Libero, 16 gennaio 2026
Intervista a Dacia Maraini
Guardare gli animali per tornare a essere umani, imparare ad ascoltare i loro silenzi, osservare quel modo umile e fiero di stare al mondo e cercare di esserne all’altezza.
Anche i cani a volte volano (Solferino, 192 pp., 16,50 euro) è il titolo del nuovo libro di Dacia Maraini, autrice di romanzi, racconti, opere teatrali, poesie e saggi, tradotti in oltre venti Paesi. Un libro che è una dichiarazione d’amore per tutti gli animali (cani soprattutto, ma anche gatti, lupi, orsi, galline) e allo stesso tempo un atto d’accusa contro noi uomini e la nostra supposta e supponente superiorità.
«Ho sempre pensato che il modo in cui trattiamo gli animali racconti molto di noi», scrive.
Oggi come trattiamo gli animali?
«C’è una maggiore consapevolezza. Ma ciò è dovuto al fatto che gli scienziati, gli animalisti e i ricercatori hanno messo in luce la personalità fino a poco tempo fa sconosciuta degli animali. I loro sentimenti, il loro sconosciuto linguaggio, le loro capacità sociali. Una volta capito questo non si può più pensare come si faceva fino a poco tempo fa che gli animali, siccome privi di anima come sosteneva la religione, erano da considerarsi alla stregua dei sassi».
Lei parla del silenzio degli animali che ci accompagna da sempre ma che abbiamo imparato a ignorare. Che cosa impareremmo se cominciassimo ad ascoltare quel silenzio?
«Per ascoltare un essere vivente ci vuole attenzione. Ed è proprio l’attenzione che è mancata nei secoli scorsi. Non per cattiveria, ma per ignoranza. Chi ascoltava gli animali? Solo chi aveva una sensibilità straordinaria come San Francesco».
Non crede che oggi ci sia una eccessiva umanizzazione dei cani e dei gatti? Addirittura tante coppie preferiscono adottare cani sostituendoli ai figli.
«Trattare gli animali come bambini certamente è sbagliato, ma dobbiamo ricordare che siamo stati noi a creare gli animali domestici, li abbiamo costretti a lasciare il mondo selvatico per diventare nostri collaboratori e amici. E in questo senso vanno trattati. Con affetto e considerazione. Rispettando la loro animalità ma consapevoli che sono una compagnia per noi e noi per loro».
Come e quando nasce il suo amore per gli animali?
«Da quando, nel campo di concentramento, una mattina di particolare fame e dopo una pioggia notturna sono saltate fuori nel cortile tante piccole rane su cui i prigionieri si sono gettati per divorarle. Eravamo tutti malati per la mancanza di proteine e abbrutiti dalla fame. Io ne ho acchiappata una e stavo per ucciderla, ma quando ho incontrato il suo sguardo spaventato, non ce l’ho fatta. E di nascosto, altrimenti sarei stata rimproverata, l’ho fatta scivolare al di là del filo spinato. Avevo visto in lei la mia stessa disperazione».
Quando e perché ha deciso di essere vegetariana?
«Mio nonno, il siciliano Enrico Alliata, era vegetariano in anticipo sui tempi. Era un uomo illuminato, che praticava le idee di Tolstoj. Nei primi del Novecento ha scritto un libro di cucina vegetariana pubblicata da Flaccovio che ancora viene ristampato. Mia madre è stata vegetariana e io lo sono diventata da adulta. Ormai da trent’anni non mangio carne».
Nel libro racconta di tutti gli animali che l’hanno accompagnata nella sua vita. Ma “Bionda” sembra avere un posto speciale. Che cosa aveva di diverso questa cagnolina?
«Bionda era di una intelligenza e di una sensibilità sorprendente. Capiva tutto quello che le dicevo e anche quello che pensavo. Era una compagnia serena e profonda. È stato uno strazio perderla».
Da un lato veneriamo gli animali da compagnia, dall’altro eliminiamo senza pietà quelli selvatici (il caso degli orsi e dei lupi). Che cosa racconta di noi questo animalismo schizofrenico?
«Noi umani, nella nostra presunzione, abbiamo sempre trattato gli animali in due modi: quelli che ci servono li curiamo e li alleviamo, quelli che non ci servono li uccidiamo. Nei secoli abbiamo fatto strage degli orsi, dei lupi, dei leoni, delle pantere, degli elefanti. Ormai ne restano pochi esemplari. È un delitto. Se non capiamo che il benessere di questo pianeta sta nella convivenza di animali e piante con l’uomo siamo destinati alla estinzione».
Quale è l’atteggiamento umano più crudele nei confronti degli animali?
