Il Messaggero, 13 gennaio 2026
Combattere la vera povertà tra il caos delle statistiche e l’elevata evasione fiscale
Le polemiche politiche al calor bianco e le enfasi mediatiche non aiutano a inquadrare correttamente il perimetro della povertà, fenomeno che è stato spesso richiamato con preoccupazione nei suoi più recenti interventi anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, assieme ai temi dei bassi salari reali, del lavoro nero e dei contratti “pirata”.
L’analisi è per di più complicata da un caos di statistiche non comune, il che impedisce di fare chiarezza sulla povertà vera, quella dei più disagiati, delle periferie e delle aree di emarginazione, sostenute dall’incessante ma non sufficiente azione meritevole di molte realtà non profit. In effetti, i numeri della povertà in Italia sono talmente tanti e discordanti che si corre il rischio di capirci poco o nulla o di rimanere confusi. Sparate ad effetto sulle prime pagine dei giornali, le statistiche sulla povertà alimentano l’impressione diffusa che l’Italia sia un Paese enormemente povero e che lo Stato faccia poco o nulla per combattere una piaga le cui dimensioni reali vengono però spesso esagerate per finalità di lotta politica e di comunicazione, impedendo così di comprendere dove si annida la povertà effettiva e di come contrastarla efficacemente.
Il fenomeno dell’evasione fiscale, assai diffuso in Italia, complica ulteriormente l’inquadramento corretto della povertà, come ricorda spesso uno studioso del campo come Alberto Brambilla, Presidente del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, che ha frequentemente richiamato l’attenzione sul paradosso degli evasori “poveri”. I livelli di povertà e dei salari, per come sono misurati in Italia, sono del tutto irrealistici, secondo Brambilla, il quale in un recente articolo sul “Corriere della Sera” ha affermato: «è credibile un Paese del G7 nel quale il 60% della popolazione dichiara redditi tanto bassi da pagare meno del 9% di tutta l’Irpef salvo poi spendere (al lordo delle vincite) 160 miliardi nel 2024 per il gioco d’azzardo? O che ha connessioni di telefonia mobile pari al 130% degli abitanti, neonati compresi? È credibile che per calcolare la povertà assoluta e relativa, l’Istat faccia compilare a meno di 40 mila famiglie (su oltre 26,5 milioni) una sorta di taccuino, dove la famiglia dovrebbe segnare tutte le spese, e su quella base dica che la povertà aumenta? E come fa la povertà ad aumentare se, sempre analizzando le dichiarazioni dei redditi negli ultimi anni, oltre un milione di contribuenti è passato dagli scaglioni di reddito fino a 20 mila euro a quelli superiori?».
Né, nel valutare le condizioni economiche delle famiglie, anche in raffronto coi redditi e i salari degli altri Paesi, si tiene conto della grande quantità di contributi e aiuti di ogni genere erogati in Italia. Il solo Assegno unico per i figli (Auuf), sottolinea Itinerari Previdenziali, «per salari e redditi fino a 25 mila euro con un figlio vale oltre 2.200 euro l’anno». Il meccanismo dell’Isee è un “invito” a dichiarare al fisco il meno possibile così da poter rientrare nelle categorie abilitate a ricevere i vari aiuti ed agevolazioni, sicché Brambilla si chiede: «Non è che l’Isee più che aiutare a ridurre la povertà sia la “fabbrica dei poveri”»?
