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 2026  gennaio 13 Martedì calendario

Referendum giustizia, destra sbugiardata: dal Csm più sanzioni che nel resto dell’Ue

Le sanzioni disciplinari ai magistrati “sono quasi inesistenti”: “Gravi inadempimenti, omissioni, ritardi e negligenze rimangono ignorati o impuniti”, perché la Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura “è formata in maggioranza da persone elette da quelli che un domani saranno giudicati”. Così scrive il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nel suo ultimo libro, per giustificare uno dei pilastri della riforma costituzionale: la creazione dell’Alta corte disciplinare, un nuovo organo – composto in gran parte da sorteggiati – che gestirà la giustizia domestica dei magistrati al posto del Csm. Quello del (presunto) lassismo deontologico delle toghe è uno degli argomenti preferiti del fronte del Sì al referendum: l’attuale sistema è descritto come una farsa, un “colabrodo” che lascia passare qualsiasi porcheria in nome dello spirito di casta. Ma è davvero così? A ben vedere no: i dati raccontano che i magistrati italiani hanno uno dei sistemi disciplinari più severi d’Europa, mentre Nordio, che a parole fustiga l’eccessiva “morbidezza” del Csm, non interviene quasi mai per impugnare le sue sentenze, pur avendone la possibilità in base alla legge.
Partiamo dai numeri assoluti, aggiornati a ottobre 2025: nell’attuale consiliatura, iniziata a gennaio 2023, la Sezione disciplinare ha emesso 194 sentenze. Di queste, 23 sono di non luogo a procedere, cioè non entrano nel merito; le assoluzioni sono state 91, il 47%, e le condanne 80, il 41%. Insomma, già a una prima occhiata la teoria del “colabrodo” inizia a scricchiolare. Scendendo nel dettaglio, si osserva che la sanzione meno grave, l’ammonimento, è stata inflitta solo due volte: in 44 casi è stata decisa la censura, che impedisce al giudice o pm sanzionato di concorrere per posti di vertice nei dieci anni successivi; in 17 casi la perdita di anzianità, che influisce sulle prospettive di carriera e di pensione; in nove casi la sospensione dalle funzioni. Ben otto delle sentenze di condanna pronunciate, il 10%, hanno invece inflitto la sanzione più grave, la rimozione dall’ordine giudiziario.
Confrontiamo ora l’Italia con il resto d’Europa, basandoci sui dati ufficiali del Cepej, la Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa. L’ultimo rapporto, pubblicato nel 2024 e relativo al 2022, mostra che in quell’anno il nostro Csm ha sanzionato 26 giudici, quasi quattro volte la media europea (7,50) e 12 pm, esattamente il quadruplo della media. Unendo le due categorie, viene fuori che in Italia sono stati puniti 38 magistrati su 9.421, lo 0,4%, contro lo 0,39% della Spagna, lo 0,09% della Francia e lo 0,19% dei Paesi Bassi (Germania e Regno Unito non hanno comunicato i dati). Ma allargando l’arco temporale il quadro che viene fuori è ancora più netto: in un dossier pubblicato online nei giorni scorsi (reperibile sul sito del Centro studi Nino Abbate), il consigliere del Csm Marco Bisogni ha ricostruito che negli ultimi 15 anni sono stati sanzionati 42 magistrati l’anno, lo 0,5%, contro lo 0,2% della Spagna (14 sanzioni l’anno) e lo 0,1% della Francia (appena nove). Un altro dato interessante riguarda le impugnazioni del ministro: su 194 sentenze emesse dal Csm, Nordio è intervenuto appena sei volte per chiedere una decisione diversa alle Sezioni Unite civili della Cassazione. Ciò conferma, scrive Bisogni, “come lo stesso ministro riconosca la solidità delle decisioni disciplinari, smentendo con i fatti l’idea di un sistema inefficiente o indulgente”.