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 2026  gennaio 15 Giovedì calendario

Il parrucchiere, il macellaio, l’auto per incontrare Arianna: le accuse al Garante della Privacy

Il parrucchiere, le cene, i fiori, un conto dal macellaio da seimila euro. E poi l’auto di servizio utilizzata per fini privati, compresa quella visita a Fratelli d’Italia, per incontrare Arianna Meloni, alla vigilia della multa a Report. E ancora: le tessere “executive” regalate da una compagnia aerea e la necessità di approfondire il perché una maxi sanzione da 44 milioni di euro a Meta sia stata prima ridotta e poi annullata. Sono queste le accuse che la procura di Roma muove ai quattro membri del Garante per la protezione dei dati personali: il presidente, Pasquale Stanzione, e i componenti Ginevra Feroni Cerrina, Agostino Ghiglia e Guido Scorza.
I reati ipotizzati sono peculato e corruzione in un racconto che descrive una gestione delle risorse pubbliche «abbastanza disinvolta».
Sul fronte del peculato, l’accusa contesta che i componenti del Collegio, «avendo per ragione del loro ufficio la disponibilità di denaro pubblico, se ne appropriavano attraverso la richiesta di rimborsi per spese compiute per finalità estranee all’esercizio del mandato». Gli esempi sono diversi. In più occasioni, viene riferito, «erano state pagate delle spese, come quelle relative al parrucchiere da parte della vicepresidente ovvero di una cena per 7/8 persone da parte di Scorza, con la carta di credito del Garante». Spese che, secondo quanto segnalato dagli uffici amministrativi, «non erano inerenti all’attività lavorativa».
Altri episodi riguardano i pasti e le spese di vitto. Un capitolo specifico dell’avviso di perquisizione è dedicato all’alloggio romano del presidente Pasquale Stanzione, definito dagli inquirenti «meritevole di interesse investigativo» per una serie di anomalie. Stanzione, residente a Salerno, avrebbe stipulato un «contratto di locazione agevolata di immobile a uso abitativo» in piazza della Pigna, a Roma, con un canone iniziale di «euro 2.900,00 mensili», poi oggetto di una richiesta di modifica. A partire da «ottobre o novembre 2025», si legge, sarebbe stato chiesto un rimborso pari a «euro 3.700,00 mensili», motivato da una presunta «rinegoziazione privata» del contratto. Un aumento considerato anomalo dallo stesso ex segretario generale Angelo Fanizza (poi dimessosi), che riferisce: «Posto che l’aumento era considerevole, prima delle mie dimissioni avevo detto di non procedere al pagamento in quei termini perché era necessario prima appurare nel dettaglio questa modifica che mi è apparsa un po’ anomala e di cui non sapevamo nulla». Fanizza precisa inoltre di non sapere «come si sia evoluta la situazione dato che poi mi sono dimesso».
Ma non è tutto. Negli atti si segnala anche la «contiguità spaziale» dell’immobile in cui dimorerebbe il presidente con «altro immobile, sito al numero civico vicino», nel quale «risulta insistere una struttura ricettiva nella forma di B&B, riconducibile a società facente capo alle figlie del Presidente Stanzione». Un collegamento che, secondo la Procura, impone ulteriori verifiche, in particolare «in relazione ai rapporti con i rimborsi da parte dell’Autorità», ancora «in corso di accertamento».
A rafforzare i dubbi c’è anche un ulteriore elemento emerso dalle sommarie informazioni: «Non sono in grado di riferire se il Presidente viva da solo ma so per certo – dice un testimone – per averlo personalmente visto, che sul contratto vi è anche l’indicazione di 2 familiari oltre lui».
Altro fronte delicato riguarda le spese per i pasti. Le indagini hanno accertato che Stanzione ha intrattenuto «rapporti commerciali» con una macelleria per importi complessivi che nel triennio 2023-2025 superano i seimila euro. Su questi addebiti Fanizza riferisce: «Non so dire con precisione come le stesse siano state fatte», ma aggiunge di aver trovato «documenti che non erano né fatture né scontrini» sui quali «erano annotati questi “pasti pronti” che presumo siano andati a rimborso». Si trattava, precisa, di «2/3 documenti» con «spese di circa 70 euro cadauna».
C’è poi il capitolo dell’auto di servizio. L’avviso contesta il «delitto di peculato d’uso» per l’impiego dell’autovettura dell’Autorità «per finalità estranee alla funzione pubblica». «Per esempio per recarsi presso la sede di un partito politico», scrive la Procura di Roma, richiamando un episodio già noto: quando Agostino Ghiglia, alla vigilia della multa alla trasmissione Report, si recò nella sede di Fratelli d’Italia per incontrare Arianna Meloni. Un caso che, secondo gli inquirenti, non sarebbe isolato, perché l’auto «viene sovente utilizzata da tutti i membri del Collegio» anche «per spostamenti di carattere strettamente personale».
Il cuore dell’ipotesi di corruzione riguarda invece i rapporti con ITA Airways. Qui l’accusa è che i componenti del Collegio, «omettendo un atto del loro ufficio, ovvero non erogando alcuna sanzione se non una meramente formale», avrebbero messo «i propri poteri e la loro funzione in favore della società di volo». In cambio, secondo la Procura, avrebbero ricevuto «tessere executive, per il valore di euro 6.000 cadauna». Un beneficio che – viene sottolineato – consentiva «l’accesso alla lounge, pur non essendoci i presupposti perché legati al chilometraggio». L’ex segretario generale Fanizza conferma che «tutti e quattro i componenti del Collegio sono titolari delle tessere Volare» e che di questo «sono ben consapevoli».
Infine, l’avviso richiama la necessità di approfondire la vicenda Meta. Una procedura sanzionatoria sugli smart glass che, secondo quanto riportato, era stata inizialmente ipotizzata «in misura pari a 44 milioni di euro», per poi essere ridotta «prima a 12,5 milioni e, infine, ad appena 1 milione di euro», fino all’«annullamento in autotutela». Centrale, per gli inquirenti, è la posizione di Guido Scorza. Fanizza riferisce che Scorza «ufficialmente si era astenuto nelle adunanze», ma che «in realtà era presente ad alcune sedute, seppur non avrebbe dovuto», circostanza emersa perché «le sedute erano registrate». L’annullamento della sanzione, si legge, sarebbe stato motivato dal decorso dei termini, ma «il Collegio ben poteva essere a conoscenza del fatto che l’allungamento dei tempi della procedura sanzionatoria avrebbe originato il rischio di prescrizione».