Le stesse statistiche della povertà a volte stridono enormemente tra di loro. Ad esempio, come è possibile che in Italia il numero dei poveri assoluti nel 2024, secondo l’Istat, sia di 5,7 milioni (di cui 3,9 milioni italiani e 1,8 milioni stranieri), mentre il numero di persone severamente deprivate dal punto di vista materiale e sociale (che, cioè, non possano permettersi da 7 o più dei 13 bisogni individuali e famigliari fondamentali individuati dai criteri europei, si veda più avanti) sia soltanto di 2,7 milioni (contro 3,9 milioni di persone in Spagna, 4,3 milioni in Francia e 5,2 milioni in Germania)? Anche le tendenze di questi due indici sono fortemente discordanti: infatti, dal 2014 al 2024 il numero di poveri assoluti in Italia stimato dall’Istat è cresciuto di 1 milione e 595 mila persone, mentre il numero degli individui severamente deprivati, stimato sempre dall’Istat ma coi criteri Eurostat, è crollato di ben 4 milioni e 676 mila persone! Non solo. Secondo l’Eurostat, un altro indicatore della povertà, e cioè la percentuale di persone che ritengono soggettivamente di essere povere, è nettamente diminuito in Italia dal 2014 al 2024, passando dal 40,1% al 18,7% (percentuale significativamente inferiore a quelle di Spagna, 21,9%, e Francia, 21,8%), mentre nello stesso periodo la percentuale di persone in povertà relativa in Italia, secondo l’Istat, è aumentata dal 12,8% al 14,9%. A quali di questi differenti numeri sopra citati dobbiamo credere?
Per fare un po’ di chiarezza sull’argomento presenteremo qui un quadro delle principali statistiche disponibili sulla povertà e sul reddito individuale, distinguendole in due gruppi, quelle in miglioramento e quelle in peggioramento. Invitando gli analisti e le forze politiche a trattare il tema della povertà con più attenzione, in modo meno demagogico e strumentale, cercando di comprenderne i reali contorni, al netto dell’enorme platea di evasori “poveri”. Ciò allo scopo di definire una linea di intervento bi-partisan, l’unica che può davvero agire nel lungo periodo e in modo strutturale per attenuare il disagio individuale e sociale dei poveri veri.
I poveri assoluti. Come sottolinea lavoce.info (16 ottobre 2025), “in dieci anni il numero delle persone in povertà assoluta è aumentato di circa un milione e mezzo, da 4,1 a 5,7 (…) La situazione è peggiorata soprattutto per le famiglie del Nord, per quelle più numerose e per quelle composte da cittadini stranieri”. Chi sono i poveri assoluti? Sono quelli che vivono in famiglie al di sotto della cosiddetta soglia di povertà assoluta. Quest’ultima rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire un determinato paniere di beni e servizi essenziali. Il dato è calcolato dall’Istat, secondo cui nel 2024 i poveri assoluti in Italia hanno toccato un nuovo record di 5,7 milioni di persone. Alcuni esperti, come il già citato Alberto Brambilla, criticano questi numeri e le modalità con cui vengono stimati. Inoltre, il record dei 5,7 milioni di poveri assoluti, annunciato dall’Istat il 14 ottobre scorso, è stato molto enfatizzato dalle opposizioni contro il governo in carica ma questo numero, in verità, costituisce un’arma a doppio taglio. Infatti, secondo le serie storiche Istat, i poveri assoluti sono cresciuti nell’ultimo biennio 2023-24 di appena 70 mila persone, mentre negli otto anni precedenti, dal 2014 al 2022 erano aumentati di oltre 1 milione e mezzo.
I poveri relativi. Sono quelli che vivono in famiglie al di sotto della cosiddetta soglia di povertà relativa. Quest’ultima, spiega l’Istat, per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel Paese (ovvero alla spesa nazionale pro-capite, pari a circa 1.201euro, e si ottiene dividendo la spesa totale per consumi delle famiglie per il numero totale dei componenti); per le famiglie con un numero di componenti diverso da due, la soglia viene calcolata applicando la scala di equivalenza Carbonaro i cui coefficienti permettono di tener conto dell’effetto delle economie di scala. Ad esempio, la soglia di povertà per una famiglia di quattro persone è pari a 1,63 volte quella per due componenti (1.985 euro), la soglia per una famiglia composta da una sola persona è 0,6 volte quella per due componenti (731 euro), mentre la soglia per una famiglia di sei persone è di 2,16 volte (2.631 euro). La percentuale di individui in povertà relativa nel 2024 è stata, secondo l’Istat, pari al 14,9% dei residenti, in aumento rispetto al 12,8% del 2014.
