La Stampa, 13 gennaio 2026
Dacia Maraini: "Lupi, cani e gatti i miei compagni di strada che a volte sanno volare"
Un gabbiano conosciuto in pandemia, una cagnolina trovatella, una lupa smarrita, il gatto Carbone che capeggia, lo spinone bianco che quando scuoteva la testa schizzava bava ovunque, i finestrini della macchina ne erano sempre ricoperti: lo aveva regalato Vincenzo Cerami a lei e Moravia. La vita di Dacia Maraini è affollata di animali, con loro ha costruito comunità, amicizie, intese. Alcuni li ha salvati. Da tutti ha imparato. «Rispettare significa riconoscere. Guardare un animale e vederlo davvero. Comprendere che quella vita che ci osserva ha un suo mistero, una sua dignità, una sua storia», scrive nel suo nuovo libro, Anche i cani a volte volano (da oggi in libreria per Solferino), che per metà racconta le sue storie di amore con ogni animale che ha incontrato, e per l’altra riflette sul rapporto che intratteniamo con gli animali, le violenze a cui li sottoponiamo, quanto li umanizziamo quando teniamo a loro, e la fatica che facciamo a rispettare il loro modo «umile, discreto, necessario» di stare al mondo. Tutte cose che tradiscono come e quanto siamo, ancora, colonici, predatori, imperialisti. C’è, però, anche uno sguardo nuovo, una coscienza antica che riemerge, e che comincia a informare una relazione paritaria e leale tra noi e tutte le altre creature della Terra.
Maraini, quando ha cambiato sguardo sugli animali?
«Quando vivevo a Bagheria negli anni Cinquanta, avevo due amiche, figlie di un macellaio. Erano due bambine intelligenti e allegre, le vedevo spesso. Eravamo diventate amiche. Un giorno mi hanno detto: stamattina andiamo a trovare papà, vieni con noi. E mi sono trovata al macello in piena attività. Quando ho visto un uomo tenere una pecora scalpitante che si dimenava stretta fra le sue ginocchia, mentre le tagliava la gola, e il sangue schizzava da tutte le parti, ho avuto uno shock che mi ha segnato per sempre. Da quel momento ho deciso di non mangiare più carne. Poi, ricordando il campo di concentramento e la fame, ho ripreso a mangiarla, anche perché i medici dicevano che dovevo riempirmi di proteine visto che ero magrissima e anemica. Ma ho sempre conservato quella immagine davanti agli occhi. E ora, da una ventina d’anni, sono decisamente vegetariana».
Il suo primo grande amico animale?
«Un cagnolino particolarmente affettuoso con cui giocavo».
Il suo primo ricordo di bambina?
«La neve di Sapporo, noi che uscivamo dalla finestra perché la porta di casa era sepolta. La voce di mia madre che mi cantava l’aria della Butterfly per farmi addormentare».
Quanto sono diversi uomini e animali?
«Noi siamo al 90 per cento animali. Lo vediamo proprio in questi giorni in cui nonostante le tante conquiste tecnologiche e spirituali l’uomo tira fuori il suo aspetto animale, di dominio del più forte sul più debole».
In cosa riconosce l’intelligenza delle persone?
«Direi che l’intelligenza umana, quando riesce ad allontanarsi dall’animalesca legge del dominio del più forte sul più debole, consiste nella capacità di guardare in alto, di inventarsi un linguaggio raffinato, di capire la bellezza e di rispettare il pianeta e il suo futuro. L’uomo diventa civile quando sa vedere al di sopra dei suoi interessi immediati. E in questo sguardo verso il futuro ci sono anche gli animali».
Esiste, nella relazione con gli animali, qualcosa di unico che non può esserci in quella tra persone?
«Certo che esiste. Gli animali sono più intelligenti di quanto pensiamo, e spesso hanno anche un linguaggio a noi sconosciuto per comunicare fra di loro. Però sono troppo abituati storicamente a pensare all’uomo come a un nemico prepotente e tirannico. Quando succede che vedono una persona che si comporta con gentilezza e rispetto, diventano affettuosi e teneri. Abbiamo bisogno della loro genuinità e del loro candore. Ci aiutano a scovare in noi tratti che abbiamo dimenticato».
Lei scrive che continuiamo a «comportarci come se fossero fatti di materia insensibile», ma moltissimi animali, anche quelli esotici, vengono venerati e addomesticati.
