lastampa.it, 15 gennaio 2026
Inps, l’inflazione mangia i salari italiani. I sindacati: rinnovare ogni anno i contratti collettivi
Non solo i salari medi italiani continuano a perdere potere d’acquisto ma la nuova fotografia che scatta l’Inps segnala forti divari tra le varie parti dell’Italia e distanze siderali con gli stipendi di altri Paesi. «La questione salariale è grande come una casa» sostiene il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che ora arriva a proporre rinnovi annuali per allineare gli aumenti di stipendio alla corsa dei prezzi.
Le retribuzioni medie dei lavoratori privati (esclusi i domestici), secondo una analisi messa a punto dal Coordinamento statistico attuariale dell’Inps, tra il 2014 ed il 2024 cresciute nominalmente del 14,7% mentre quelle dei lavoratori pubblici sono salite dell’11,7% con un tasso inferiore a quello dell’inflazione. Nel 2024 la retribuzione annuale media per i dipendenti privati era di 24.486 euro mentre quella dei dipendenti pubblici era di 35.350 euro. Nel settore privato le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive molto più basse di quelle degli uomini: la loro retribuzione media annua, infatti, è circa il 70% di quella degli uomini (19.833 euro contro quasi 28 mila euro), anche se rispetto al 2014 in media è cresciita di più (17,5% contro 13,5%).
Nel 2024 la retribuzione annua media in Italia per i lavoratori dipendenti si attesta a 24.486 euro, a fronte di una media estero pari a 74.254 euro. Il dato nazionale, segnala poi la ricerca dell’Inps, nasconde inoltre, un marcato divario territoriale: nel Nord Ovest la retribuzione media è di 28.852 euro, nel Nord Est di 25.723 euro, al Centro di 23.850 euro, mentre scende nel Sud a 18.254 euro e nelle Isole a 17.898 euro.
«Il rapporto conferma che in questo Paese da molti anni esiste un problema retributivo, perché le dinamiche salariali in Italia, a differenza del contesto europeo, sono molto più basse e c’è una perdita di potere d’acquisto» spiega il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps, Roberto Ghiselli. A suo parere «alcune misure di carattere fiscale o contributivo hanno attutito questo effetto ma in questi anni non vi è stato un recupero pieno e tantomeno un incremento del potere d’acquisto». Per Ghiselli «anche il modello delle relazioni sindacali va in parte ripensato. Importante e positivo che fra le parti sociali si sia aperto un confronto anche su questi temi».
«I dati confermano quello che noi diciamo da tempo: esiste una questione salariale grande come una casa. Non si è recuperata pienamente l’inflazione», in più c’è «l’aumento della precarietà», oltre alla disparità tra uomini e donne e tra aree geografiche del paese. Tutte distorsioni», sostiene Landini. A suo parere occorre ripensare subito il modello contrattuale, vanno rafforzati i contratti nazionali di lavoro che devono assicurare «la certezza di un recupero reale dell’inflazione e di redistribuzione della ricchezza prodotta. Penso che una delle riflessioni da fare è che non è più possibile farei contratti ogni tre-quattro anni ma c’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annua del salario se voglio tutelare il potere d’acquisto. Oggi i contratti nazionali durano tre/quattro anni. Io penso si possa avere una verifica del potere di acquisto anche annuale». Concorda il leader della Uil Pierpaolo Bombardieri. Che spiega: «Stiamo discutendo in questi giorni con Confindustria e lo faremo nei prossimi giorni con Confcommercio. C’è bisogno di discutere il modello contrattuale per capire come recuperare la perdita d’acquisto: bisogna stimolare il rinnovo dei contratti e trovare un sistema che si agganci in maniera automatica al rinnovo. E poi c’é la necessità di discutere anche di un necessario recupero della produttività in questo paese che si può realizzare attraverso la contrattazione di secondo livello».