Persone a rischio di povertà o esclusione sociale-Europa 2030 (Arope). È l’indicatore raccomandato dall’Unione europea per misurare il fenomeno della povertà ed esclusione sociale nei Paesi membri. È composto dall’intersezione di tre sottoindici: a) la percentuale di persone a rischio di povertà monetaria, cioè che vivono in famiglie con un reddito netto equivalente inferiore a una soglia di rischio di povertà, fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto equivalente. Il reddito netto considerato per questo indicatore rispetta la definizione europea e non include componenti figurative e in natura, quali l’affitto figurativo, i buoni-pasto, gli altri fringe benefits non-monetari (ad eccezione dell’auto aziendale) e gli autoconsumi. L’anno di riferimento del reddito è l’anno solare precedente quello di indagine; b) la percentuale di persone che vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale. Sono le persone che registrano almeno sette segnali di deprivazione materiale e sociale su una lista di tredici (sette relativi alla famiglia e sei relativi all’individuo). c) la percentuale di persone che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro. È la percentuale di persone che vivono in famiglie per le quali il rapporto fra il numero totale di mesi lavorati dai componenti della famiglia durante l’anno di riferimento dei redditi (quello precedente all’anno di rilevazione) e il numero totale di mesi teoricamente disponibili per attività lavorative è inferiore a 0,20. Gli indici Arope sono calcolati dagli istituti di statistica nazionali sulla base dei criteri europei e trasmessi all’Eurostat. La percentuale di persone che in Italia sono a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa dal 28,4% del 2015 al 23,1% nel 2024. Questo indicatore esprime una percentuale di persone più elevata rispetto ad altri indici di povertà in quanto considera le persone che si trovano in almeno una tra le tre condizioni di rischio di povertà monetaria, severa deprivazione materiale e bassa intensità di lavoro.
La povertà soggettiva. È un indicatore diffuso dall’Eurostat. La percentuale di persone che si sentono povere è fortemente calata in Italia dal 40,1% del 2014 al 18,7% nel 2024.
Il Pil per abitante a prezzi costanti. Dal 2014 al 2024, secondo la Commissione Europea, l’Italia ha fatto registrare la più forte crescita del PIL per abitante in termini reali (+13,8%, equivalente a un +1,3% medio annuo) tra i Paesi G7, dietro soltanto agli Stati Uniti (+19,5%), davanti a Francia (+8,2%), Giappone (+7,6%), Regno Unito (+7,3%), Germania (+5,4%) e Canada (+1,7%). Soltanto Italia e Stati Uniti hanno registrato nel decennio una crescita media annua superiore al +1%. È evidente che con l’aumento del Pil per abitante si è registrato contemporaneamente anche il calo della percentuale di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale citato in precedenza.
Il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici. In Italia, secondo l’Istat, dal 2014 all’anno “scorrevole” terminante nel terzo trimestre 2025, il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici, cioè il reddito disponibile in termini reali, è cresciuto in aggregato di 78,5 miliardi di euro e di 1.770 euro per abitante. In base ai dati grezzi, il potere d’acquisto delle famiglie italiane è aumentato di 19,6 miliardi di euro negli ultimi quattro trimestri (dal quarto trimestre 2024 al terzo trimestre 2025) rispetto ai corrispondenti trimestri dell’anno prima. In particolare, secondo l’Istat nel terzo trimestre 2025 si è registrata una crescita tendenziale del 3,7% del reddito disponibile deflazionato rispetto al terzo trimestre 2024. Questo balzo potrebbe essere un segnale che il recupero dei salari reali sta finalmente accelerando, riducendo le perdite non ancora pienamente recuperate dopo l’impennata dell’inflazione seguita alla guerra russo-ucraina.