Corso nel ruolo che fu di Tony Curtis e Gianluca Ferrato in quello di Jack Lemmon. Un titolo, come dice Gleijeses «da far tremare le vene ai polsi». Non all’attrice romana, figlia d’arte: la madre è Eva Axen, diretta da Luchino Visconti e Dario Argento; il padre è Adalberto Maria Merli, volto degli sceneggiati tv degli anni ‘70. Del resto Axen non è nuova ai paragoni ingombranti: a teatro è stata Moana Pozzi in Settimo senso di Ruggero Cappuccio, e anche Raffaella Pavone Lanzetti – ruolo che fu di Mariangela Melato – in Travolti da un insolito destino per la regia di Marcello Cotugno.
Ora tocca all’icona femminile per eccellenza.
«Da un po’ di tempo mi accade questa cosa speciale: esprimo dei desideri nella mia testa e poi si avverano. Andò così anche con Moana. Quando arrivò la proposta di Cappuccio, con un testo colto che la rendeva una sorta di paladina di giustizia, quasi un totem che condannava la pornografia, era come se fossi già in attesa di quel ruolo. È successo di nuovo con Marilyn, alla quale in passato ho anche dedicato una poesia. Quindi ho accettato di impulso, un sì incondizionato. Ma poi qualche scrupolo è arrivato sull’espormi a questo confronto. Allora mi sono posta una scelta: interpreto Zucchero a modo mio o recito Marilyn?».
E...
«Ho scelto Marilyn. Perché quello che rende meraviglioso il personaggio è la sua interpretazione. Ho preso tutto il suo candore, lo stupore, l’ingenuità e l’assenza di malizia che Marilyn le ha donato: è riuscita a costruire una donna che parla come un’arrampicatrice sociale, alla ricerca di un milionario da incastrare, ma che in realtà vuole innamorarsi di un uomo capace di prendersi cura di lei. Insomma, una donna-trofeo tutta da amare, che sogna un milionario-principe azzurro».
Le è mai capitato di sentirsi una donna-trofeo?
«Mi è capitato di desiderare un uomo che dicesse “Tranquilla, ci penso io a te”. Ma non è arrivato, e ora neanche lo desidero più. Invece una donna-trofeo direi di no. Però mi sono innamorata di una persona che senza dubbio era parecchio interessata al mio lavoro e a tutto quello che mi ruota intorno».

Da donna, sul lavoro, cosa la infastidisce?
«Il nudo, quando non serve. Spogliarmi non è un problema, ma solo se è coerente con il personaggio».
Moana e Marilyn, qualcosa in comune?
«Donne molto diverse, ma entrambe con una fragilità che mi devasta, e in cui mi riconosco. Mi fanno pensare a una poesia di Livia Candiani: “Vorrò sempre essere circondata da bambini, da animali e da tutti quelli che non lo fanno apposta”. Ecco io le metto in questa categoria di persone. Con una differenza: Moana era risoluta, la vedo come un’amica a cui avrei chiesto aiuto, Marilyn invece avrei voluto proteggerla».
E Mariangela Melato?
«Lei sì che mi ha terrorizzato! Forse perché, più che diva patinata, è stata un’attrice straordinaria. E pensare che mi diede il copione di Memorie dal sottosuolo, con cui debuttai in teatro diretta da Gabriele Lavia. Andai a trovarlo all’Argentina, nei camerini c’era lei che mi passò il copione. Non mi conosceva ma fu di grande incoraggiamento. Io ero così emozionata che andai a teatro con un vestito nuovo ma dimenticai di staccare l’etichetta, quindi giravo col cartellino a vista. Non avrei mai immaginato di interpretare uno dei suoi ruoli».
La prossima icona?
«Lady D, è un po’ che la desidero. Aspetto che si avveri».
E poi?

«Vorrei lavorare con Lars von Trier. Tempo fa cercava una musa/moglie, allora gli scrissi una mail per candidarmi, ma solo per fare la musa».