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 2026  gennaio 13 Martedì calendario

La solitudine del prezzo

Il Venezuela sta sospeso. L’Iran ribolle. La guerra in Ucraina prosegue, generando a Occidente embarghi al petrolio russo. A Gaza è quasi calma, però apparente. Gli huti sembrano aver cessato di lanciare missili per impedire il transito del canale di Suez; e però non c’è certezza che non ripartano.
A ogni scossa o scossone il petrolio esercita il suo irresistibile fascino mediatico, che titolisticamente si manifesta di regola in forma di timore quando non di certezza di un insostenibile aumento del prezzo. L’idea che ci sta sotto è quella di una qualche necessaria relazione tra scossa geopolitica e suo andamento. Allo stato, è però idea smentita dai numeri.
Forse, e sottolineo forse, è stato parzialmente vero in passato, quando il prezzo ha superato i cento dollari per barile (in termini reali, fino a superare i 150 dollari in valuta di oggi) in parte in concomitanza con l’invasione dell’Iraq prima e la Primavera Araba poi.
Adesso però il prezzo sembra essersi estraniato dalla geopolitica; e vivere di proprie e solitarie dinamiche. Si è parlato in questi giorni di un rialzo per effetto combinato di Iran (che è pur sempre nonostante le sanzioni il settimo produttore mondiale) e Venezuela (che avrà forse le maggiori riserve al mondo, ma si è comunque ridotto a una produzione globalmente insignificante). Lo “scossone” si è accompagnato a un aumento del Brent sino a circa tre dollari/barile, arrivando leggermente sopra i 63 dollari.
Esattamente un anno fa stava poco sopra gli ottanta; nel 2019 (prima del Covid) era nominalmente al prezzo di oggi (in termini reali diciamo per arrotondare che starebbe a 70); e da agosto 2025 sta stabilmente sotto i 70 dollari. Per l’altissima volatilità che di regola accompagna l’andamento del prezzo siamo alla calma piatta. E anche quando si muove più che scossa sembrerebbe un’increspatura. Piatto e solitario. In realtà quel che succede è che le condizioni di equilibrio di domanda e offerta fanno premio sulla geopolitica. O detta in termini brutali il problema del prezzo del petrolio è che (oggi) di petrolio ce ne è troppo. L’offerta eccede la domanda, e lui si stabilizza.
Poi parlare di mercato è forse azzardo, visto che i protagonisti principali sono Arabia Saudita e Stati Uniti. L’Opec per sostenere i prezzi è arrivata a tagliare fino a 5,85 milioni barili di produzione/giorno (aprile 2025); e non è bastato a procurare schizzi.
Ha infine annunciato un taglio del taglio, ma l’effetto sul prezzo solo dell’annuncio li ha portati a congelare immediatamente l’aumento di produzione. Però sono timorosi di perdere quote di mercato, e prima o poi potrebbero comunque aumentare.
Gli Stati Uniti a turno hanno un presidente esplicitamente impegnato a far scendere il prezzo del petrolio sotto i 50 dollari, laddove a fini elettorali più che il prezzo del petrolio gli interessa quello della benzina. Se la spinta ribassista gli riesce saranno però guai per i suoi produttori domestici, che a 50 dollari farebbero tantissima fatica a finanziarsi le produzioni shale. Gli automobilisti sono comunque un multiplo dei produttori, e le proteste dei produttori potrebbero non arrivare a creare turbamento.
Poi ci sarebbe a fini di prezzo il petrolio che non c’è. Quello che russi e iraniani vendono a sconto pur di riuscire a vendere in costanza di sanzioni. Ne ha ampiamente tra gli altri approfittato la Cina per mettere a magazzino greggi e prodotti acquistati a prezzo di saldo. E non è irragionevole ritenere che il petrolio sanzionato non eserciti a sua volta una qualche pulsione ribassista sul mercato globale. Le raffinerie americane e europee non possono finire fuori mercato solo perché le raffinerie asiatiche si approvvigionano a costo sensibilmente più basso. Il prezzo deve in qualche modo allinearsi ai loro bisogni. Il prezzo indifferente ai conflitti. E a guardare il comportamento dei maggiori attori in commedia c’è il rischio che duri.
Se poi arrivasse comunque uno scossone, evitate il panico. All’inizio dello scorso decennio il prezzo ha navigato per alcuni anni sopra i 100 dollari/barile, e se fu tragedia lo fu per certo a nostra insaputa.