«Gli allevamenti intensivi sono peggio dei campi di sterminio nazisti. Una vergogna. Oltretutto una scelta stupida e autolesionista. Le mucche, per farle fare più latte, le riempiono di ormoni che poi bevono i bambini. Vi siete mai chiesti come mai tanta gente oggi è diventata intollerante ai latticini? E i maiali, non potendo muoversi dentro una gabbia strettissima, si ammalano e vengono riempiti di antibiotici che poi finiscono nella pancia di chi li mangia».
Crede nella scrittura come strumento di cambiamento?
«La scrittura non cambia il mondo: ci pensano la politica e la finanza. Ma la scrittura può agire sulle coscienze e a lungo andare finisce per cambiare il nostro rapporto con la realtà».
Lei che ha militato nel movimento femminista, in un’intervista ha detto che non crede più nel femminismo di oggi. Ci può spiegare perché?
«Non ho mai detto che non credo nel femminismo. Dico che la ideologia femminista e la pratica delle grandi manifestazioni e dei lavori di gruppo sono terminati. Ma il femminismo come voglia di cambiare una società ancora misogina c’è ed è vivo. Mancano le grandi teorie condivise. Ma la voglia di battersi per maggiori diritti civili continua eccome. Guardate le donne in Iran in questi giorni. Sono state loro a cominciare la grande protesta conto il totalitarismo religioso e il regime dittatoriale. Non si tratta più del femminismo degli anni 70, ma ci sono sempre donne che chiedono libertà e autonomia».
Come sta oggi la donna? Quali battaglie deve ancora vincere?
«Nei paesi democratici le donne con le loro battaglie civili hanno ottenuto molto: tutte le leggi tradizionali che erano ferme da secoli sono state rovesciate e cambiate: dal diritto di famiglia fino al delitto d’onore, dallo jus corrigendi fino alla parità di salario, ecc… Ma dopo quasi tremila anni di patriarcato non è che si cambi con qualche conquista sociale. Ci vuole tempo. Però ricordiamo che ci sono tanti Paesi non democratici dove le donne sono trattate ancora come delle minorenni da proteggere e comandare».
Da poco si sono ricordati i 50 anni dell’omicidio di Pasolini che era uno dei suoi migliori amici. Dopo tanti anni quel delitto è ancora senza un vero colpevole. Lei che idea si è fatta?
«La morte di Pasolini è uno dei misteri italiani non ancora risolti. Ma proprio il fatto che non si riesca a scoprire la verità fa pensare che dietro ci fossero interessi importanti che sanno nascondersi bene. Se fosse stato un giovanotto o un gruppetto di balordi li avrebbero già trovati».
Quelli erano anni vivaci, lei stessa spesso racconta degli incontri tra Calvino, Moravia Pasolini, Sciascia... Come è cambiato in questi anni il ruolo dell’intellettuale?
«Gli intellettuali contavano di più perché erano più solidali e uniti. Oggi c’è dispersione e ciascuno sta a casa sua. Non è una scelta razionale, ma il prodotto di una cultura che si è divisa. Ha perso i punti di riferimento, non riesce a trovare dei valori su cui unirsi».
Pensa che l’intelligenza artificiale, ormai ampiamente utilizzata, potrà del tutto sostituire l’uomo?
«Quando l’intelligenza artificiale arriverà a sostituire l’uomo, sarà uomo, e cioè avrà i nostri stessi problemi. Perché dovremmo averne paura? Io però non credo che le macchine possano sostituire l’uomo perché non hanno una coscienza. Ragionano sui numeri e sono bravissime ma mancano di quella cosa delicata e profonda che è la coscienza».
Ricorda quando ha deciso che avrebbe vissuto di scrittura?
«Mia nonna Yoi Crosse Pavloska, mezza inglese e mezza polacca, scriveva romanzi. Mio padre antropologo ha sempre scritto con piglio narrativo. I libri in casa mia erano tanti e importanti. Ho cominciato prestissimo a leggere e innamorarmi dei grandi romanzi. Ho cominciato a tredici anni a scrivere per il giornale della scuola a Palermo. Non ho mai smesso».
Da bambina ha vissuto tre anni in un campo di concentramento giapponese. Che ricordi ha? Che rapporto ha con quel Paese? E come è cambiato negli anni?
«Chi volesse saperne di più può leggere il mio libro Vita mia in cui ho raccontato nei dettagli di quella esperienza durissima che mi ha segnato per sempre. Per quanto riguarda il Giappone sono in ottimi rapporti con quel Paese, perché ho imparato proprio nel campo che mentre i guardiani era sadici e crudeli, la gente intorno a noi era amichevole e solidale. Gli amici veri in quel tempo di odio sono stati proprio i giapponesi e per questo sono rimasta in buoni rapporti».