Corriere della Sera, 15 gennaio 2026
Intervista a Beppe Tenti
Beppe Tenti, il 3 febbraio sono novanta.
«Io di anni me ne sento 65. Però sì, pesa l’età quando corro: devo andare piano».
Lei corre?
«Tutti i weekend una dozzina di chilometri, alla montagnetta di San Siro a Milano: esco anche se piove».
Tanta stima.
«Mi tengo in forma. A mezzogiorno non mangio: sto leggero e vengo in ufficio».
Beppe Tenti è un’icona. Per chi ama i viaggi – fuori dalle rotte turistiche, dentro i luoghi più remoti – e non solo. In curriculum: 48 presenze in Nepal, 23 in India, 19 sul Kilimangiaro portandoci 1.200 persone, con Reinhold Messner ha pianificato le 14 salite agli Ottomila himalayani. Esplorazioni vissute e raccontate: il quasi-novantenne nato a Torino e da 60 anni milanese (base al quartiere Portello) è l’inventore di Overland, in onda ininterrottamente dal 1996 su Rai1. «Li chiamano docu-travel, prima erano “filmati”. Ora parte mio figlio Filippo».
E il padre cosa fa?
«Viaggio meno, chiaro. L’anno scorso in Nepal ho preso un’infezione: portavo un gruppo sull’Everest. Mi han detto di stare più tranquillo, tanto al campo base non tornerò: è un circo. La gente arriva in elicottero, si fa i selfie e scende. Non c’è più niente dell’Everest di un tempo...».
Se qualcuno lo sa, è lui. Tenti l’esploratore si fa trovare nel suo ufficio di viale Onorato Vigliani (Overland è anche un’agenzia di viaggi) tra mappe e scatoloni.
State partendo tutti?
«Siamo in affitto e ci hanno detto: o comprate o vi spostate. Penso ci sposteremo perché qui è un po’ stretto. Ho visto alcuni uffici e salutato quando se ne sono usciti con la richiesta di 10 mila euro al metro quadrato. I prezzi a Milano sono ormai folli, è complicato anche per chi ha un’attività avviata come la nostra. Comunque l’ultima parola spetta a Filippo: è lui il capo».
Filippo è dal 2013 il volto di Overland, Beppe resta il timoniere, «dispenso consigli».
Anche in agenzia?
«Arrivo alle 8.30, prima di tutti, apro l’ufficio: resto fino alle 18.30. I clienti chiedono di me».
Sul divano, mai.
«Stiamo a casa ad annoiarci in due?». Sorride. «Mia moglie Margherita (Grisi, ndr) sa che devo muovermi, fare. Siamo sposati dal 1983. Ha una grande pazienza».
In un anno quanti mesi stava lontano da casa?
«Sei, nove. Non mi ritengo avventuroso, il mio è semplicemente lavoro».
Si faceva aspettare anche in passato?
«Guardi che dei viaggi di famiglia, fatti quando non c’era la scuola, c’è traccia anche nei documentari in tv: si vedono Filippo e Gaia, la mia figlia maggiore. Margherita ha 16 anni meno di me, siamo diversi ma anime gemelle».
Lei ha rischiato la pelle.
«Una volta nello Yemen mi hanno sparato i predoni: i proiettili mi fischiavano nelle orecchie, pensavo di morire. L’autista ha accelerato e ci ha salvato: era un ex legionario. Si fa tutto con cautela eppure se è destino che accada qualcosa, accadrà. Resto fatalista».
Da quando vive a Milano?
«Dagli anni ’60, per organizzare viaggi avevo un ufficio in zona corso Sempione. A Milano il mio lavoro è decollato e ho smesso di fare l’impresario edile, che è una bella scuola: se non coordini bene idraulico, elettricista, tutti, una casa non la tiri su».
È vero che il suo primo viaggio è stato di protesta?
«Sono animale da oratorio. Il don di Borgata Parella, a Torino, proponeva viaggi separati per maschi e femmine. A me questo non piaceva e a 18 anni ho affittato un pullman per andare a Courmayeur. Eravamo 40, maschi e femmine. Che successone. Peccato che al ritorno mi abbiano vietato di entrare in parrocchia. Così mi sono iscritto al Cai Uget di Torino».
E ha sbancato.
