il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2026
Eni, a Descalzi non c’è alternativa: sarà amministratore delegato fino al 2029
Come già Carlo V, anche Claudio Descalzi non vede mai tramontare il sole sul suo impero visto che Eni, una delle poche vere multinazionali italiane e l’unica con peso geopolitico, è attiva in tutto il mondo. La novità – visto che il nostro vero ministro degli Esteri sarà confermato amministratore delegato per la quinta volta in primavera – è che neanche il tempo pare avere effetti su Descalzi, l’uomo che non ha alternative.
Milanese, classe 1955, si laurea in Fisica nel 1979 ed entra in azienda 45 anni fa, nel 1981: è un uomo Eni in tutto e per tutto e ha scalato tutta la filiera degli idrocarburi fino alla poltrona che fu di Enrico Mattei, conquistata a maggio 2014 sostituendo Paolo Scaroni, il manager esterno caro a Berlusconi (ma con ottimi agganci ovunque) che era Ad di Eni dal 2005. Descalzi fu bravo a trovare il modo di restare in sella all’arrivo dei berluscones, che fecero invece fuori il suo capo di allora, Stefano Cao, anche chiudendo più di un occhio su certe scelte opache, per poi costruire la sua relazione con Matteo Renzi: fu l’allora premier del Pd a nominarlo amministratore delegato 12 anni fa, giubilando Scaroni, che voleva il posto da presidente, in diretta tv. Da allora non c’è governo che non lo abbia confermato: Gentiloni, Conte-2 e Meloni, che è al secondo giro.
Come il destino, Descalzi pare inevitabile, eppure molto ci sarebbe da dire sulla sua gestione dell’Eni. Uomo d’industria, ha imparato fin troppo bene a compiacere gli azionisti, Tesoro in testa, coi dividendi e il riacquisto di azioni proprie: Eni resta profittevole, eppure è l’unico grande gruppo del settore ad aver perso valore in Borsa dal 2012. La produzione rimane sui livelli degli ultimi anni (1,71 milioni di barili di petrolio equivalente al giorno la stima 2025) e si moltiplicano gli accordi per investimenti in giro per il mondo, ma l’Eni resta posizionata assai male nel settore rinnovabili. Non solo: continua a creare società da linee di business interne – Enilive, Plenitude (le rinnovabili, appunto) – che poi vende a pezzi. Soldi che fanno più bello il bilancio e felice l’azionista, ma non derivano da nuovi margini industriali.
Si potrebbe dire, a discolpa di Descalzi, che se i governi fossero interessati a fare una politica industriale potrebbero dare indicazioni alle loro grandi partecipate, ma in realtà accade il contrario: Eni (e pure Enel e altre) si è scritta da sola il Pnrr per la parte che la interessava ed è il motivo per cui Meloni e soci insistono tanto su attività residuali come i biocarburanti o la cattura del carbonio. Interessante e strategica, invece, la partecipazione di Eni nella società col Massachusetts Institute of Technology che punta a costruire un prototipo industriale di centrale a fusione nucleare nel prossimo decennio: per la portata tecnologica della possibile innovazione e perché testimonia gli ottimi rapporti a Washington di Eni e del suo management.
Il peso geopolitico di Eni è il vero asset di Descalzi, l’uomo che ha portato prima Eni e poi l’Italia dalla Russia (il duo Scaroni-Berlusconi) all’Africa, transizione accelerata dall’invasione russa dell’Ucraina e dagli interessi americani nel Gnl: è stato Descalzi a trattare per conto di Draghi e Meloni gli accordi che hanno consentito all’Italia di ridurre parecchio, ancorché non gratis, la dipendenza dal metano di Mosca; è ancora Descalzi a detenere le chiavi di quella scatola mezza vuota, eufemizzando, che è il “Piano Mattei”.
L’Ad di Eni come ministro degli Esteri pesa assai più di Antonio Tajani, basti qui citare il suo ultimo invito al tavolo dei petrolieri che discutevano del Venezuela alla Casa Bianca. Ci sarebbe da dire, a questo proposito, che l’Eni di Descalzi non è quella di Mattei: i nuovi accordi stretti in Africa, compreso quello finito in tribunale per presunte tangenti in Nigeria (tutti assolti), sono assai più estrattivi – colonialisti per così dire – rispetto al modello con cui il fondatore estese l’influenza internazionale dell’Eni. Anche a capacità di visione non andiamo benissimo: l’idea di fare dell’Italia l’hub del gas africano, anche se è piaciuta molto a Meloni, è una chiacchiera priva di contenuti.
Temi che evidentemente interessano poco ai governi che hanno fatto di Descalzi l’Ad più longevo dell’Eni (a fine mandato, nel 2029, saranno 15 anni), come poco interessarono a Gentiloni gli strani affari congolesi (legali, dice il tribunale) tra Eni e alcune società riconducibili alla moglie dell’Ad. Poco interessa pure il danno che il potere così lungo di un manager, per quanto bravo, può arrecare a un’organizzazione complessa in termini di capacità di innovazione. Descalzi non ha alternative, pare, e per questo si porterà a casa una decina di milioni l’anno per altri tre anni.