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 2026  gennaio 15 Giovedì calendario

I timori del caos nella regione Dal Golfo alla Turchia: i Paesi amici avvisano Donald

Arabia Saudita, Qatar, Oman e Turchia hanno espresso a Donald Trump la loro contrarietà a un’azione militare contro l’Iran. Una posizione non inedita, legata alle rispettive agende nazionali ma anche alle possibili conseguenze in Medio Oriente. Almeno tre i fronti di allarme.
Parliamo di Paesi amici, in forme diverse, con Washington. Ospitano soldati e installazioni del Pentagono, depositi, velivoli. Appena due giorni fa il Comando centrale americano ha annunciato la creazione di un nuovo centro di coordinamento in Qatar nella base di Al Udeid. È un’estensione del Caoc (Combined Air Operations Center) attivo da quasi vent’anni e del quale fanno parte 17 Paesi. Permetterà di migliorare la risposta dell’aviazione, del dispositivo antimissile, di tutti quei sistemi che formano uno scudo integrato. La notizia ha preceduto di poche ore la minaccia iraniana di colpire i siti Usa nel Golfo nel caso di uno strike americano e proprio Al Udeid è stata attaccata dai pasdaran in risposta ai raid sui laboratori nucleari. Un monito preso sul serio, infatti è stata decisa l’evacuazione di parte del personale. Misura adottata anche altrove.
Teheran può sfruttare la mossa di The Donald sperando di creare contrasti, di provocare risentimento, di aprire fessure nelle relazioni. Per questo gli omaniti, come hanno fatto in passato, hanno lanciato una mediazione dell’ultima ora. Un intervento favorito dal ruolo di negoziatore riconosciuto dallo stesso Trump e dai legami storici con Teheran.
Ogni lampo di guerra porta incertezza, c’è sempre la paura di una situazione fuori controllo. Un blitz limitato può trasformarsi in conflitto devastante, con perdite pesanti tra i civili e danni consistenti. Le monarchie del petrolio guardano preoccupate alla loro regione, ai programmi di sviluppo, ai riflessi economici. Il Qatar ospita gli americani, tiene la porta aperta con la Repubblica islamica, è un grande investitore all’estero, si è costruito una posizione di influenza. I sauditi, che pure hanno vissuto stagioni difficili con gli iraniani, sono proiettati in progetti ambiziosi e vogliono stabilità per sé stessi e per il quadrante.
Inoltre, le rivolte popolari sono sempre guardate con diffidenza da emiri che non tollerano il dissenso. Se possono, provano a pilotarle attraverso finanziamenti e consigli: la dimostrazione l’abbiamo avuta in Siria con la copertura garantita all’ex jihadista Ahmed al Sharaa, il guerrigliero oggi alla guida di Damasco dopo la cacciata di Assad.
Qualche osservatore ipotizza che agli «sceicchi» potrebbe andare bene un regime iraniano debole, con gli ayatollah impegnati a risolvere i loro problemi. Soluzione pragmatica rispetto a una ipotetica frammentazione o deriva caotica.
Anche perché non c’è solo il vulcano Iran. Nel vicino Yemen, oltre alla sfida degli Houthi filoiraniani, si è aperto il contrasto tra sauditi ed emiratini. Una disputa allargatasi al Corno d’Africa e al Sudan, aree dove combattono schieramenti sostenuti da Riad e Abu Dhabi, con giochi politici spesso complicati, non lineari. Ieri l’Egitto, che si muove di concerto con i sauditi, non ha escluso un intervento diretto per mantenere la coesione sudanese minacciata dalla spinta secessionista della milizia ribelle Rsf foraggiata dagli Emirati.
Al tempo stesso, soprattutto Qatar, Arabia e Turchia «marcano» le manovre israeliane alla conquista di posizioni, strategia agevolata dagli emiratini. Non manca neppure chi fa dei distinguo tra la posizione di Abu Dhabi e del leader Mohammed bin Zayed, protagonista di iniziative spericolate, e Dubai, da sempre interessata a vincoli commerciali con l’Iran. Una partnership, nonostante le sanzioni, ampiamente tollerata da Washington. Che lascia fare e prende nota.