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 2026  gennaio 15 Giovedì calendario

Ettore Scola, sguardo libero

Amare chi soffre e amare chi pensa. In fondo è stata questa la chiave della vita culturale e civile di Ettore Scola, di cui il 19 gennaio ricorrono i dieci anni dalla morte. Quella mattina del 2016 ci ritrovammo, Giuseppe Tornatore ed io, avvertiti da Silvia e Paola Scola, in uno stanzone freddo del Policlinico, non era una camera ardente, in cui era stato deposto momentaneamente il corpo di Ettore, improvvisamente privato delle sue virtù maggiori: la parola e il sorriso.
In questi anni l’assenza delle sue telefonate quasi quotidiane, il piacere di uno scambio di idee su quello che stava accadendo, il privilegio di un racconto, l’allegria di una battuta caustica mi sono mancati e ancora mi mancano enormemente.
Mi trovo nella condizione che lui descriveva nell’ultimo tempo della sua vita. La sensazione che le persone con le quali hai condiviso le medesime esperienze, hai attraversato gli stessi corridoi della storia collettiva, le persone che hanno visto i film, letto i libri, ascoltato la musica che tu stesso hai conosciuto, se ne stiano andando una ad una, come dei titoli di testa letti al contrario.
Per Ettore la morte dei suoi compagni di sempre: Gillo Pontecorvo, Federico Fellini, Furio Scarpelli, Age, Maccari, Trovajoli, Monicelli, Sordi, Mastroianni, Gassman, Troisi, era stata come una progressiva deforestazione della sua vita. Alberi unici, rigogliosi, con le fronde che si erano sfiorate ogni giorno per decenni, improvvisamente, in silenzio, sono collassati a uno a uno, lasciando un desolante spazio vuoto.
Ettore soffriva questa sensazione, scherzava sulla frequenza dei funerali ai quali sentiva di dover partecipare, ma la verità è che «non si trovava più». In una lettera dell’estate del 2007, quando si scrivevano le lettere e non i post, mi diceva: «Nel nostro vocabolario ci sono parole che più si fanno rare, tipo etica, rispetto, parità, emozione, allegria, e più diventano necessarie. Specialmente ai giovani, i nuovi poveri della nostra società. La loro è la generazione, forse la prima, che è andata indietro rispetto a quella dei padri e, priva di opportunità, di sicurezza, di ideali e di sogni, ora parte svantaggiata».
Chi soffre e chi pensa. Tutto il cinema di Ettore Scola ha nel cuore, proprio nel cuore, il racconto di chi, annunciatore dell’Eiar licenziato per antifascismo e omosessualità o proletario delle borgate romane, doveva fare i conti con le infinite ingiustizie del mondo, quelle sociali, quelle che limitano la libertà.
Ma Ettore ha anche investigato il mondo delle idee, ben piantando il suo cinema nella storia. Ha denunciato, con amore, l’inizio della crisi della militanza comunista, all’alba degli Anni 80 in un film, La terrazza, che, con la tenerezza di chi apparteneva a quel mondo con radicata convinzione e non ha mai smesso di farlo seguendone le evoluzioni, metteva in luce lo smarrimento e il disagio degli ideali di giustizia al cospetto di una società che poteva finire col far dire, uso una battuta di C’eravamo tanto amati: «Volevamo cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi».
A Ettore piaceva immensamente la consapevolezza dello scorrere del tempo. Spesso, nei suoi film, ha scelto di attuare un doppio movimento, selezionare un luogo – la sala da ballo di Ballando ballando, il corridoio de La famiglia, la sala cinematografica di Splendor – nel quale far scorrere i giorni della storia, continuamente ricordandoci che la nostra vita, i nostri affetti, le nostre relazioni, le nostre parole sono anche il prodotto della vicenda umana collettiva.
Storia e persone, sempre intrecciate. Come in quello che, per me, resta il suo capolavoro: Una giornata particolare, film magico. Quando su «L’Unità» fu allegata la videocassetta del film, Scola scrisse un articolo in cui diceva: «Il film è questo: la ricerca del rispetto. Non c’è altro, non c’è niente. È il film nel quale, forse più che in tutti gli altri, ho cercato di togliere invece che di mettere». Eppure quella vestaglia dimessa di Sophia Loren, quella terrazza piena di lenzuola messe ad asciugare e di contraddizioni, quel palazzo rimasto deserto, quella sensazione di oppressione impalpabile, raccontano il fascismo meglio di tanti film più espliciti.
Ettore era un uomo colto, con letture profonde e una curiosità da rabdomante. Ma in quella generazione non c’era il sopracciglio alzato, non esisteva il catalogo estetico delle arti. Molti di loro si erano formati alla grande scuola del «Marc’Aurelio», quella descritta magnificamente in Che strano chiamarsi Federico, avevano compulsato i fotoromanzi, letto i fumetti, sapevano disegnare magnificamente vignette satiriche, conoscevano la musica del loro tempo, non marcavano mai il confine tra cultura alta e bassa. Tutto il loro cinema è colto e popolare, proprio perché chi lo faceva non apparteneva, per esperienza formazione e cultura, alla sofisticata schiera di quelli che realizzavano cinema per gli addetti ai lavori, che magari si beavano dello scarso successo di pubblico, che disdegnavano la risata, la battuta, la storia popolare.
L’ambizione di autori come Scola, l’obiettivo del cinema italiano dal neorealismo alla commedia italiana, con una riconoscibile continuità, era di portare i contenuti più alti, nella forma più diretta, al pubblico più largo.
Scola e i suoi amici nel 1968 non fecero, come tanti autori, opere involute e ideologiche, di quelle che facevano applaudire le riviste sofisticate e allontanavano il pubblico che, semplicemente e giustamente, non le capiva. Ettore girò invece Riusciranno i nostri eroi, film geniale, Monicelli realizzò La ragazza con la pistola, Dino Risi Straziami ma di baci saziami.
Avevano visto la guerra, il dolore, avevano conosciuto la fame e avevano bisogno di sorridere di un mondo che volevano radicalmente cambiare. E non volevano farlo da soli in un cineclub, ma nella allegria di milioni di persone che, sorridendo con loro, si facevano domande, coltivavano spirito critico e voglia di lottare per la giustizia e la libertà.
Il loro modo di raccontare era, al tempo stesso, popolare ed elegante. Il contrario della volgarità dilagante che costituirà, nell’ultimo tempo della loro vita, l’ossessione, raccontata, di Federico Fellini, Ettore Scola e altri.
Autore amato in ogni parte del mondo, venerato in Francia, Scola se ne è andato troppo presto. Maestro, ma davvero.
Eppure io lo vedo, con quel sorriso coglionatore, mentre, in C’eravamo tanto amati, manda una comparsa da Fellini dicendogli di scandire bene: «Posso stringere la mano al grande Rossellini?», o quando, in Dramma della gelosia, fa chiedere da Oreste Nardi al segretario di sezione del Pci: «Senti, il fatto che Adelaide mi tradisca con un macellaio ricco in che misura si può inserire nella battaglia del partito per una società di liberi ed eguali?».
Genio divertente, amico raro, intellettuale del popolo, libero e militante delle sue passioni, Ettore per tutta la sua vita, come dice un suo personaggio, è stato in uno spazio tutto suo, è stato «più oltre».