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 2026  gennaio 15 Giovedì calendario

Bce: "Le barriere Ue peggio dei dazi di Trump. Serve il Mercato Unico"

È un dazio invisibile, ma più pesante di quelli minacciati da Donald Trump. Le frizioni interne al Mercato Unico europeo, per la Banca centrale europea (Bce), valgono per l’economia dell’Unione più delle barriere commerciali esterne. Almeno 550/600 miliardi di euro di potenziale Pil inespresso l’anno, secondo i calcoli sulla base dello studio presentato ieri dagli economisti di Francoforte. Numeri che rappresentano oggi uno dei principali fattori di vulnerabilità in un contesto geopolitico sempre più instabile, come avverte anche il vicepresidente della Bce Luis de Guindos, che mette in guardia dai rischi di contagio finanziario dagli Stati Uniti all’Europa.
Secondo una nuova analisi della Bce, le differenze tra regole nazionali, gli oneri amministrativi e le pratiche anti-concorrenziali continuano a frammentare il commercio tra i Paesi membri al punto da generare costi equivalenti a dazi del 67% sui beni e addirittura del 95% sui servizi. Un livello superiore alla tariffa del 50% che l’ex presidente americano Trump aveva minacciato di imporre sulle esportazioni europee prima dell’accordo commerciale raggiunto la scorsa estate. Lo studio, firmato dagli economisti Lucia Quaglietti e Vanessa Gunnella insieme a Roberto Bernasconi, Naïm Cordemans e Giacomo Pongetti, rafforza la pressione di Francoforte sui governi affinché completino un’opera di integrazione rimasta incompiuta nonostante trent’anni di mercato Ue.
Il messaggio è perentorio: l’Europa dispone già al suo interno di uno scudo economico potente, ma continua a non utilizzarlo a pieno regime. La Bce ricorda che il mercato unico coinvolge 450 milioni di cittadini e 26 milioni di imprese e garantisce benefici economici e strategici diffusi. In un contesto segnato dal ritorno delle tensioni commerciali globali e dall’incertezza sulla politica economica statunitense, superarne le rigidità è considerato essenziale per rafforzare la resilienza dell’Unione, sostenere la competitività, migliorare le capacità di difesa e preservare la stabilità macroeconomica. Christine Lagarde insiste da tempo sul fatto che sbloccarne il potenziale sia una condizione necessaria per una crescita duratura.
Gli economisti riconoscono che non tutte le barriere possono, o devono, essere eliminate, soprattutto quando riflettono preferenze nazionali o limiti strutturali alla commerciabilità. Ma anche progressi parziali avrebbero effetti rilevanti. Se tutti i Paesi dell’Ue riuscissero ad allinearsi agli standard dei Paesi Bassi, considerati il benchmark per il loro elevato livello di integrazione, le frizioni nel commercio intra-europeo si ridurrebbero di circa otto punti percentuali per i beni e di nove per i servizi, con un aumento del benessere e degli scambi transfrontalieri del 3,1%. Ancora più significativo, una riduzione di appena il 2% delle barriere interne sarebbe sufficiente, nel lungo periodo, a compensare integralmente l’impatto sull’output europeo di eventuali nuovi dazi Usa. Se tutti i Paesi dell’Unione riuscissero a ridurre i propri ostacoli ai livelli dei Paesi Bassi, i costi del commercio di beni calerebbero dell’8% e quelli dei servizi del 9%. Tali riduzioni si tradurrebbero in guadagni di benessere di lungo periodo rispettivamente dell’1,3% e dell’1,8% del Pil europeo. Una possibile stima, senza soppesare il peso dei beni e dei servizi sul Pil Ue fissato al 2024, potrebbe vedere benefici per circa 600 miliardi di euro annui.
L’urgenza è accentuata da un contesto internazionale che resta fragile. Sul fronte finanziario, il vice presidente De Guindos ha avvertito che i crescenti timori dei mercati sulla credibilità di bilancio degli Stati Uniti, a fronte di deficit elevati e persistenti, «possono creare una propagazione del rischio dagli Stati Uniti all’area euro», amplificata dall’incertezza politica e dal deprezzamento del dollaro. Un rischio che trova l’Europa esposta, dal momento che «in alcuni Paesi dell’area euro i fondamentali di bilancio restano deboli» e le sfide strutturali potrebbero ridurre lo spazio di manovra fiscale.
Per la Bce, rafforzare il mercato unico non è quindi solo una scelta di efficienza economica, ma una risposta strategica a choc esterni sempre più frequenti. In un mondo che si muove verso blocchi commerciali più chiusi e finanza più volatile, l’integrazione interna resta la leva più immediata e meno costosa di cui l’Europa dispone per difendere crescita e stabilità.