«Una, due, tre, dieci uscite sul Monte Bianco. Alla quattordicesima sbotto: il Kilimangiaro, no? Mi hanno preso sul serio. Ho contattato la Lufthansa, imbarcato gli zaini. Era il 1967, non ero mai uscito dall’Italia: in 49 siamo atterrati a Nairobi».
La prima avventura
«A 18 anni portai a Courmayeur le ragazze della parrocchia: non mi fecero più entrare»
Si è quasi fatto arrestare.
«Scesi dal volo ci aspettava un pullman. L’autista ci scarica in un prato con le tende. La mattina arriva la polizia: eravamo nell’area botanica protetta della città. Allungo qualche banconota, attacco con la parlantina. Dopo una ramanzina ci hanno mollato».
Nella spedizione ha perso un compagno di cordata.
«In un tratto in solitaria vedo una sagoma: uno sherpa caduto, agonizzante. Lo carico sulle spalle per 500 metri, lui mi fa una carezza: è morto così. Per anni sono rimasto in contatto con la famiglia».
Un inizio scioccante.
«Però era la mia strada. Leggevo libri di esploratori di ogni epoca. “Se sono riusciti a girare il globo in tempi così difficili posso farcela”».
Suo figlio ha raccontato: «In Congo mi hanno arrestato a un posto di blocco. C’era anche papà, lontano alcuni chilometri. Quando sono riuscito a contattarlo ha risposto: ho buttato la pasta, vengo a recuperarti domani così impari a fare il pirla». Conferma?
«La carovana voleva fermarsi e cenare. Filippo è andato avanti per capire dove accamparci ma io tenevo tutti i passaporti. L’hanno fermato ed è successo il guaio. Ha chiamato, tuttavia era più urgente che il gruppo si rifocillasse. Sapevo che non sarebbe successo niente di grave».
Avete 50 anni di differenza.
«Filippo è nato nel 1985, Gaia nel 1984. Sono entrambi in gamba. Filippo è più bravo di me: ha studiato alla Bocconi, si muove perfettamente».
Ha un certo maestro.
«Io parlo il piemontese, l’italiano, il francese, con lo spagnolo piazzo la esse alla fine delle parole. L’inglese l’ho sentito dagli sherpa. Mi faccio capire perché empatico».
Ha conquistato anche Cesare Romiti quando era ai vertici della Fiat.
«L’ho conosciuto a una cena a Venezia, dal mio amico Giancarlo Ligabue (paleontologo morto nel 2015 ndr). Il giorno dopo mi chiama a Torino: “Faresti un viaggio con le Panda?”. Le prime 4X4: nel 1985 siamo andati in Cina, 4 mesi sulla Via della Seta».
Di Romiti è l’idea dei camion arancioni.
«A Pechino ci aveva ricevuto una delegazione di alti funzionari cinesi. Pochi mesi dopo uno di loro, in visita alla Fiat, è così entusiasta delle Panda viste con noi che lo dice a Gianni Agnelli. Il quale mi scrive una lettera e con Romiti propone: gira il mondo con gli Iveco 330.30, i primi camion a raffreddamento ad aria (si usavano solo nelle aree delle trivellazioni). Pronti: Roma-New York via Siberia, Patagonia, Città del Capo, Capo Nord. Era il 1994. Dormivamo sui tir. L’arancione l’ha proposto Romiti: se avessimo avuto problemi ci avrebbero trovato più facilmente. Le tv volevano i filmati: da allora lavoro con la Rai».
Com’è che finisce a fare la controfigura in un film?
«Giuliano Montaldo girava la miniserie “Marco Polo”, per lui seguivo la logistica in Nepal. Esce che Kenneth Marshall, il protagonista, vuole evitare i luoghi impervi. Così ingaggiano me: esordio davanti alla cinepresa».
Cosa non rifarebbe?
«Rifarei tutto».
Qualcosa che non ha fatto e vorrebbe fare?
«Se decido di fare, faccio».
Modestamente.
«Però studierei l’inglese».
Un viaggio per i 90 anni?
«Vorrei andare sul Kilimangiaro per la ventesima volta».
Regali che desidera?
Si ferma, estrae il cellulare: «Filippo mi ha già fatto il migliore, guardi qui». Video, foto. «Da aprile sono nonno! Ho visto tante cose nella vita, belle come Sophie mai».