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 2026  gennaio 15 Giovedì calendario

Il crac della banca dei Pasdaran che ha scatenato le prime proteste in Iran

Prima che gli iraniani scendessero in piazza, prima dei disordini, del massacro, c’è stata una banca. Si chiamava Ayandeh, prestava soldi senza criterio a sodali e amici del Sistema, istituti religiosi e imprenditori legati ai Pasdaran, e al suo stesso padrone, Ali Ansari, che costruiva centri commerciali di super lusso come l’Iran mall: una struttura più grande del Pentagono, con piscine e autosaloni. Ayandeh è fallita a dicembre su una montagna di prestiti inesigibili, 5 miliardi di dollari, dopo che lo stato ha imposto alla banca centrale dell’Iran di stampare moneta per cercare di coprirne i buchi facendo aumentare l’inflazione in momento in cui il Paese è in deficit e senza risorse.
Era una delle più grandi banche private dell’Iran, è collassata ed è toccato a un’altra banca di sistema, l’istituto pubblico Melli, comprarsela, mettendosi in pancia nuove perdite. Il Wall Street Journal scrive che almeno altri cinque istituti di credito sono nelle stesse condizioni, con bilanci in perdita per aver prestato soldi in maniera sconsiderata a clienti legati all’apparato.
Il fondatore e proprietario della Ayandeh, Ali Ansari, viene da una delle più ricche famiglie dell’Iran, ha una villa multimilionaria a Londra e contatti negli ambienti che contano. L’anno scorso il governo britannico l’ha sanzionato per aver «contribuito a finanziare le attività dei Guardiani della Rivoluzione». Per la verità finanziava un po’ tutti, dalle charity ai seminari religiosi, a oligarchi legati ai Pasdaran, e a tassi di interesse più alti di qualsiasi banca iraniana. Non è la prima volta che succede, qualche anno fa la Samen al Hojaj fu travolta da un grosso scandalo di corruzione, fallì e fu comprata da un’altra banca perché si era riempita di prestiti incontrollati a «giudici veterani e figli di importanti esponenti del clero e della politica», come denunciò il parlamentare Ahmad Tavakkoli. Storie di corruzione e malagestione che gli iraniani sentono da anni, ma che adesso con i prezzi del pane triplicati e l’olio da cucina diventato bene di lusso hanno fatto da carburante alla rabbia sociale contro un sistema oligarchico che si è arricchito anche grazie alle sanzioni.
Per non dire della Sarmayeh Bank, al centro di numerosi casi di corruzione che hanno coinvolto familiari di funzionari e politici della Repubblica Islamica e gravata da pesanti perdite. Anche contro questo sistema sono scesi in piazza gli iraniani. In diverse città gli sportelli della Banca Melli sono stati distrutti, ad Abadan i magazzini della Koroush sono stati svuotati: è un colosso agroalimentare, una sorta di monopolista del riso, anche quello si dice legato a imprenditori amici dei Pasdaran.
Nelle strade circolava uno slogan in questi giorni: «I vostri figli in Canada, i nostri in prigione». Si riferiva a quelli che a Teheran chiamano i rich kids, i rampolli dell’élite religiosa e militare che vivono all’estero o in Iran ma godendo di patrimoni, e libertà, sconosciuti o proibiti al resto degli iraniani. Ansari era nato come piccolo impresario edile, è diventato un magnate nel mercato della telefonia mobile, dell’arredamento, dei mall e poi un banchiere miliardario sfruttando la protezione di pezzi dell’apparato cui garantiva prestiti allegri, in maniera trasversale: conservatori, riformisti, religiosi, militari. La sua famiglia «possedeva una delle ville di lusso più famose di Lavasan», rivela Radio Zamaneh, «di cui persino il responsabile della preghiera del venerdì locale si era lamentato alla televisione di stato», 6.000 metri quadrati appartenente a qualcuno «per cui la televisione di Stato fa pubblicità, possiede una banca e diversi mercati», aveva detto. Alcuni media dicono che Ansari sia fuggito all’estero, altri che invece no, affronterà la giustizia. Il problema resta agli iraniani: quanti casi Ayandeh ci sono ancora? Stando al Wall Street Journal, almeno cinque.