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 2026  gennaio 15 Giovedì calendario

La guerriglia nei campi di coca fra terreni minati e droni assassini

La prima attrazione su Calle 5, uscendo da Tibú, sono i bordelli. Qui li chiamano Chonga o postri-bar: gli uomini bevono birra sulle sedie in plastica, poi s’appartano su materassi luridi in stanzette che somigliano a celle carcerarie. Molti sono guerriglieri. 15-20 minuti, 60 mila pesos colombiani (meno di 14 euro). E 10 mila finiscono al gestore del locale. Le ragazze sono perlopiù drogate o ubriache. Magdalena è incinta di sette mesi ma non smetterà. Camila pensa alle figlie che ha lasciato altrove, «qui guadagno 540 dollari a settimana; quando cucinavo per i cocaleros non arrivavo a 70». Sono venezuelane, migranti in un Far West di frontiera, a caccia di sopravvivenza.
Tibú è a tre ore di macchina da Cúcuta e a pochi minuti dal Venezuela, nella regione di Catatumbo. Sulla rotta del contrabbando e del narcotraffico. Una strada trivellata di buche e carica di pericoli, circondata da oleodotti da cui si estrae illegalmente il petrolio e piantagioni di palma da olio che inquinano la terra. Più su, verso le montagne, c’è la coca.
La «capitale» della coca
Oggi, in Catatumbo, c’è la più alta concentrazione di coltivazioni di coca al mondo (42.000 ettari) e Tibú ne è la «capitale». Terra di sequestri e affari sporchi, dove in passato i paramilitari hanno fatto i peggiori massacri. «Il controllo sul narcotraffico e sull’attività mineraria illegale è il motore di un conflitto iniziato un anno fa, con almeno 300 morti e un numero imprecisato di desaparecidos», spiega Junior Maldonado, portavoce dell’Associazione contadina del Catatumbo, 17 leader assassinati negli ultimi anni. È una lotta all’ultimo sangue fra i guerriglieri delle Farc dissidenti, che nel 2016 non firmarono la pace con il governo di Bogotà, e quelli dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln), che rifiuta di smobilitare.
«L’Eln con il tempo è diventato binazionale: opera come gruppo guerrigliero in Colombia e come gruppo paramilitare in Venezuela, sostenuto dal governo di Caracas. Sono arrivati, attraverso la frontiera, a bordo di veicoli della Guardia nazionale bolivariana, per cacciare i dissidenti delle Farc dal Catatumbo. Hanno massacrato decine di persone, con l’assenso di Nicolás Maduro», sostiene l’ex ministro degli Interni colombiano Fabio Valencia Cossio, del Centro democratico di opposizione, che oggi siede al tavolo dei negoziati con le Farc dissidenti. «Il Venezuela voleva una retroguardia armata per controllare il confine dove passa la droga». Filomarxista e filo-chavista, l’Eln ha condannato l’intervento Usa del 3 gennaio e da allora si sta riposizionando in Colombia. «Non è escluso che Donald Trump e il presidente colombiano Gustavo Petro decidano un attacco congiunto contro l’Eln, magari coinvolgendo la leader venezuelana Delcy Rodríguez», afferma Maldonado. «D’altra parte, gli attacchi Usa contro le imbarcazioni nei Caraibi stanno già minando il business del narcotraffico. Per i Cartelli non è più redditizio rimanere nel Catatumbo». La guerriglia resta, e semina morte.
La paura della «gente del monte»
Campi minati, bombe e massacri sono all’ordine del giorno. «Con 87.000 sfollati, il Catatumbo ha vissuto il più grande esodo interno nella storia colombiana», racconta monsignor Israel Bravo, vescovo di Tibú e membro della Commissione umanitaria che media con i gruppi armati per liberare i sequestrati o i minori reclutati con la forza. «Da Natale il conflitto si è intensificato. Fanno volare i droni sopra i mercati, uccidono molti civili». Jaime Botero, presidente delle 36 associazioni di quartiere di Tibú, ci accompagna tra gli sterrati polverosi del quartiere La Esperanza a visitare gli ultimi fuggiaschi. «Campesinos che lasciano tutto dietro di sé, polli compresi, con la speranza di tornare». Tra di loro c’è Yuley, madre sola con tre bimbi, gli occhi congestionati dalla tristezza. «La gente del monte (i guerriglieri) sgancia le bombe appena i droni vedono qualcosa che si muove. E sotto ci siamo noi». Vendeva bocce di paté grillo, benzina che si estrae dal petrolio greggio per lavorare la coca. Ora vuole diventare manicure e togliere i figli dall’inferno.
I guerriglieri lottano per il controllo del Catatumbo e delle sue risorse. Non solo coca: qui c’è oro, petrolio, carbone, uranio, coltan, smeraldi, diamanti. Su calle 5, dopo i bordelli, s’arriva alla «frontiera invisibile». La polizia qui si ferma. È zona controllata dalle Farc. Lo si capisce dai pali della luce colorati a strisce rosse, blu e gialle. L’Eln, invece, è rossonero. Guida Jesus, ex soldato che protegge gli «obiettivi militari», perlopiù leader sociali. Ne hanno uccisi 70. Saluta con un colpo di clacson il Comandante che controlla l’ingresso nel «suo» territorio e prosegue a 30 km orari, «di più è vietato», fino a El Refugio, ex centro ricreativo che da un anno accoglie decine di famiglie sfollate.
La tassa dei guerriglieri
Ci ricevono don Aldemar Pinilla e Paolo Telles, leader sociali che non nascondono il loro odio per l’Eln. «Vessa i contadini: una tassa di 500.000 pesos (116 euro) su ogni chilo di pasta base di coca, che viene pagato al campesino 2,4 milioni (556 euro). Da lì, va ai narcotrafficanti che la trasformano in cloridrato di cocaina per poi volare verso nord. In Guatemala quel chilo vale 28 milioni di pesos (quasi 6500 euro). Sulle strade degli Usa, il prezzo vola».