Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 13 Martedì calendario

L’irregolare, i vip e i tanti cialtroni

Avevo scritto, qualche giorno fa, che la decisione del governo danese, che sarà presto imitata da altri Stati, di non spedire più lettere scritte, avrebbe aumentato e più incarognito la pletora degli hater, professionisti o dilettanti.
Detto, fatto. Su Facebook e su X, dove scrive il collaboratore del Foglio Luciano Capone è comparsa questa prosa: “Mai abbassare la guardia sulle derive della sinistra, ma mai sottovalutare i deliri dei nazisti, quelli veri, come Massimo Fini. Ovviamente, a dargli spazio la fogna diretta dal Travaglio delle puttanate”. Darmi contemporaneamente dell’estremista di sinistra e del nazista non mi pare proprio il massimo della coerenza. La mia giovane segretaria mi ha detto: “Perché non quereli, che fai un mucchio di soldi?”. Ho risposto: “A parte un caso, non voluto da me, nella mia vita non ho mai querelato nessuno, perdo troppo tempo a lavorare per avere anche quello di difendere la mia persona e il mio lavoro”. Non ho querelato nemmeno il Congresso Internazionale Ebraico che mi ha inserito in una simpatica lista con Hitler, Himmler e Goebbels. Penso però che questi compilatori di liste di proscrizione sillane dovrebbero essere un po’ più attenti quando scelgono i loro bersagli. Mia madre, Zenaide Tobiastz, ebrea russa, durante la Seconda guerra mondiale ha perso tutti i parenti della linea femminile, padre, madre, la sorella Anja, zii, cugini, nipoti, perché i kulaki e i contadini russi difesero con le unghie e con i denti la loro terra, a maggior gloria di Stalin che li aveva sterminati a milioni.
Nella mia vita di “irregolare” sono stato osteggiato in vari modi: diretti, per esempio quando la mia trasmissione Cyrano fu annullata all’ultimo momento, senza che i dirigenti Rai l’avessero vista (che poi la pièce l’abbia portata a teatro e mi sia divertito moltissimo è un altro discorso); ma più spesso indiretti. Come? Nella maniera segnalata da Indro Montanelli nella prefazione al mio libro Il Conformista, di cui riproduco qui il finale: “Non sta al gioco. Perfino nella scelta del titolo di questo libro non ha voluto adeguarsi al conformismo dell’anticonformismo, e ha preferito chiamarlo e chiamarsi Il Conformista. Gliela faranno pagare calando su di lui una coltre di silenzio: da quando i roghi non usano più, è la sorte che attende i conformisti che non si conformano”.
A proposito della “coltre di silenzio”, di cui parla Indro, cito qui qualche esempio, fra i tantissimi che potrei utilizzare e di cui una sintesi molto parziale è raccolta nell’articolo “Papà, non esisti”, pubblicato anch’esso sul Conformista.
Quando moriva un grande personaggio dello spettacolo Tommaso Giglio, direttore dell’Europeo, mi dava il compito di ricostruirne la figura attraverso le persone che lo avevano conosciuto. Non era una cosa semplice. Perché in tre, quattro giorni dovevo avvicinare personaggi famosi non usi a darsi o ripescare amici d’infanzia la cui memoria si era persa nel tempo. Per Anna Magnani sentii Vittorio De Sica, Sergio Amidei, Colette Rosselli, Raffaele Jacchia, Mario Monicelli, Franco Zeffirelli, Checco Rissone, Mario Mattioli, Ercole Graziadei, Luigi Comencini, Alessandro Blasetti, Alberto Sordi, Carlo Ponti, Ermanno Olmi, Suso Cecchi D’Amico. Per me era particolarmente importante sentire Suso, perché aveva assistito Anna negli ultimi giorni della sua atroce agonia. Telefonai a Suso ma, sia pur garbatamente, si rifiutò di parlarmi: la avvicinai al funerale, ma ricevetti un altro rifiuto, era troppo sconvolta per la morte dell’amica. Sapevo che la D’Amico, dopo il funerale, si era rifugiata nella sua casa a Castiglioncello, sulla costa toscana. E proprio mentre, dopo aver completato le altre interviste, facevo in macchina la lunga strada che da Roma conduce a Castiglioncello, rimuginavo, fra me e me, come rendere efficacemente il bellissimo flash che De Sica mi aveva fornito del suo primo incontro con la Magnani, un incontro che non era stato con lei, fisicamente, ma con la sua straordinaria risata, sentita al di là di una parete. Quando arrivai davanti al cancello della villa della D’Amico, dopo sei ore di macchina, nella mia mente avevo ricostruito così quell’episodio raccontatomi da De Sica: “Ero steso sul letto a crepare di freddo e di fame, quando sentii venir dalla cucina, attraverso i muri, una risata. Era una risata forte, prepotente e dolorosa, una risata quasi feroce che mi ferì i timpani e il cuore”. Poi suonai alla villa dei D’Amico e Suso, colpita forse dalla mia ostinazione, questa volta non si negò, fu gentilissima, mi ospitò a cena e mi raccontò tutto quello che mi interessava sapere.
Ora sfoglio la biografia di Anna Magnani che Patrizia Carrano ha scritto per l’editore Rizzoli e trovo che ha utilizzato per intero, distribuendole in varie parti del libro, le interviste che, per l’Europeo feci a vari amici di Anna Magnani. Guardo nella lunga lista di ringraziamenti che la Carrano prefà al libro: non ci sono. Guardo nello sterminato “indice dei nomi”: il mio non c’è. Ora quelle parole, che De Sica non pronunciò mai, le trovo nel libro di Patrizia Carrano, come se, insieme a quelle di Suso e di tutti gli altri, fossero state dette a lei e da lei elaborate. Del mio lavoro non c’è traccia. Quelle parole che Vittorio De Sica, Sergio Amidei, Colette Rosselli, Raffaele Jacchia, Franco Monicelli, Franco Zeffirelli, Suso Cecchi D’Amico dissero a me risultano dette a nessuno o alla Carrano.
Mi andò meglio con Luchino Visconti, di cui Giglio mi aveva chiesto pure un ritratto. Un pomeriggio tardo mi telefona Violante Visconti e mi dice: “Ma come, non querela Gaia Servadio?”. “Perché mai?”, chiedo. “Perché la Servadio in un suo libro dedicato a Luchino copia integralmente le sue interviste e, là dove non copia, è una serqua di pettegolezzi vergognosi pescati chissà dove”. “Non ho tempo di seguire i cialtroni”. Lei mi dice: “Lo faccia per me”. Violante aveva una bella voce affannata, un nome inconsueto, un cognome importante, la immaginai stupenda e le promisi che avrei mandato avanti la cosa. Il libro della Servadio fu sequestrato per plagio e la casa editrice, Mondadori, dovette sborsare un bel po’ di quattrini, 30 milioni di lire se non ricordo male.
Bisogna anche dire che questi personaggi che sfruttano il lavoro altrui, anche per farsi pubblicità, non fanno mai una bella fine. Chi si ricorda più di Gaia Servadio? Chi si ricorda più di Patrizia Carrano? Ho un’immagine di lei, a cavalcioni in modo provocante su un banco di scuola, che se la dà da leader femminista. Ma la ricordo solo io, perché ebbi sfortunatamente a che fare con quella poveretta.