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 2026  gennaio 15 Giovedì calendario

Francesco Piccinin: "Ho vinto il linfoma"

Da professione ad alleata preziosa, che ha permesso a Francesco Piccinin di credere in un “dopo”. In un ritorno alla normalità in seguito al tunnel della malattia, che ha messo a dura prova corpo e mente del giovane ballerino di San Liberale (frazione di Marcon, nel Veneziano). A raccontare che cosa la danza abbia per lui rappresentato in un momento difficile della sua vita, quando ha scoperto di avere un linfoma, è lo stesso Piccinin, 30 anni, con una spontaneità e una forza interiore che emergono da ogni parola. Ma non vuole essere un esempio. O meglio, il ballerino professionista, classe 1995, è convinto di come ogni storia sia a sé e di come ognuno debba sentirsi libero di affrontare una dura diagnosi nel modo che ritiene più opportuno. Non serve fare gli eroi, quanto piuttosto dar voce al nostro io più profondo, perché «ogni persona è diversa» e ogni reazione può essere giusta, se è quella che più ci appartiene. Una parola chiave comunque c’è: speranza. Quella che gli ha permesso di andare avanti e di tornare a vivere, dopo i sei cicli di chemio a cui si è sottoposto. Già ballerino solista al Teatro Nazionale Estone, ora lavora all’Aalto Theater di Essen, in Germania. Piccinin spiega come oggi, dopo aver scoperto il linfoma a 25 anni, la malattia sia in remissione. E fra qualche mese potrà dirsi ufficialmente guarito. È stato ammesso alla Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala e all’Accademia di Balletto dell’Opera Nazionale di Vienna, dove si è diplomato. Dal 2015 al 2017 è stato ingaggiato dalla Compagnia di Balletto dell’Opera Nazionale Finlandese, mentre prima è stato nella Junior Company di Vienna.
Francesco, quanto la danza, a cui lei si è avvicinato a 10 anni, l’ha aiutata nel suo delicato percorso?
«Mi ha permesso di focalizzarmi su un obiettivo in vista della fine delle terapie. Oltre alla mia famiglia, la danza è stata per me un sostegno fondamentale, che mi ha consentito di vedere il futuro».
La sua storia parla di rinascita: quale messaggio si sente di rivolgere a chi sta affrontando una malattia?
«Credo che ognuno debba viverla a modo suo, anche se non è sempre cosa facile. Perché quello dei tumori, purtroppo, molte volte è un argomento tabù. Non c’è una scienza precisa, ogni persona è a sé. Poi chiaro, la mente fa molto. Non mi sento di dire “sii un guerriero” o “sii forte”, poiché anche la fragilità è umana. Il mio consiglio è di circondarsi di persone che ci amano e di cose che ci fanno stare bene. E di non perdere mai la speranza».
Quando e come ha scoperto di avere un linfoma, oggi in remissione?
«Avevo 25 anni e sentivo un pallino sul petto (la massa era di 11 cm). Sintomi particolari non ne avevo, se non quando mi sottoponevo alla panca piana: avevo come la sensazione di dover tossire. Alla fine, dopo essere rientrato a casa per l’estate, vedendomi magro e sciupato mia mamma mi ha suggerito un’ecografia. Una volta fatta, i medici mi hanno detto di procedere a una tac con metodo di contrasto».
Cosa ricorda di quegli istanti?
«Al viaggio di ritorno mio papà, medico di base ora in pensione, non ha mai parlato. Troppi i pensieri. Mi stavo preparando per uno spettacolo che si sarebbe tenuto a Trieste, quando mio papà ricevette l’esito della Tac, andando nel panico. Mi propone di non ballare quella sera, senza però dirmi il reale motivo, al che gli rispondo di non poter rinunciare. Ho danzato, la mia famiglia e io siamo tornati a casa insieme e il giorno dopo ci siamo recati al pronto soccorso, dove mi è stata comunicata la diagnosi: linfoma non Hodgkin del mediastino primitivo a grandi cellule B. Sono scoppiato a piangere».
L’hanno curata all’ospedale dell’Angelo di Mestre
«Sì, dove ottimo è stato il riscontro. Anche a livello umano. Sono stato sottoposto a sei cicli di chemio e, dopo sei mesi di trattamento, la Tac non ha mostrato più alcuna traccia del linfoma. È in remissione».
Quando le hanno detto che sarebbe potuto tornare a ballare cos’ha provato?
«È stata un’emozione. Ero debilitato e le infermiere mi hanno detto: “Ma sei sicuro?”. Credevano non sarei riuscito per via delle terapie, ma la mente gioca un ruolo fondamentale. Quando vuoi fare qualcosa, in un modo o nell’altro ce la fai. Mentalmente mi sento forte, anche grazie alla disciplina ricevuta proprio attraverso la mia professione. Ho avuto insegnanti russi».
Anche la danza non scherza a livello di sfide
«È vero. Mi sveglio alle 7 e alle 9 mi sottopongo a un mini riscaldamento. Alle 10 inizia la mia giornata lavorativa: fino alle 11.30 ho lezione di riscaldamento, dopodiché iniziamo le prove. Poi, in base alle settimane, abbiamo in programma gli spettacoli. Insomma, i sacrifici sono tanti».
Cosa auspica per il futuro?
«Mi piacerebbe insegnare, diventare magari ballet master o insegnante in accademia. Accanto alla mia professione sto portando avanti la laurea triennale in Scienze sportive».
Lanciamo un messaggio sull’importanza della prevenzione?
«Assolutamente sì. Bisogna ascoltare i segnali del nostro corpo. Prevenire è fondamentale».
Qualche progetto solidale in mente?
«Sì, un gala di beneficenza a favore di Ail, insieme ad altri colleghi. Confido si riesca a organizzarne uno a Treviso, quest’anno, e un altro a Venezia, nel 2027, al Teatro La Fenice».