«C’è differenza fra trattare un animale domestico come fosse un bambino e trattarlo come un compagno di strada. Ci sono esagerazioni che rasentano il ridicolo, per esempio il fatto di coprire i cagnolini con dei cappottini come fossero neonati nudi, senza rendersi conto che l’animale col freddo tira fuori la sua pelliccia. Se gli metti il cappottino gli impedisci di reagire naturalmente. Questo è un atteggiamento sbagliato. Mentre proteggere, amare, e trattare con affetto un animale domestico è un’altra cosa, purché si rispetti la sua animalità. Gli animali domestici sono degli ibridi, ma anche noi lo siamo, non c’è niente di strano. Siamo entrati, con la creazione dell’etica, nel mondo della cosiddetta consapevolezza e civiltà. Da un’altra parte ci sono animali selvatici come i lupi, gli orsi, cervi, che vanno lasciati nei loro spazi e difesi dalle prepotenze umane».
Ricorda quando Papa Francesco disse che preferiamo cani e gatti ai figli?
«L’amore per cani e gatti è una conseguenza non la ragione della denatalità. Le ragioni sulla poca voglia di fare figli sono complesse e hanno varie spiegazioni. Alcuni, come me, lo attribuiscono al fatto che stiamo diventando troppi su questo pianeta. La natura si difende a modo suo. Non è un caso che tanti giovani uomini stiano diventando sterili, come ci segnalano i medici. La natura sta dando l’allarme».
Molti creano rapporti di comunione con gli altri esseri viventi: è il segno di una emancipazione dall’ossessione procreativa?
«La cosa curiosa che sta succedendo di questi tempi è proprio questa divisione fra i gentili d’animo che pensano in termini di solidarietà, fraternità, uguaglianza, e i cinici che non credono alla scienza, alla ricerca, allo studio, all’amicizia, alla pietas. Naturalmente ci sono i cinici per interesse e ci sono i cinici per ignoranza e paura. I primi hanno bisogno dei secondi e per questo cercano di affascinarli e di sedurli. Purtroppo spesso ci riescono».
Una volta le hanno dato dell’antisemita per aver paragonato le sofferenze che arrechiamo agli animali a quelle subite dagli ebrei durante il nazismo.
«Parlavo degli allevamenti intensivi che paragonavo ai campi di sterminio nazisti. E sono stata accusata di antisemitismo. Ma forse non mi avevano capito. Il modo in cui vengono trattati gli animali negli allevamenti è indegno. Le mucche chiuse fra due ferri e costrette a mangiare continuamente cibi pieni di ormoni per produrre più latte. I vitelli costretti a stare in gabbia, rimpinzati di antibiotici e poi uccisi di fronte alle madri con un colpo in testa e squartati. Galline malate che muoiono sotto le zampe di altre galline che corrono disperate per sfuggire all’eccidio. Pulcini pestati, sbattuti contro il muro come fossero di pezza. Non si può accettare».
Quanto sarebbe affascinante se riscrivessimo la storia dell’uomo includendo anche quella degli animali.
«Basterebbe partire da San Francesco, il quale, da straordinario profeta, ha capito e detto quello che oggi dicono gli scienziati più avanzati: ovvero che dobbiamo amare e curare la natura e non rovinarla; che siamo fratelli degli animali, del sole, delle stelle, ovvero parte di un universo che ha un respiro unico».
Pasolini amava gli animali?
«Era troppo preso dal rapporto viscerale con sua madre e dalla preoccupazione di difendersi dagli attacchi estranei per pensare agli animali. Non mi risulta che ne abbia mai avuti. Eppure con i miei cani era affettuoso e ci giocava. Anche lui era restio a mangiare carne, non so se per difendere la sua ulcera o per il rifiuto di “mangiare cadaveri” come dicono alcuni».
Ed Elsa Morante?
«Teneva sempre tre o quattro gatti con sé. Li chiamava Coda, Mezzacoda, Montagna, Lago. Anche da come li racconta nei suoi libri si capisce che ne era innamorata, li trovava misteriosi e geniali».
Scrive che la vita non appartiene a nessuno. Se fossimo meno possessivi, sapremmo accettare la morte?
«L’amore per la vita ci aiuta a vivere. Guai se cominciassimo a pensare troppo alla morte. È giusto avere un atteggiamento sereno verso la morte, questo sì, ma la vita ha qualcosa di straordinario che ci appartiene finché siamo vivi e dobbiamo esserne grati».
Lei ha mai avuto paura di morire?
«Certo, come tutti. Ma cerco di prepararmi, alla mia età è necessario».
Qual è stato il suo più grande spavento negli ultimi anni?
«Dopo la morte di mia madre ho avuto una forte depressione e al principio ho pensato che stavo morendo. Non conoscevo il male ed ero molto spaventata. Ora so che si può anche convivere con l’ansia»