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 2026  gennaio 13 Martedì calendario

Allarme voto anticipato e la Lega ora frena sulla riforma elettorale

«Non è una priorità». L’altolà della Lega sulla legge elettorale rischia di scombinare i piani di Giorgia Meloni.
L’accelerazione impressa dai Fratelli per introdurre il sistema proporzionale con premio di maggioranza si è subito infranta contro il muro degli alleati. Impegnati in una dura trattativa interna per evitare di finire cannibalizzati dal partito della premier, che con l’abolizione dei collegi uninominali punta a fare il pieno dei seggi a scapito loro, Matteo Salvini e Antonio Tajani si son messi di traverso. Spinti anche dal timore che, una volta approvata la riforma, la capa del governo ceda alla tentazione di anticipare le politiche.
Da giorni Giovanni Donzelli, numero due di FdI, è in pressing per depositare il testo entro febbraio e chiudere la partita prima dell’estate. Un colpo di freno addirittura più brusco di quello preannunciato dalle opposizioni, che Meloni ha comunque in animo di consultare, dopo aver sciolto tutti i nodi che però a destra faticano ancora a districare.
È in questo quadro di forti tensioni che si inscrive l’avvertimento lanciato ieri da Stefano Candiani, deputato fra i più vicini al segretario federale: «Per noi la legge elettorale non è una priorità, man mano che ci si avvicinerà alla scadenza della legislatura diventerà un tema», rallenta ai microfoni di Start. «Se verrà affrontato con le minoranze sarà una cosa auspicabile e che chiediamo anche noi al governo», aggiunge, «a patto che la prospettiva non sia di mettere l’Italia ancora in stallo per i giochi di palazzo e far eleggere un presidente di sinistra», attacca per dissimulare la zeppa leghista. Ragionamento speculare a quello fatto da Tajani ai suoi: «In cima all’elenco delle nostre priorità c’è il referendum», spiega ai forzisti riuniti in vista della consultazione del 22 e 23 marzo: «Se serve più tempo per la legge elettorale prendiamocelo, l’importante è non litigare durante la campagna per il sì alla separazione delle carriere». La madre di tutte le battaglie per i berlusconiani.
Niente fretta, è il senso. Se ne parlerà dopo. Anche perché restano due questioni, su cui i meloniani insistono, assai indigeste per gli alleati. L’indicazione del nome del candidato premier sulla scheda, che gonfierebbe le vele dei Fratelli. E il metodo col quale assegnare il premio di maggioranza. Con la cancellazione dei collegi uninominali che garantiscono un cospicuo numero di seggi alla Lega (al Nord) e a FI (al Sud), bisognerà infatti capire quale sarà il punto di caduta: se verrà spalmato su tutti i partiti della coalizione in base ai voti presi sul territorio (soluzione sgradita) o viceversa convogliato su un listino bloccato che di fatto blinda i candidati scelti dalle segreterie.
Sull’altro fronte, intanto, sentono odore di trappola. «Per la legge elettorale credo sia opportuno confrontarsi in Parlamento», declina l’invito della presidente del Consiglio Giuseppe Conte. «Ricordo l’ultima volta che siamo stati convocati a Chigi per il salario minimo, siamo stati ascoltati con grande attenzione e rimandati a casa. Poi hanno aumentato gli stipendi a ministri e sottosegretari», ironizza il capo 5S. E “no, grazie” dice pure Riccardo Magi di +Europa: «Non è accettabile la truffa di un proporzionale deformato da un premio che trasforma una minoranza nel Paese in una maggioranza in Parlamento». Mentre Avs punta il dito sulle divisioni interne alla destra: «Prima di interrogarsi su quali siano gli obiettivi della sinistra si mettano d’accordo fra loro. E si tolgano dalla testa eventuali colpi di mano alla fine della legislatura».