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 2026  gennaio 14 Mercoledì calendario

Davos si prepara al ciclone Trump: “E’ il contesto più difficile dal Dopoguerra”

Tremila leader di 130 Paesi, 64 tra capi di Stato e di governo, 850 amministratori delegati e presidenti delle principali aziende mondiali, la consueta sfilata dell’élite globale e globalista, ma quest’anno al World economic forum di Davos tutto ruoterà attorno a una sola persona: Donald Trump. Proprio lui, che sta demolendo l’ordine della globalizzazione a colpi di unilateralismo e legge del più forte, in mezzo a quello che gli organizzatori definiscono «il più complesso contesto geopolitico dal 1945», arriverà al Forum con cinque ministri, la delegazione americana più ampia di sempre. E con la solita capacità di monopolizzare l’attenzione.
Lo si vide già l’anno scorso, quando poche ore dopo l’inaugurazione si collegò con Davos in video, riducendo gli altri grandi della Terra a platea in ansioso ascolto. Già si era capito che, per necessità, convinzione o paura, buona parte del mondo degli affari era pronto a riallinearsi, adulandolo con la promessa di investimenti miliardari e dimenticando imperativi climatici o di inclusione di cui si era riempito per anni la bocca. Sono tutti temi che nel programma del Forum paiono essere scivolati in secondo o terzo piano.
Vero, nel frattempo il mondo non è finito. I dazi sono meno alti di quanto si temesse. Le Borse sono ai massimi storici, spinte dalla mania collettiva per l’Intelligenza artificiale, a Davos rappresentata dai leader di Nvidia (Huang), Microsoft (Nadella) e della altre Big Tech. L’economia globale viaggia sempre a un ritmo di crescita del 3%, non esaltante ma neppure tragico. Occhio a non illudersi però, scrive sul Financial Times Gita Gopinath, ex capo economista del Fondo monetario: il mondo è davvero cambiato, più fragile, e nel 2026, se non cambierà rotta, i costi verranno al pettine. Il tradizionale rapporto sui rischi globale del Wef indicherà oggi come incognita maggiore proprio i conflitti geo-economici, con i loro effetti su commerci, catene del valore, investimenti, e l’ormai strutturale incertezza. Nel frattempo, anche l’Iran è in fiamme.
Trump si presenterà in Svizzera con l’attitudine di pacificatore, convinto di esserlo, e imponendo di fatto al Forum un’agenda parallela. Benedirà il board per la pace di Gaza, incontrerà Zelensky e i leader della coalizione dei volenterosi per l’Ucraina – tra cui gli europei Merz, Macron e Starmer, oltre a Ursula Von der Leyen – per parlare di investimenti americani e garanzie di sicurezza. Perfino Giorgia Meloni, che ha sempre marcato la propria distanza da Davos, sarà costretta a raggiungere la montagna incantata. Peccato che nel frattempo lo stesso Trump agisca come moltiplicatore di disordine, decapitando dittatori sgraditi con decisioni unilaterali, minacciando di prendersi la Groenlandia, minando l’autonomia della Fed, negoziando con gli autocrati e attaccando un’Europa che appare sempre più inerme.
In nome dello “Spirito del dialogo”, titolo dell’edizione, il Forum dice che l’economia ha mostrato una resilienza sorprendente e che la cooperazione è ancora possibile, in altra forma: non grandi accordi multilaterali ma intese limitate basate su interessi convergenti. Un sondaggio tra esperti di politica ed economia però mostra che nell’ultimo anno, il primo del Trump bis, la fiducia nella capacità dei Paesi di cooperare su commerci, tecnologia o altro è precipitata. E i capitani d’impresa dicono che gli effetti sugli affari sono sempre più evidenti.