Corriere della Sera, 15 gennaio 2026
Pierpaolo Piccioli: «Atleti, le nuove celebrities. Parigi per me ora è casa»
A Parigi Pierpaolo Piccioli ha scelto una vita semplice. Abita nel Sesto arrondissement, si muove a piedi o in bici, prende il taxi solo quando piove. Dopo vent’anni di viaggi, è la prima volta che vive davvero la città: non durante la Fashion Week, ma nel tempo ordinario, quello che permette di conoscere i luoghi e le persone che sono poi la sua più grande ispirazione. «A volte le cose vanno in una direzione precisa», dice. «Ti trovi esattamente dove devi stare, anche se non sapevi che fosse questo il tuo posto. Qui mi sento sorprendentemente a casa». Oggi esce la sua fall Balenciaga, a poco più di sei mesi dal suo «insediamento». È un lavoro potente e ricco. Di riscrittura dei codici ma anche di grande rispetto.
L’accoglienza è stata forte.
«Credo sia perché ho cercato di rispettare l’azienda. Non sono arrivato per cambiarla o colonizzarla. Ho portato solo due collaboratori. Io e Demna abbiamo condiviso spazi e persone per un mese, c’è stato un vero passaggio di testimone. Si cambia la cultura di un’azienda dialogando con le persone, non sostituendole. Il resto è colonialismo».
Anche il modo in cui è avvenuto il passaggio è stato importante.
«Ho voluto scrivere io la lettera dell’annuncio. Volevo fosse personale, non istituzionale. Penso si possano ricoprire ruoli importanti senza perdere autenticità. Se sei autentico, le persone lo capiscono. Sono rimasto colpito da tanto affetto in uscita da Valentino (i social sono stati invasi da messaggi di stima, ndr), e in entrata qui a Parigi. E quando in ottobre, dopo lo show, ho trovato la sala in piedi sono rimasto frastornato: con gli occhi cercavo Simona, mia moglie, ma non vedevo nulla dall’emozione. Ho capito che mi è tornato indietro tanto bene. Il lavoro è tanto ma amo farlo».
Il Pierpaolo umano e quello professionale convivono senza conflitti?
«Se sei sicuro di te, sì. Io oggi mi sento sicuro di quello che sono. Non ho bisogno di interpretare il “designer”. Sono io, tutti i giorni. Ho imparato a fidarmi dell’istinto: sono sempre stato razionale, ora lascio andare di più».
Quanto tempo ci ha messo a dire «sì» a Balenciaga?
«È stato subito un sì, ma con delle condizioni. È fondamentale essere allineati con il CEO. Con Gianfranco Gianangeli c’è stata una connessione intellettuale vera. Balenciaga è un brand che ho sempre amato: Cristóbal, Demna. Non c’era nessuna ragione per negare il passato».
Lei usa il termine «disruptive», nel senso?
«Rimettere l’uomo al centro. In un’epoca di AI, marketing e gruppi, parlare di umanità ed emozioni è il gesto più radicale. Cristóbal partiva dal corpo: l’aria tra il corpo e il tessuto, la silhouette nello spazio. Io non volevo copiare forme, ma ritrovare quel metodo e renderlo contemporaneo».
È andato a Getaria, al museo dedicato a Balenciaga, prima ancora che a Parigi.
«Sì, cercavo quella prospettiva periferica. Io vengo da Nettuno: avere un centro da cui partire ti permette di allontanarti di più senza perderti. Ho sentito una connessione profonda. Un tempo mi dicevano che non dovevo dire di essere di Nettuno, che non era cool. Ma perché? Io sono quello che sono. Come quando mi chiesero di sorvolare sulla scelta di tutte modelle nere nella couture a Parigi. Mi dicevano che poteva sembrare strumentale. Il tema era così: non potevo essere in Italia per votare contro Salvini e quindi ho manifestato il mio no ai pregiudizi».
Vestire come atto politico.
«Se hai una voce, devi usarla. Il vero potere oggi è essere sé stessi, non sembrare qualcun altro. Il mondo è reazionario, stiamo perdendo diritti. Io spero nella coscienza dei giovani, nella loro capacità di reagire. Il nostro lavoro non è riflettere la bruttezza o la bellezza del mondo, ma provare a migliorarlo. Creare una community che condivida valori è un modo per guardare al futuro. Anche per i miei figli».
Nella pre-fall c’è una conversazione forte tra couture, street e sport, con collab con Manolo Blahnik e Nba.
«Lo sport oggi è il nuovo daywear: parla di benessere, disciplina, rispetto. Sul campo si azzerano le barriere sociali. Gli atleti sono le nuove celebrities. Volevo unirlo poi alla cultura della couture che è un metodo e non un vestito da sera, e portare il tutto nella vita reale: appartamenti, palestre, metropolitana».
Un look simbolo: il cappotto cammello sopra il bermuda tecnico.
«Quel cappotto era nel guardaroba personale di Balenciaga: è geometrico, quasi quadrato. Con il tecnico diventa altro. Le sneaker sembrano le sneaker di Demna, ma sono completamente nuove: puoi correrci ed è la prima volta in una maison di moda. E poi lo stiletto Manolo sotto l’abbigliamento lo sportwear: è punk, è giovane. I giovani non cercano il “nuovo”, cercano ciò che non conoscono».
Il sistema moda è in crisi, ma cresce il vintage.
«C’è rabbia perché si è perso il senso del valore. Il lusso è diventato solo prezzo. Ma è una giustificazione che non regge. La creatività deve tornare al centro e con lei il desiderio e le emozioni. Io volevo costruire un guardaroba vero, ridisegnato nelle proporzioni ma riconoscibile. Non credo nel “curare” il passato: il progresso nasce dalla rottura e dalla ricostruzione. Cristóbal e Demna sono designer. Anche io lo sono. Cosa significa essere curatori? Copiare dall’archivio e mettere un cartellino? Dall’altra parte poi che senso ha fare un picot con dodici colli? Un picot è un picot. Il “facciamolo strano” non è il mio»
Come si crea desiderio oggi?
«Avvicinando mondi lontani. Un cappotto ricamato nella metro. A me ispirano le persone, le loro storie, la cultura condivisa. L’oggetto deve nascere da un’emozione autentica, altrimenti resta freddo e deve partire da te».
Dopo vent’anni da Valentino, rimettersi in gioco è stato difficile?
«No. È stata una grande opportunità. A mia figlia Stella ho detto: mi sento giovane, libero. Oggi mi piaccio abbastanza da non dover piacere agli altri. Non ho rimpianti e mi questo mi ha permesso di affrontare sfide nuove senza negatività ma leggendole come possibilità».