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 2026  gennaio 13 Martedì calendario

I 44 giorni più iconici del Rock

Con buona pace di Vannacci, quello sì era un mondo al contrario. Rispetto a oggi, ovviamente. Agosto 1991: la Russia è alle prese con il putsch di Eltsin che rottama Gorbaciov nella dacia, le Repubbliche della federazione ex-Urss si staccano una via l’altra, come calcinacci da un intonaco muffo. L’Ucraina è tra le più sollecite a dichiarare l’indipendenza da Mosca. L’Italia affronta lo sbarco di decine di migliaia di albanesi a Bari, la foto della nave Vilna strabordante di immigrati fa storia e cinema. Ah, e all’inizio del mese il creatore del world wide web, Tim Berners-Lee, apre a chiunque voglia farne uso il primo sito della Rete. Che stagione vertiginosa: se volevi che le cose cambiassero dovevi uscire di casa e partecipare, per telefoni e social avresti dovuto ancora aspettare ancora un bel po’; mettendoti le mani in tasca non ne avresti cavato uno smartphone, semmai speravi di trovarci una cospicua paghetta per andare a frugare nel tuo negozio di fiducia: la musica non poteva essere “liquida”, un disco di vinile costava tra le 15 e le 20 mila lire, il cd a volte persino il doppio. Valeva la pena spendere quei soldini: il 1991 certificò il tramonto dell’età aurea del rock, con una irripetibile congiunzione astrale nel mese e mezzo dal 12 agosto al 24 settembre: in quei “44 days” vennero pubblicati 6-7 album decisivi (più uno, troppo spesso escluso dal canone) di band che avevano trovato la formula perfetta per grunge, power metal, alternative-rock.
Come se una centrale di energia umana ad alto voltaggio avesse preso a pompare, in quel breve lasso di tempo, elettricità e flussi creativi che in seguito, per stolide strategie discografiche, si sono dispersi nel nulla. Trentacinque anni fa: l’ingannevole climax della Terza Era Rock prima della resa, con l’avvento del nuovo secolo, al pop patinato e piallato, al rap dei cliché gangsta, al cantautorame in scala ridotta: le band non sarebbero state più, da allora, l’iconico motore del genere, si preparava il medioevo dei solisti di mezza tacca. Eppure, nei “44 days” l’offensiva del miglior rock si rivelò stordente, baciata dalla grazia luminosa dell’ispirazione e dalla materia oscura di suoni di cui percepivi la consistenza fisica, prima ancora che acustica.
A inaugurare quella catartica mezza estate furono, il 12 agosto, i Metallica. Copertina nera, i fan lo ribattezzarono The black album. Era il quinto capitolo della loro discografia. Nell’86 avevano dovuto affrontare l’orrore per la morte del bassista Cliff Burton, scaraventato fuori e schiacciato dal tour bus per una imprudenza dell’autista. Lutto impossibile da elaborare, e complessa anche la gestione delle crisi matrimoniali di alcuni membri della band. I Metallica si tuffarono nel lavoro, dando un colore impenetrabile al loro metallo: pareva piombo solidificato. Enter Sandman e The Unforgiven erano la massa del dolore, la ballata definitiva Nothing else matters una plausibile cura. Ma se i Metallica brancolavano titanicamente in un buio privato, i Pearl Jam avrebbero dato senso e forma a una disperazione collettiva, quella della Generazione X. Il 27 agosto ’91 Eddie Vedder & C. esordivano con Ten, l’album di cui pochi si accorsero immediatamente, finché inni come Jeremy, Alive e Even flow crebbero come piante aliene nelle vene di milioni di ragazzi. Lo chiamarono “grunge”, però quello dei Pearl Jam era classic-rock reminiscente della lezione di Who e Led Zeppelin: una potenza di fuoco che era buona medicina contro la disillusione di fine millennio, e un risarcimento morale obliquo per quei gruppi, gli Slint o i Truly, che nella primavera di quell’anno avevano proposto dischi-capolavoro del grunge seminale, e che sarebbero finiti presto nel dimenticatoio. Il 17 settembre 1991 è invece il giorno dell’uscita di due dischi dei Guns N’Roses: Use your illusion I & II. Loro avrebbero preferito la soluzione di un doppio, la Geffen optò per una separata contemporaneità. Hair-power-non-del-tutto-metal, i Guns in grande spolvero, alle prese con il tour più lungo e tormentato di sempre. In luglio, durante un concerto a Maryland Heights, Axl aveva scatenato una rissa gettandosi tra il pubblico per sottrarre la videocamera a un fan. Decine di persone all’ospedale, 16 arresti. E dire che la band aveva cacciato, mesi prima, il batterista Steven Adler per abuso di droghe. Axl era al massimo della capacità polmonare, incontrollabile a livello chimico e neurologico. Nelle stesse 24 ore vedeva la luce il disco colpevolmente “dimenticato” dai mitografi: No more tears, sesta sortita solista, e tra le più felici, di Ozzy Osbourne. E siamo al giorno dei giorni, il più prolifico dell’epos rock: le tre pietre miliari del 24 settembre ’91. I Red hot Chili Peppers licenziavano Blood Sugar Sex magic, i Soundgarden Badmotorfinger, i Nirvana l’epocale Nevermind. Quel martedì, con 50 mila lire allungate al tuo pusher di vinili, ti saresti accaparrato un devastante trittico di meraviglie, dall’alt-rock al grunge-mainstream: le voci di Anthony Kiedis, di Chris Cornell o del Kurt Cobain di Smells like teen spirit avrebbero potuto saziare la tua fame di rock per anni.
Come infatti è accaduto: ne sono passati 35 da allora, nulla di così abbagliante è più apparso sulla linea dell’orizzonte.